Commedia, Drammatico

THE WOMEN

Titolo OriginaleThe Women
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2008
Durata114'
Sceneggiatura
Tratto dadalla commedia di Clare Boothe Luce e dalla sceneggiatura di Anita Loos e Jane Murfin del film “The women” (1939)
Montaggio
Scenografia
Musiche

TRAMA

Le relazioni tra quattro donne della New York bene.

RECENSIONI

E' impossibile, trattando di un remake, prescindere dal riferimento originale, conoscendolo, esattamente come, ascoltando la cover di un brano musicale, è inevitabile il confrontarlo con la sua fonte. Parlando di The women il paragone con il film del 1939 (non tra i miei Cukor preferiti, tra l'altro) s'impone poi d’autorità e sulla base di una desolante constatazione: che l'originale è molto più ardito, provocatorio, coraggioso, e cinico del suo epigono (un altro ce ne fu negli anni 50) che esce (lunghissima è stata la gestazione, se ne parlava da lustri - il possibile cast è stato oggetto di ampio e circostanziato gossip -), a settant'anni dal primo: trascorsi invano, visti i risultati. Cosa è rimasto delle meravigliose figure che popolavano il film di Cukor? Dello spirito combattivo, irriverente, fortemente individualista, ma anche forte, scorretto, crudele di quelle donne pronte a tutto per ottenere quello che volevano? Nulla, pare. Alla English sembra essenziale rassicurare lo spettatore, ammansirlo con una rappresentazione piana e senza spigoli; le sue donne sono dunque solidali, se si fanno lo sgambetto sono pronte a pentirsene, non provano dolore che non possa essere sanato dal mutuo soccorso (presentato come carattere sessuale primario) e, pur tra qualche scaramuccia, rimangono fondamentalmente alleate nella lotta al loro nemico numero uno: l'Uomo (invisibile). Roba da manualetti di sociologia spicciola che fa ridere, certo, ma non proprio per le ragioni che si vorrebbero. Si prenda quella che è la grande invenzione della commedia di Clare Boothe Luce: il personaggio di Sylvia Fowler. Mentre l'impagabile Rosalind Russell era una creatura di raro cinismo e opportunismo matematico, impastata di realtà, che cambiava atteggiamento col cambiar del vento, che non si fermava dinnanzi a nulla per rimanere a galla nella imperitura lotta per conservare il proprio status nell'alta società alla quale apparteneva (un milieu che ragiona, ancora oggi, nello stesso spietato modo), qui invece l'adorata Annette Bening è una creatura che nonostante svolga la professione più spregiudicata del mondo (la direttrice di una rivista di moda), se è vero che vende la sua amica per mantenere il timone del magazine, è vero altresì che viene investita all'istante da una valanga di scrupoli, facendosi protagonista di un festival del rimorso che culmina in una patetica redenzione e in una piena assoluzione: nel pubblico non deve sorgere, nemmeno per un attimo, il sospetto che una donna possa essere, esattamente come un uomo, una 'vera stronza', c'è sempre spazio per uno spiraglio di comprensione, per un ravvedimento improvviso o per una missione celeste che caschi dall'alto (nello specifico: consigliare la problematica figlia dell'amica tradita, anoressica potenziale, ça va sans dire) e che tutto andrà a sanare. Per non parlare del personaggio dell'amante, cui Joan Crawford, in poche ma illuminanti apparizioni, conferiva uno spessore straordinario, facendone una macchina intelligente che usava il sesso come arma strategica, che domava, dall'alto di una suprema maestria nell'uso dell'arte della seduzione, il maschio danaroso di turno. La stessa figura è, nella logica degli infausti tempi che viviamo, semplicemente una bomba sexy che, se manifesta a tratti un barlume di consapevolezza di sé, il più delle volte lo vede sparire dietro una cortina di ingenuità che farebbe quasi tenerezza se non confinasse pericolosamente con la mentecattagine.

Insomma The women (2008) ci dice in maniera chiara che l'intelligenza delle donne è sempre volta al Bene, e che se una donna agisce Male o lo fa per necessità ultima (pentendosene puntualmente) o perché è un'idiota: roba da falso vangelo, espressione deteriore di un sessismo (oh sì) veramente codino e sostanzialmente retrogrado che ci porta a concludere che il codice Hayes, in vigore all'epoca dell'originale, fosse alla fine meno rigoroso del subdolo codice ultrabuonista in vigore oggi, un perverso diktat tacito che impedisce di esprimere certi concetti, di dire certe cose percepite come destabilizzanti (per quanto palesemente vere), laddove negli anni d'oro la censura riguardava non tanto gli argomenti esposti quanto il modo di esplicitarli, risolvendosi in una mera questione di forme.
Detto ciò riguardo al sostrato, va riconosciuto al film il merito di non distruggere completamente l'ordito originale e di usarlo a tratti per imbastire una garbata commedia drammatica che riesce a intrattenere senza strafare; certo l'idea centrale di un film di sole donne, in cui l'uomo è solo evocato e giammai vi appare, era resa da Cukor con splendida naturalezza, tanto da sembrare, quel vuoto maschile, sublimemente accidentale: in questo caso la regista preme sull'acceleratore e fa del contesto narrativo un vero e proprio mondo marziano, un Pianeta Donna dove l'uomo non si incrocia neanche per strada, forzatura che lunga la dice sulla raffinatezza ideativa della Nostra, che si concede anche una citazione della splendida sequenza del defilé (uno dei momenti cinematografici più belli del film del '39), qui risolta con svogliata professionalità. La partita si gioca meglio sul campo delle interpretazioni: la Ryan (che ha cambiato faccia) è decisamente a suo agio nella parte della docile Mary, anche se alle prese con un personaggio paradossalmente decolorato; la Bening si destreggia da par suo nella parte di Sylvia che rimane, pur nella colata di melassa di cui si fa ricettacolo, ancora il perno del film; a Jada Pinkett Smith compete la decodifica della zitella cukoriana; Cloris Leachmann (non la si vedeva da anni) si disegna bene il rude personaggio della governante; Candice Bergen [1] funge da segnalibro vivente; Eva Mendes offre, con generosità opinabile, quello che le si chiede.

[1] Protagonista con la Bisset dell'ultimo film di Cukor, Ricche e Famose, anche allora nel ruolo della madre di una giovanissima Meg Ryan al suo debutto.