Avventura, Commedia d'animazione, Fantasy, Recensione

RAYA E L’ULTIMO DRAGO

Titolo OriginaleRaya and the Last Dragon
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2021
Durata107
Sceneggiatura

TRAMA

Cinquecento anni dopo la loro sconfitta, tornano i malvagi Druun, spiriti nati dalla discordia umana che trasformano in pietra ogni creatura vivente. Toccherà a Raya trovare Sisu, ultimo drago, e salvare il mondo.

RECENSIONI

Sapete qual’è il bello del buon cibo? Che riunisce le persone di qualunque genere, perchè riscalda il cuore di tutti e sulle labbra fa nascere il sorriso.
La Principessa e il Ranocchio

Pasta di gamberetti di Coda, citronella di Artiglio, germogli di bambù di Dorso, peperoncini di Zanna e zucchero di palma di Cuore.
Raya e l'Ultimo Drago

Draghi. Creature magiche che ci hanno donato acqua, pioggia e pace.
Raya e l'Ultimo Drago

Cibo e acqua sono le due immagini cardine attorno alle quali ruota questo nuovo classico Disney. L’atto del nutrirsi accomuna tutte le creature viventi, ma per gli uomini il cibo diventa anche un'occasione di convivialità e un veicolo di piacere (sia nel consumarlo che nel prepararlo), come già sottolineava La Principessa e il Ranocchio, gioiello sottovalutato al tempo della sua uscita che continua, dopo più di dieci anni, a influenzare tutta la produzione dei Walt Disney Animation Studios. Qui nello specifico è con l’invito a un banchetto che Benja, sovrano di Cuore e padre di Raya, spera di convincere i capi di Coda, Artiglio, Dorso e Zanna a unificarsi come un tempo nel florido regno di Kumandra, attraversato da un fiume che ricorda le fattezze di un drago, dalle cui parti del corpo i vari reami formatisi in seguito allo scisma hanno preso il nome. La portata principale è una deliziosa zuppa nata dall’equilibrio di sapori degli ingredienti provenienti da ciascuna regione. Fonte di ispirazione per la creazione di questo universo fantastico sono state le regioni del Sud-Est asiatico - nello specifico Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Singapore, Tailandia e Vietnam - la cui cultura ha influenzato non solo l’incredibile art design, ma anche lo spirito che anima il film, ne smuove il tessuto narrativo e si esprime in quel senso di collettività tipico delle società orientali, contrapposto all’individualismo occidentale. Il regno di Kumandra (inventato per l’occasione) è un’utopia perduta, crollata a causa della discordia di uomini che non vogliono consapevolmente far male all’altro (e in più di un'occasione i personaggi del film esprimono chiaramente tale pensiero) ma che antepongono la propria gente e affetti al bene comune. L’avvento di una piaga incontrastabile, i Drunn, ha portato l’umanità a perdere la fiducia nel prossimo - o magari è stato il contrario, sottolinea il drago Sisu - e alla nascita di una società distopica.

Un nuovo regno implica una nuova principessa, ormai diventata un’icona in casa Disney. Da Biancaneve - “quella che diede inizio a tutto” recita un famoso slogan - alla Bella Addormentata, il cui castello è il simbolo di Disneyland e per estensione di tutta la Company, il brand Disney Princess è diventato un franchise miliardario di cui fanno parte anche le eroine non di sangue reale (purché il film sia stato un successo), un modello di riferimento per le bambine di ogni etnia. Figura parodiata in Come d'Incanto e in Ralph Spacca Internet, la principessa disneyana (di cui la più anticonformista è Vanellope) è stata raddoppiata nelle recenti offerte cinematografiche con le sorelle Anna e Elsa in Frozen, e ora con le rivali Raya e Namaari in quest’ultimo classico. Leggenda narra che ben prima del metoo gli artisti Disney volessero che ogni principessa fosse l’evoluzione della precedente in termini di indipendenza ed emancipazione e con Raya ribaltano molti dei loro stessi topoi narrativi: insieme a Ailin di Taron e la Pentola Magica e a Kida di Atlantis (non a caso bistrattate e dimenticate anche dalla stessa Disney a causa del flop dei rispettivi film) Raya è una principessa che non canta; mossa dal senso di colpa, tradita e ferita, ha perso fiducia nel prossimo, non punta ad alcuna realizzazione personale e non è alla ricerca dell’amore.Il suo unico obiettivo è quello di salvare il padre pietrificato dai Drunn, il vero sognatore e visionario ottimista il cui rapporto con la figlia è reso in modo toccante e sincero, come non si vedeva dai tempi di Mulan. Altra figura di spicco è il drago d’acqua Sisu, simbolo di vita e speranza, ispirato ai Naga delle leggende orientali, da cui riprende le fattezze ammorbidite dall'immancabile Disney touch (e una strizzata d’occhio ai Mini Pony della Hasbro). Al contrario dei suoi fratelli e sorelle, con i quali rappresenta un’unica divina entità, non ha poteri magici (in compenso è un’ottima nuotatrice, fa notare) ma ha il grande dono di ispirare il prossimo e lo fa in modi anche buffi e ingenui senza mai risultare seccante o irritante.

Ciò che più colpisce in Raya e l’Ultimo Drago è il cambio di registro, una virata verso l’action epico spinto, una narrazione frenetica ma mai confusa, sotto l’influenza di altri linguaggi (split screen, prologhi in 2D) e media (videogiochi e realtà virtuale), strizzando l’occhio ai fumettoni Marvel (tutta la battaglia finale) e a Star Wars (fotografia) senza però mai arrivare a tradire la propria natura disneyana, nonostante qualche stonatura come l’acting spesso eccessivo e fuori stile di alcuni comprimari (Boun e Raya ragazzina). Funziona anche il realismo degli ambienti e dei character, che ben sfruttano la diversa etnia per creare qualcosa di nuovo e in cui l’abilità dei rigger e degli animatori ha infuso un enorme livello di dettaglio che, soprattutto nelle scene drammatiche, permette quasi di sentire carne, muscoli facciali e lacrime di questi modelli poligonali. Concepito ben prima della terribile pandemia in atto, il film può essere benissimo letto in funzione di essa: i Drunn sono mostri che creano orfani senza distinzione di età o ceti sociali, prosciugano la vita di coloro che toccano, pietrificati tutti nella medesima posizione, con le mani giunte, in attesa di ricevere di nuovo il dono della vita mentre i regni, in guerra tra loro, contrastano il male in modi diversi: chi si chiude al mondo, chi impara a conviverci, chi vi si butta contro. Senza voler attribuire alla Disney capacità profetiche, tutto ciò è immediata conseguenza dell’estrema attenzione che gli studios da sempre hanno posto al presente sociopolitico lontano dai favolosi anni ‘90, baciati ancora dal boom economico, che portavano sul grande schermo sirene che sognavano di camminare, belle innamorate di bestie e principi su un tappeto magico. L’amore romantico ora è un optional e sparite sono anche quelle figure di villain così affascinanti, ingombranti e iconiche. I cattivi ora non hanno volto, sono striscianti e amorfi, sono le paure e la sfiducia che viviamo (già in Frozen la tematica era stata lanciata). Il messaggio del film, così sfacciato e strombazzato, potrà pure essere semplice e banale se vogliamo, ma assume una forza inedita se inquadrato in una prospettiva diversa, un’ottica collettiva che travalica i confini della coppia romantica o della famiglia per rivolgersi a un ordine globale, un mondo sempre più interconnesso ma al tempo stesso sempre più diviso e impaurito.