Fantascienza, Recensione

MATRIX RESURRECTIONS

TRAMA

Thomas Anderson è il creatore della serie di videogiochi di successo The Matrix. In una caffetteria locale, Anderson incontra spesso Tiffany, una donna su cui ha basato Trinity, un personaggio del gioco. Anderson segue, inoltre, le indicazioni del suo terapeuta che gli prescrive delle pillole blu ma, a un certo punto, smette di prenderle.

RECENSIONI

Visto il quarto capitolo, il primo aggettivo che mi sovviene parlando di Matrix (la saga) è: preterintenzionale. Il Matrix originario era un capolavoro il cui impatto è andato forse oltre i suoi meriti intrinseci: intanto il sostrato filosofico, con tutto il discorso sul libero arbitrio, sulla verità che ti renderà libero (ma solo quando avrà finito con te), sul mondo come volontà e rappresentazione, reggeva, ed era talmente chiaro e insieme talmente vago, da stare in perfetto equilibrio tra l’apparente profondità e l’apparente leggerezza; poi c’erano l’armamentario visivo (bullet time, freeze frame multiangolo), invecchiato velocemente ma che faceva la sua figura, e il cocktail postmoderno (si può ancora usare il termine postmoderno?) di generi, stili e stilemi, che era il cocktail giusto al momento giusto. Smarrita la sorpresa iniziale, i due sequel giocavano a carte scoperte e, specialmente col senno di poi, già smascheravano il primo film, ridimensionandolo – di nuovo – preterintenzionalmente, riconducendo il (quasi) tutto alla non nuovissima storia del futuro in cui le macchine prendono il sopravvento sull’uomo e “approfondendo” il discorso filosofico in un modo talmente verboso, arzigogolato e involuto da complicarlo da un lato, banalizzarlo dall’altro fino a sconfinare nell’autoparodia – perdonatemi – preterintenzionale.

Il che ci porta a Resurrections, ideale (concettualmente parlando) proseguimento di Reloaded e Revolutiuons, dei quali sembra esplicitare le componenti meta-meta, gli intenti disinnescanti e soprattutto le derive parodiche. Mai come stavolta, infatti, Matrix gioca apertamente col proprio mito, si prende in giro autocriticamente e vira al comico alcuni suoi tratti distintivi e caratterizzanti. E ce lo dice, anche. Il nuovo Morpheus si burla del vecchio, dei suoi ingressi a effetto, del suo blaterare altisonante; le pillole blu vengono derubricate a banale terapia medica; perfino la colonna visiva dei precedenti Matrix(es) viene tematizzata e (auto)ironicamente inserita nel tessuto narrativo del film (il bullet time col quale si diverte l’Analista, chiamandolo proprio bullet time). Ora, è tutto molto intelligente, ben fatto, divertente, e c’è anche una sequenza post-credits che, se possibile, esplicita ancora di più la natura ultra-meta-auto-parodica di questo sequel, che è un po’ anche un remake nel quale si condensa la trilogia classica. Sorge però, mi pare, un problema: Lana Wachowski riesce comunque a far funzionare il giocattolo mentre lo smonta e lo deride? Riusciamo, insomma, a godercelo, il film? A che livello? Non è che, di nuovo, gli intenti autoriflessivi sono sfuggiti di mano e finiscono per sconfinare nel sabotaggio?

C’è una sequenza a mio avviso chiave, da questo punto di vista, ed è quella in cui Tiffany  ha l'agnizione epifanica, torna in sé e, nuovamente Trinity, congeda in malo modo il marito matrixiano per poi spaccare tutto. E’ un momento epico o parodico? Vuole indurre esaltazione o sollazzo? C’è da tifare o da sghignazzare? Io non sono sicuro di averlo capito ma, sospetto, la stessa regista non aveva le idee molto chiare. Non mi sembra, insomma, che Matrix Resurrections abbia quella scaltrezza depalmiana e/o emmerichiana che gli consente di districarsi tra più gradi di lettura per rendersi godibile da più categorie di spettatori. Qui siamo più nel territorio dello spaesamento trasversale: il fruitore smaliziato capirà, ovviamente, l’antifona ma rischierà di annoiarsi, derubricando il film a scherzo strutturalista fuori tempo massimo e tirato per le lunghe, mentre il “comune fan della saga” potrebbe sentirsi tradito, o preso in giro, da una meta-satira retroattiva che non solo non lo diverte qui e ora ma getta ombre inquietanti anche sul prima. Meta-satira, peraltro, diegetizzata a dovere, visto che per un po’ siamo portati quasi a credere che i precedenti Matrix fossero solo dei videogiochi.
Quella di Resurrections è un’operazione sicuramente interessante, coraggiosa nel suo essere beffarda/dinamitarda ma ancora più rischiosa di quello che sembra (e, azzardiamo, vuole). Si rischia, insomma, di rimanere delusi sia scegliendo la pillola rossa che la pillola blu.

Enter the Matrix, Again: Satì, il post-cinema, l’imperfezione

«L’usura, che provocava in altri tempi lo spleen o la rivolta, termina in una ricerca preclusa che si arresta alle soglie dell’insignificanza» (Greimas 2004, 63)

Nell’ultima scena di Matrix Revolutions (Wachowskis, 2003), in chiusura di una trilogia da molti considerata ingiustamente negletta – il primo capolavoro, gli altri due immondizia – la piccola Satì chiedeva all’Oracolo se avremmo ancora rivisto Neo. “Suppongo di sì”: così rispondeva uno dei personaggi più iconici della saga che aveva accompagnato il mondo intero nel passaggio dal vecchio al nuovo millennio, contribuendo a un ripensamento del cinema blockbuster in chiave filosofica e guadagnandosi a pieni voti un posto d’onore nel gotha dei non troppi film capaci di definire interi immaginari.
Il dialogo fra Satì e l’Oracolo avveniva dopo una formattazione completa della matrice: Trinity e Neo si erano sacrificati, l’agente Smith era stato sconfitto anzitutto dalla propria smania di potere, l’Architetto, portavoce dell’estetica macchinica, si era dichiarato – ancorché scettico – disposto a un armistizio che avrebbe segnato una nuova era di pace fra umani e intelligenze artificiali. Che proprio Satì, figlia “illegittima” dei due programmi Rama-Kandra e Kamala, comparisse sul finale assieme alle più alte cariche del Sistema, ci dava un senso di pace. La piccola infatti era a tutti gli effetti un errore; nata dall’amore di due programmi essa costituiva l’emblema di un’inutilità che il sistema considerava da epurare. Chi installerebbe mai sul proprio computer un software che non serve? Quei due programmi non dovevano amarsi, e lei non doveva, semplicemente, esistere. Se Neo era in un certo senso un errore culturale, l’eroe che fra le due “vite distinte” (così gli diceva Smith durante il loro primo incontro) sceglieva quella fuori dal mondo-alveare (non era infatti l’Eletto per innatismo, ma per volontà), Satì si dava come anomalia naturale, la cellula-scoria che l’organismo normalmente rigetterebbe, e che invece alla fine riusciva a trovare un proprio posto fuori dal dominio della mera funzionalità, e dentro quello della creatività: era proprio da lei che si generava il meraviglioso tramonto che segnava la fine e l’inizio di un nuovo ciclo di Matrix.

Così si concludeva un viaggio fantascientifico e mistico, all’interno di un universo che Lana e Lily Wachowski si erano sforzate di conchiudere all’interno di una “armonia di precisione matematica”. Poi però, quasi 20 anni dopo, in un mondo irrimediabilmente cambiato, la perfezione pitagorica della triade viene rotta da un sequel, che forse è anche un remake (a tratti addirittura shot-for-shot), che però magari è anche un reboot. Matrix Resurrections  è in effetti la trilogia che esorbita, che esce, fieramente, da se stessa. Dopo l’immane sforzo di cauterizzare coerentemente le svariate stratificazioni della Matrix originaria, ecco che arriva un quarto film, immediatamente fuori posto, orgogliosamente anomalo. Matrix Resurrections  è insomma Satì: il parto inaspettato di un amore, che reclama il proprio posto nel mondo, anche se in molti, probabilmente, saranno infastiditi alla sua vista, considerandolo sbagliato se non offensivo. E invece è proprio nel suo manifesto tradimento che andrebbe accolto, come quell’atto di hacking che in fondo rappresenta. Se infatti i protagonisti dei film precedenti erano, anzitutto, hacker, aggiratori di regole, smontatori di sistemi, allora Matrix 4 va a sua volta forse inteso come una sorta di auto-debunking. Una volontaria operazione di desacralizzazione del sé, che, così come accadeva con Matrix 1 (Wachowskis, 1999), riscrive le regole non solo per il divertimento da giocattolaio-demiurgo che vi è alla base, ma anche per mostrarcene il funzionamento come atto intrinsecamente politico: l’ingranaggio, il codice, è naturalmente, ancora, la meta-parola d’ordine. Prima si scardinavano le porte della postmodernità, ora si infrangono quelle del post-cinema. L’intera prima metà del film è invero un meta-film spinto quasi oltre la degenerazione, che ci richiede enormi sforzi cognitivi: dobbiamo dunque rivedere l’intera trilogia sotto una nuova luce? Era tutto un (video)gioco? Ecco le prime tracce del meta-post-cinema: siamo di fronte a un film così potente che agisce con effetti di retrodeterminazione. Procedimento tipico e in un certo senso sintomatico di un presente che, incapace di immaginare un futuro che non sia catastrofico, riscrive, un po’ onanisticamente, il passato. Vi sarà forse capitata una sensazione simile guardando, sempre in questi giorni, Spider-Man: No Way Home (Watts, 2021); dopo la visione, inevitabilmente, si deve ricostruire l’esegesi dei film che lo hanno preceduto, anche quelli di Raimi e di Webb, notoriamente fuori dal canone MCU.

Neo dunque non è morto, e nemmeno Trinity. O meglio, sono morti ma anche resuscitati da quelle stesse macchine che, un po’ cinicamente, li hanno reinseriti nel sistema modificandogli la memoria e mettendo lui a lavorare, nomen omen, per la “Deus Machina” (Deus ex machina era il nome dell’interfaccia finale con cui Neo negoziava la nuova pace), come programmatore di videogames, e lei a fare la mamma a tempo pieno. Così si riparte da zero, o meglio da uno, perché tutto si configura come un livello superiore all’interno di una mise en abyme entro la quale si possono inscrivere contemporaneamente il proseguimento della storia, in realtà quasi sempre uguale a se stessa, ma soprattutto la pietra tombale su decenni di teorie e interpretazioni. Cos’è Matrix? Cosa rappresenta? Armi senza senso? Neo(di nome e di fatto)platonismo? Racconto sull’identità di genere camuffato da epopea metafisica? Cripto-anarchismo contro il capitale? Perché è divenuto quel fenomeno di culto che è divenuto? Di tutto questo parla Matrix Resurrections, dismettendo programmaticamente la seriosità che aveva caratterizzato la trilogia originaria, prendendosi in giro con un’intelligenza che immediatamente ci suggerisce di non stare semplicemente assistendo a una vuota auto-parodia. Matrix è sempre più difficile. Il Merovingio privato della sua cafona eleganza e ridotto alla versione caricaturale di un clochard sbraita così ridicolmente a Neo da fare, come direbbe il pubblico del 2022, cringiare un po’ chiunque, sia in sala che nel film. Tutta la catartica epicità della dicotomia pillola rossa-pillola azzurra è depotenziata impietosamente: ora le pillole azzurre sono antidepressivi, e quando Neo prende quella rossa lo fa con un sonoro “Vaffanculo”. Quel precipitato di austeri e un po’ compassati filosofemi che era Morpheus oggi è un software con le sembianze di un giovanotto cazzaro, che scimmiotta letteralmente le battute del suo predecessore (“Bla bla bla”) e anziché presentarsi con tuoni e fulmini alle spalle esce ridacchiando da un bagno. Quando Neo si libera, ancora una volta, e va ad Io (la nuova Zion) un giovane cadetto gli dice “Allora sei reale”, ed egli risponde “Ancora questa parola”. Tutto il binarismo di cui erano intrisi i primi Matrix viene liquidato a più riprese (“E la chiami scelta questa?”), rivelando definitivamente come Matrix Resurrections  sia anzitutto consapevole di un cambiamento non solo di tecnologie, ma anche e soprattutto di Zeitgeist. Sul finale addirittura, dopo aver sconfitto il nuovo, macchiettistico cattivo, la cui forza deriva, guarda un po’, dall’aver interiorizzato il bullet time che consacrò il primo Matrix a capolavoro anche tecnico (“Me lo hai insegnato tu!” dice a un incredulo Thomas Anderson), Trinity e Neo lo salutano con vere e proprie risatine, prima di librarsi felicemente in volo. Già perché, dulcis in fundo, è proprio Trinity alla fine a risolvere tutto, in uno slittamento prospettico tanto telefonato quanto, dopotutto, doveroso, mentre il Nostro vecchio eroe si aggira per buona parte del film sfoderando, al posto della vecchia tonaca pretesca, uno sguardo inebetito.Ci sarà tempo e modo di dissezionare Matrix Resurrections in lungo e in largo, di trovarne – se ci sono – le sbavature di sceneggiatura, di valutarne la robustezza visiva, registica, recitativa. Per ora ci basta leggerlo come la piccola Satì, che qui infatti ritorna, cresciuta, come vera custode dei destini del mondo. Ci basta cioè vederlo come quell’imperfezione orgogliosa e rigogliosa, che in Matrix fa, anche vent’anni dopo, anche con qualche ruga in più, la differenza fra schiavitù e libertà. Il giocattolo è rotto. L’equazione è finalmente, perfettamente sbilanciata. Di nuovo.

Riferimenti bibliografici
A.J. Greimas, Dell’imperfezione, Sellerio, Palermo 2004