Azione, Cinecomic, Fantascienza

ZACK SNYDER’S JUSTICE LEAGUE

TRAMA

Determinato ad assicurarsi che il sacrificio finale di Superman (Henry Cavill) non sia stato vano, Bruce Wayne (Ben Affleck) unisce le forze con Diana Prince (Gal Gadot) con lo scopo di reclutare una squadra di metaumani, al fine di proteggere il mondo da un minaccia imminente di proporzioni catastrofiche. Il compito si rivela più difficile di quanto Bruce immaginasse, poiché ogni componente deve affrontare i demoni del proprio passato, per trascendere da ciò che li ha bloccati, permettendo loro di unirsi e formare finalmente una lega di eroi senza precedenti. Finalmente insieme, Batman (Affleck), Wonder Woman (Gadot), Aquaman (Jason Momoa), Cyborg (Ray Fisher) e Flash (Ezra Miller) potrebbero essere in ritardo per salvare il pianeta da Steppenwolf, DeSaad e Darkseid e dalle loro terribili intenzioni.

RECENSIONI


Che Zack Snyder avesse trovato una via del tutto inedita e personale per rappresentare al cinema l'anima nerissima dell'universo DC Comics era chiarissimo fin dal prologo di Man of Steel, il film che nel 2013 di fatto creò i presupposti per la nascita di quel mostro informe e indecifrabile che oggi chiamiamo DC Extended Universe. Sono infatti sufficienti pochi minuti della straordinaria apocalisse su Krypton per comprendere quanto siamo distanti sia dalla fumettistica visione di Richard Donner che dalla cupezza fiabesca di Tim Burton, per non parlare ovviamente dello spirito camp di Joel Schumacher; ma anche, e qui probabilmente stava la vera sfida dell'operazione, dal contemporaneo realismo di Nolan, la cui recentissima trilogia dedicata al Cavaliere oscuro aveva appena conquistato un successo di critica e pubblico tale da stabilire nuovi standard universali per i cinecomic. E ancora, Snyder non guarda neppure dall'altra parte della barricata (come invece, ad un certo punto, vorrebbe fare la Warner Bros.), ai primi fuochi di quella formula Marvel che si stava rapidamente consolidando e imponendo come il rito cinematografico più redditizio e importante del decennio. Ancora una volta dunque, il regista di 300 e Watchmen segue solo e unicamente se stesso, con un testardaggine che non si infrange neppure nella realizzazione di un blockbuster dedicato ad uno dei personaggi più celebri e amati della cultura popolare. Tra il realismo nolaniano e la calcolata leggerezza di casa Marvel, Snyder batte la strada terza dell'epica mitologica, pensando il cinecomic  (e di conseguenza la figura stessa del supereroe) con la stessa densità, la stessa importanza, la stessa serietà (sacrilegio!) di un grande poema epico.

Ora, nell'era della serialità, degli universi espansi, del definitivo trionfo della narrazione sulle peculiarità comunicative dell'immagine, emerge in modo ancora più evidente uno dei grandi fraintendimenti che da sempre accompagnano il discorso (il quale, nella sua superficiale ed estrema polarizzazione, nel suo ridursi sempre e comunque ad un deprimente tifo da stadio, è tra i più tossici del cinema contemporaneo) attorno a questo regista: nonostante i budget considerevoli, il target tutt'altro che elitario e il lavoro sempre interno alle maglie e alle esigenze di una major, Zack Snyder non è mai stato solo un narratore di storie. Il suo è un cinema di corpi e movimento, di esaltazione digitale del gesto e di immediata stimolazione, un tour de force ipercinetico e frastornante che corteggia l'astrattismo e osa privilegiare le potenzialità sensoriali dell'immagine, costruendo la meraviglia sempre al suo interno e non nell'articolazione circense e impossibile degli stunt (come ad esempio fanno le saghe di Mission: Impossible e Fast & Furious): un cinema che, in relazione al campionato in cui corre, osiamo chiamare estremo ed arrogante, e per questo, nei suoi momenti più alti, un cinema bellissimo.


Fin troppo facile, a questo punto, vedere in questo Zack Snyder's Justice League (non un generico “Director's cut” e neppure l'ormai proverbiale “Snyder Cut”) il manifesto più eloquente di un modo personalissimo e impermeabile di pensare il cinema d'intrattenimento contemporaneo. Il film sulla Justice League così-come-voluto-dal-suo-autore non è ovviamente il film che avremmo visto in sala nel 2017 se Zack Snyder e la moglie Deborah (produttrice), in seguito all'improvviso suicidio della figlia ventenne Autumn, non avessero scelto di abbandonare il progetto in piena fase di post-produzione, lasciandolo di fatto nelle mani di Joss Whedon (che già era stato arruolato dalla Warner Bros., la quale, spaventata dalle critiche ricevute per i toni cupi di Batman V Superman: Dawn of Justice, stava cercando maldestramente di “aggiustare” il tiro). Impossibile infatti pensare ad un'uscita in sala di un film di oltre quattro ore, e perlopiù così estremo e altro rispetto alle redditizie produzioni Disney che oggi, inevitabilmente, dettano legge. Ecco allora che il film, presentato sulla piattaforma HBO Max come fosse il regalo di Snyder ai fan che l'hanno così fortemente voluto (campagne social, presenza di una fortissima fandom, nette prese di posizione da parte delle star chiamate in causa: la vicenda è nota e interessantissima, ma richiederebbe altri spazi, altre ricerche, altre competenze), diventa anche l'occasione perfetta per un'altra, ennesima, definitiva e perfino commovente, prova di forza da parte del suo autore. Proprio come il suo protagonista, Zack Snyder's Justice League è allora un film che risorge dalle ceneri di un disastro produttivo annunciato, per provare a rimettere ordine nel mondo.

Insomma, quello che a livello eminentemente commerciale è stato visto e venduto come la risposta della DC al fenomeno Avengers è invece, prima di ogni altra cosa, il capitolo conclusivo della trilogia di Snyder dedicata alla figura di Superman, e quindi, in un certo senso, il perfetto controcampo della antecedente trilogia nolaniana su Batman. Anche qui l'approccio alla materia sposa alla perfezione le caratteristiche intrinseche del protagonista: così come Nolan, nel rappresentare il più umano dei supereroi, ha affondato le unghie nel caos urbano (e umanissimo) del presente, Snyder, nel trattare il supereroe che meglio di tutti ha saputo suggerire letture interpretative sulla sua natura divina, sceglie la magniloquenza del poema epico, alzando l'asticella capitolo dopo capitolo (nei toni, nelle forme, nella densità delle immagini) e andando progressivamente ad eliminare la componente umana dal racconto. Perfino Batman in quest'ultimo capitolo sembra accantonare le sue tipiche paure e ossessioni, quasi confondendosi con gli altri elementi super- della squadra, mentre il ruolo di Lois Lane qui appare molto ridimensionato; contrariamente alla pessima versione di Whedon inoltre, non ci sono figure umane da salvare nella final battle, nessuna famigliola in pericolo per la quale stare in pensiero. Lo scontro per evitare l'apocalisse riguarda gli dei, e loro soltanto: noi possiamo solo restare a guardare. Resiste invece - e probabilmente, viste le tragiche vicissitudine che hanno portato a questo film, non poteva essere altrimenti - un'insistente attenzione nei confronti delle figure paterne, spesso assenti o in cerca di riscatto (le vicende di Cyborg e Flash, l'epilogo intitolato A Father Twice Over…).

Su tutto questo però, spicca soprattutto il perverso desiderio di fare un cinema popolare senza freni e imposizioni esterne (e la storia recente della Warner Bros. è costellata di goffi interventi di questo tipo) o timori reverenziali, capace di affrontare pulsioni notoriamente “alte”, come le perplessità e i timori dell'Uomo di fronte all'onnipotenza divina e la difficoltà di essere un Dio fra gli uomini (Hard to Be a God, per dirla con German), utilizzando il linguaggio e il genere più popolare del decennio (il cinecomic certo, ma anche l'horror vacui tipico di una certa estetica videoludica: God of War 4, per dirla con Cory Barlog). L'uomo Leonida contro il divino Serse in 300, il divino Dottor Manatthan, Ozymandias e l'umanità nerissima in Watchmen, l'umano Batman contro il divino Superman in Batman V Superman: Dawn of Justice, con tanto di leitmotiv sulla volontà di far sanguinare il Dio mutuata ancora dal film sulla battaglia delle Termopili secondo Frank Miller (e che bello se qualcuno fosse riuscito a vedere quel tanto sbeffeggiato caso di omonimia materna che ribalta il rapporto tra i due supereroi, come l'estatica e paralizzante sorpresa della scoperta di un umano legame nel/con il divino): declinazioni diverse, ma la stessa costante ricerca, la stessa ossessiva coerenza. Una coerenza che, sottovoce per non scandalizzare nessuno, diremmo autoriale e che, come si suggeriva in apertura, si esprime non solo nelle tensioni narrative, ma soprattutto (e finalmente!) nelle ricorrenze stilistiche e di pensiero.

Come accade spesso, è sufficiente osservare i corpi: quelli dei supereroi di Snyder sono infatti corpi possenti, muscolosi e di una pesantezza che non potrebbe essere più distante dalla leggerezza e dalla velocità di casa Marvel. In barba ai fantasmi dell'immagine digitale, i corpi degli eroi di Zack Snyder dominano fisicamente uno spazio che vuole essere reale e, quando cadono, fanno davvero rumore (emblematico in questo senso lo scontro tra Batman e Superman nel film del 2016: lento, statico, vigoroso, capace come pochi altri di riprodurre al cinema la pregnanza degli scontri e la distruzione/transizione degli ambienti del picchiaduro Injustice: Gods Among Us). Ancora una volta, Zack Snyder's Justice League estremizza tale concetto, grazie all'utilizzo di un formato assolutamente inconsueto per il genere, un 4:3 che il regista aveva pensato per uno schermo IMAX, e che finisce per esaltare la dimensione statuaria e imponente dei corpi dei supereroi, eliminando di fatto qualsiasi distrazione dovuta allo spazio dell'orizzonte. Insomma, nei corpi e nella loro possente verticalità, Snyder cerca l'estasi, anche cristallizzando il movimento attraverso un utilizzo della slow motion mai così esasperante e accentuando in questo modo una composizione dell'immagine che spesso rimanda apertamente alla tradizione pittorica.

L'evidente parabola cristologica di Kal-EL (divinità onnipotente che scende sulla Terra per salvare l'umanità in Man of Steel; il dubbio degli uomini, il sacrificio, la morte e la deposizione del corpo in Batman V Superman; l'assenza, il caos e la risurrezione in Zack Snyder's Justice League) si chiude allora con un film talmente eccessivo, estenuante e frastornante da richiedere un vero e proprio atto di fede. Un film che è anche una video-installazione per l'era della streaming, una martellante maratona che dilata a dismisura i tempi dei movimenti e degli scontri e al contempo, nella sua rigida suddivisione in capitoli, flirta giocosamente ancora una volta sia con il cinema più autoriale e festivaliero, che con quello più popolare e domestico, fra binge-watching e iper-frammentazione narrativa. E ancora, è un film che nasce anche in risposta ad un'umanissima elaborazione del lutto, dentro e fuori dal racconto (l'utilizzo così puntuale di Distant Sky di Nick Cave, tratta da The Skeleton Tree, che a sua volta è diventato forse l'album più significativo del decennio sull'elaborazione del lutto di un padre per la tragica morte di un figlio, riesce a creare un cortocircuito nientemeno che straziante), e che tuttavia è straordinariamente ostinato nel cercare un cinema mastodontico, più grande della vita stessa; non importa se ingabbiato nei nostri modesti schermi domestici. Tra i molti dubbi sul futuro della visione imposti dai nostri tempi, una certezza: in un'epoca come questa, di distrazione dello sguardo e bulimia produttiva, abbiamo un disperato bisogno di un cinema così.