TRAMA
Vita di Jim Morrison, leader di un gruppo rock storico della seconda metà degli anni sessanta, poeta maledetto segnato dall’episodio infantile in cui vide morire uno sciamano indiano.
RECENSIONI
Vale la pena aver dato in pasto alle masse la propria anima, se un solo individuo fra quest’ultime, infine, è in grado di apprezzare appieno la tua arte: Jim Morrison (“Le Porte” del titolo sono le sue, della band si parla meno) ha trovato Oliver Stone, che ne restituisce una personale interpretazione iconica (tutta sua: spurie le rimostranze della band), figurativamente allucinata per richiamare sia il trip di acidi che (in tutti i sensi) percorreva gli anni sessanta sia la ricerca artistica e spirituale del protagonista. La sua (co) sceneggiatura allaccia i punti nodali di una personalità con le salienti tappe biografiche e l’espressione artistica, restituendone un quadro sublime, tanto complesso quanto unitario. Genio per genio, poco apprezzato dai più, ma fa parte del gioco: l’opera è una meravigliosa ode in onore di un poeta affascinato dagli sciamani indiani, dalla morte, dall’eccesso, dall’ignoto e dal percorso oltre il “muro”, le porte. Una personalità in contro-tendenza in cui Stone si riconosceva anche quando decise di arruolarsi per la guerra del Vietnam contro a dispetto dei pareri contrari di parenti e amici. Le immagini, le sequenze metafisiche hanno dell’incredibile nel modo in cui riescono ad evocare la potenza delle musiche di una delle più grandi band rock di tutti i tempi. È palpabile l’amore, la venerazione per il poeta dell’autore (emblema di un periodo in cui si poteva dire e fare qualunque cosa: ‘Break on through to the other side!’), che scrisse un’embrionale versione della sceneggiatura (intitolata “Break”: sul Vietnam, su Jim Morrison, su di un ragazzo che si ribella ai genitori divorziati, creato basandosi sui testi delle canzoni ‘Unknown Soldier’ e ‘The End’) già di ritorno dal Vietnam. Lo stesso Stone ha supervisionato il restauro del 2019 tagliando 3 minuti nella parte finale.


