Commedia, Drammatico, Recensione

UN ALTRO GIRO

Titolo OriginaleDruk
NazioneDanimarca, Svezia, Olanda
Anno Produzione2020
Durata117'
Scenografia

TRAMA

Martin, un professore di scuola superiore, scopre che i suoi studenti, i suoi coetanei e persino sua moglie lo trovano noioso, apatico, cambiato. Non è sempre stato così: è stato un docente brillante e un compagno appassionato, quando era più giovane, ma ora è come spento. D’accordo con i colleghi e amici Tommy, Nicolaj e Peter, decide allora di cominciare, insieme a loro, a bere regolarmente ogni giorno, per supplire alla carenza di alcol che l’uomo si porta dietro dalla nascita, secondo la teoria del norvegese Finn Skårderud.

RECENSIONI

Dodicesimo elemento di una filmografia peculiare, Un altro giro è il terzo film aristocratico di Thomas Vinterberg, cofondatore con Lars Von Trier di Dogma 95, banda armata cinematografica per antonomasia degli anni '90. Festen, Il sospetto e Un altro giro sono film premiatissimi e acclamati universalmente tra i migliori della loro stagione in mezzo a opere generalmente poco apprezzate e ricordate, a volte operazioni alimentari realizzate con la mano sinistra. Sono molti i fili rossi tesi tra i tre apici in fatto di regia, temi e attori. Nato artisticamente firmando il manifesto Dogma e giurando di astenersi dal gusto personale e aborrire ogni spettacolarizzazione per poter trarre la verità da personaggi e ambientazioni, Vinterberg - proprio come Von Trier - ha infranto spettacolarmente e gioiosamente i voti di castità, per esempio girando un kolossal sull'affondamento di un sottomarino nucleare, Kurks. Torna però in prossimità di territori Dogma, non ortodossi, quando il gioco si fa serio. C'è molta camera a mano in Un altro giro e soprattutto c'è una regia tanto consapevole e precisa (candidata all'Oscar) da sparire e aderire millimetricamente al momento. Vinterberg è tanto bravo da non far pesare il trucco ma la sua direzione accompagna esattamente il grado alcolico dei suoi protagonisti, aiutata da intepretazioni magistrali. E se, nel corpo centrale, la cifra si assesta sul suddetto "naturalismo etilico", il film è incastonato tra due parentesi (due esplosioni, una molla a lungo trattenuta che salta) che ne fanno fiorire il senso - la gara sul lago e la parata dei diplomati - quando le inquadrature, le immagini si permettono l'espressionismo, il simbolismo.

Un altro giro è un film di attori. Mads Mikkelsen, come già ne Il sospetto, è un protagonista straordinario, versatilissimo, in grado di muovere lungo una gamma espressiva che va dal minimalismo delle espressioni immobili all'improvvisazione mattatoriale al recupero nella sceneggiatura di elementi biografici che vanno a confondere i piani del personaggio (Mikkelsen ci nasce ballerino e ginnasta). C'è poi l'altrettanto eccezionale Thomas Bo Larsen, veterano di tutte le tre principali campagne vinterberghiane, protagonista delle scene con il giovane allievo "quattrocchi" che hanno una tenerezza che ricorda Kitano se non direttamente Chaplin. Anche Magnus Millang e Lars Ranthe sono attori ricorrenti: Vinterberg ha assemblato il gruppo di quattri amici secondo criteri di familiarità e affiatamento per poi lasciarli improvvisare, per fare del film un esperimento a più livelli, nel coincidere di trama e struttura. Il film racconta dell'applicazione della tesi dello psichiatra Skarderud, secondo cui il sangue umano manca della concentrazione dello 0,05% di alcol che andrebbe ingerito e mantenuto costante, e delle diverse, impreviste conseguenze; allo stesso modo le premesse teoriche del film vengono disattese, si prendono tangenti, si perde ogni rigore e qui sta il bello.

Quello che, dopo il magistrale Il sospetto, appare nelle prime battute un altro studio su alcolismo, repressione e mascolinità tossica nella società protestante danese e un altro capitolo di un prolungato j'accuse contro la borghesia cominciato - col botto - da Festen, una ricognizione dei fondi tribali, dionisiaci e feroci del passato vichingo sotto l'apparente pace della progredita nazione scandinava piena di riti ancestrali e prove iniziatiche appena dissimulate, cui si sommano un discorso fisheriano su performatività e produttiva sul lavoro come nella vita alienata del tardo capitalismo e il reagente biografico, anagraficamente giustificato, della crisi di mezza età si rivela invece un oggetto diverso che, alle conclusioni logiche, preferisce il salto vitalistico risultando molto più in sintonia con i bisogni profondi del momento storico attuale. Vinterberg, nato e cresciuto in una comune, racconta che la sua prima esperienza formativa di imprinting fu la tavola, divenuta luogo cardinale di molti suoi film: lì tutti si radunavano e recitavano il proprio io migliore, molto diverso da quello che motravano in privato. Anche Un altro giro si apre e chiude (dopo e prima le due parentesi di slancio adolescenziale) con un gruppo di amici, professori, a tavola. Festeggiano un quarantesimo compleanno ("l'età cupa dei vinti") e ordinano vini, vodka, birra come non ci fosse un domani. Si aprono, tolgono maschere, confidano insoddisfazioni reciproche. Segue una scena di regressione alcolica in cui, nella luce livida della notte nordica, si lasciano andare a giochi e balli. Da lì germina l'idea di evadere dai tristi menage, dalle passioni tristi, dall'imborghesimento della mezza età tramite alcolismo controllato. L'obiettivo, già nietszschiano, è ottenere una "personalità musicale", più autostima, più coraggio, più apertura. In particolare il protagonista, professore di storia svogliato e deluso, sconta una completa estraneità da una classe che non lo segue, non lo riconosce. L'esperimento di Skarderud in una prima fase porta esiti trionfali: i quattro quarantenni alla deriva superando nevrosi, alienazioni, inibizioni si emancipano dalle aspettative sociali. Martin (Mads Mikkelsen) non soltanto ravviva un matrimonio cadaverico ma riesce a stabilire una connessione con i teenager proprio grazie al grande comune denominatore intergenerazionale nordico: l'etilismo. I quattro da relitti si fanno trascinatori, trovano un ruolo che ha e dà senso e posto nel mondo nell'essere finalmente utili a qualcuno. Non lo trovano, lo costruiscono: ponendosi a un livello (alcolico) leggermente sfasato dal mondo normale, smettono di prenderlo per l'unico possibile e ribaltano creativamente l'insegnamento come ingranaggio sociale su catena di montaggio e, compiendo un sacco di gesti scorretti e proibiti, reinventano una diversa figura di guida, diversa dai feroci maschi alpha vichinghi che vanno a caccia ritratti ne Il sospetto. Insegnano a non prendere troppo sul serio il gioco della competizione e della performance. Gli sguardi degli studenti si accendono: se prima vedevano dei vecchi trasparenti, ora hanno negli occhi la luce innamorata di chi osserva il proprio eroe, il proprio salvatore. Nikolaj consiglia a un ragazzo già in pieno burnout da aspettattive sociali di bere prima degli esami e così gli insegna come non soccombere. Non a caso quel ragazzo viene interrogato su Kierkegaard e sul concetto di "ansia". Un altro giro è una staffetta tra due filosofi.

Il grande danese e primo esistenzialista Soren Kierkegaard apre il film con una citazione folgorante: «Cos'è la giovinezza? Un sogno. Cos'è l'amore? Il contenuto di un sogno». Non solo l'obiettivo bensì anche la determinazione antirealistica della ricerca dei protagonisti sono già definiti. La fuga dalla realtà squallida verso territori più densi non è necessariamente un viaggio a ritroso perché la giovinezza è un'utopia e quindi sta dappertutto e in nessun luogo. Kierkegaard tematizza la chiave di volta, la liberazione musicale: in sede di esame il ragazzo spiega che l'ansia ha a che fare con il modo in cui l'essere umano si rapporta al concetto di fallimento e alla consapevolezza - che coincide con la crisi di mezza età - di avere già fallito. Accettarsi come essere fallibili è la precondizione per amare gli altri e il mondo. Georges Bataille direbbe che solo attraverso la ferita  due esseri umani possono toccarsi. Il film mostra i trionfi e i disastri dell'alcolismo programmatico, specialmente quando l'esperimento sfugge di mano, si perde la misura e il controllo, si cerca il "tasso massimale" e, dopo una sbronza di sazerac, le cose precipitano. Se fino ad allora ci si muoveva nel perimetro molto contemporaneo della quantificazione, misurazione e traduzione in cifra di ogni esperienza - strano non ci fosse una app collegata agli etilometri - il salto nietzschiano nell'eccesso e nella degenerazione ha effetti comici ma anche tragici. Chi perde il lavoro, chi perde la famiglia, chi la vita. La morte-in-vita, il vivere per la morte di un triste menage borghese è stato superato. È stato un assalto all'ordine del mondo e, come ogni manovra bellica, ha comportato perdite e sbandamenti. Per i superstiti si è spalancata la vita vera con i suoi elementi brucianti di gioia e tragedia. Raggiungiamo territori pienamente nietzschiani nel finale che non ti aspetti da Vinterberg. La risposta all'appello - l'avvicinarsi della parata mentre i tre professori celebrano il caduto con una simmetrica cena luttuosa - è il sì alla vita nella sua bruciante pienezza dicotomica. Thomas in particolare accetta il caos interiore e ne riconosce la bellezza quando, in mezzo agli studenti che festeggiano la maturità e portano in trionfo i professori, partorisce una stella danzante sulle note della hit danese What a life degli Scarlet Pleasure. Anche qui un elemento prosaico (teen ubriachi su un carro che ballano il pezzo pop, dimenticabile, del momento il cui testo si fa mantra cosmico) viene trasfigurato a un piano filosofico radicale. Un altro giro è il film in cui Vinterberg manipola oggetti culturali con la massima abilità modernista, eliotiana. Infatti aveva già anticipato tutto il canto religioso detournato verso Nietzsche che accompagna un montaggio alternato dell'ultimo viaggio in barca di Tommy e della promozione (rito di ingresso all'età adulta) dei ragazzi, in una commovente immagine del  ritmo cosmico e della sua accettazione: «Amo questo mondo vario nonostante il bisogno e la sfida. Per me la Terra è bellissima come al tempo dei patriarchi. Ho pianto come gli altri per il dolore perché la mia bolla è scoppiata ma la bolla non è il mondo».

Un altro giro è un film il cui senso è l'andare alla deriva, finire come feel good movie dopo aver abbandonato la forma e il metodo, dopo aver giustapposto svariati registri senza preoccuparsi di armonizzarli in un impeccabile tono standard (Il sospetto), rinunciando a trarre conclusioni e giudizi, a snudare gli orrori della borghesia protestante, ad essere spietato (Festen). Vinterberg stavolta sceglie coraggiosamente, controcorrente di non giudicare bensì di affermare. E di sfidare un'epoca moralista sul terreno ipocrita della lotta alla droga e al doping quando la stessa società pretende performance inattuabili senza sostegni chimici (che si tratti di alcol, psicofarmaci e sostanze eccitanti) presentando gioie e dolori della dipendenza ma tutto sommato concludendo positivamente sugli effetti emancipatori dell'alcol nel rendere musicale l'esistenza. A differenza dei grandi film di denuncia sull'alcolismo come piaga sociale, dopo i titoli di coda viene voglia di un bicchiere, eccome. È una singolare coincidenza che film girati nel 2019 ma usciti in piena pandemia - un altro è Estate ‘85 di François Ozon -  abbiano lo stesso impianto caotico risolto dallo scatenarsi di una danza nonostante tutto. Un altro giro è anche L'attimo fuggente che non si limita a indicare la spietatezza dell'ideologia capitalista senza credere nella possibilità di un'alternativa per cui il professor Keating, per quanto beautiful, ne esce da assoluto e irrecuperabile loser. Gli anni '80 sono finiti da oltre tre decenni: abbiamo altri, enormi problemi ma almeno si può ricominciare a immaginare una vita disadattata e felice. Un altro giro è il film che non ti aspetti ma di cui abbiamo tanto bisogno e regala col fermo immagine del salto finale di Mikkelsen una potentissima icona liberatoria in tempi di prospettive - mentali e fisiche - anguste.