Drammatico

UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Titolo OriginaleThe Florida Project
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2017
Durata111'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Moonie, Scooty e Jancey vivono in Florida, in una zona degradata tanto vicina a Disneyland quanto lontana dal suo gioioso e spensierato benessere. Ma i tre hanno circa sei anni e riescono ancora a trasformare una realtà fatta di fast food, trash televisivo e quotidiana miseria in un’avventura alla Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Le tre simpatiche canaglie abitano in quei terrificanti motel coloratissimi ma squallidi che popolano le periferie della Florida, e i genitori dei bambini (anzi, le mamme, perché i padri sono del tutto assenti) non hanno un lavoro stabile, campano alla giornata, bevono, fumano e si prostituiscono per racimolare qualche soldo.

RECENSIONI

Orlando, Florida: Disney World. Proprio come accadeva in Tangerine, le vicende di Un sogno chiamato Florida si svolgono ad un passo dalla fiaba. Laddove però il frenetico girovagare della prostituta transgender Sin-Dee Rella (nomen omen) alla ricerca del suo principe (azzurro) implicava un distacco dal fiabesco di tipo eminentemente temporale (siamo alla vigilia di un Natale la cui magia sarà comunque in grado di ricucire i rapporti incrinati), nel pedinamento della piccola Moonee la distanza è soprattutto di tipo spaziale. Un sogno chiamato Florida infatti è un film sullo spazio, su ciò che questo rivela e su ciò che invece nasconde, sul dolore celato (eppure visibilissimo) dietro le superfici scintillanti dell'American way of life. La materializzazione più immediata di questo mondo da sogno è lì a due passi, a distanza di una innocente corsa infantile: il Walt Disney World, il regno magico, il castello fatato. Tutto così vicino, eppure così lontano. Lo sguardo di Sean Baker (nome ormai tra i più rilevanti del panorama indipendente americano) è stato da sempre rivolto verso gli ultimi, scarti di una società in cui per loro non ci sarà mai spazio e le cui sofferenze sono celate al di là dello specchio incantato. Perché è tutta una questione di immagine, è sempre una questione di immagine. Lo squallore del motel in cui vivono i personaggi del film (ma anche degli altri spazi che occasionalmente frequentano) è percepibile solo dall'interno: all'esterno, la superficie è luminosa quasi quanto le attrazioni del parco a tema, un Magic Castle color lilla decisamente kitsch, perfetto per occultare in bella vista le numerose storie di disagio che ospita. Disneyficazione dell'immaginario: ma le termiti vivono dietro il materasso.
Ecco allora che si perdona facilmente a Baker il didascalismo che spesso pervade la messa in scena, perché decisamente funzionale al disegno complessivo: l'obiettivo del cineasta americano non è certo quello di nascondere il suo messaggio attraverso ambiziose allegorie (sarebbe quantomeno paradossale), bensì di portare alla luce, di rendere immediatamente visibile e facilmente leggibile ciò che l'immagine (di Disney World, della Florida, dell'America) continua a celare.
Difficile non apprezzare la sincerità d'intenti, la padronanza del mezzo e del linguaggio, l'aderenza al punto di vista innocente e pestifero tipicamente infantile così come la prossimità empatica del cineasta nei confronti dei suoi personaggi, che si concretizza in un commovente anti-happy ending che ancora una volta accarezza e schiva beffardamente la fiaba: un fugace momento di felicità rubato (nel vero senso della parola: il finale è stato girato di nascosto con un iPhone 6 all’interno del Walt Disney World) alla miseria della vita.
Straordinaria la direzione degli attori: Willem Dafoe giganteggia, ma è attraverso gli occhi e l'esuberanza della piccola e bravissima protagonista (Brooklynn Prince, 7 anni) che emerge quel senso di divertimento effimero e un po' malinconico insito in ogni parco a tema e che qui detta in modo puntuale il tono del film.