TEN MINUTES OLDER: THE CELLO

Anno Produzione2002

TRAMA

Otto registi e i loro otto film di dieci minuti per rappresentare la propria visione del tempo.

RECENSIONI

Dieci minuti possono essere tanti

Dopo TEN MINUTES OLDER- THE TRUMPET la seconda parte del progetto collettivo sulla rappresentazione del concetto del tempo vede impegnati otto registi. Siamo sempre molto scettici di fronte a queste operazioni che nascono da idee produttive prima che artistiche anche se, data la caratura di alcuni degli autori impegnati, ci si aspettava un esito più felice. Nulla di tutto ciò, risultati discontinui e mediamente mediocri quando non pessimi. L'episodio di Bertolucci, STORIA D'ACQUA, basato su una parabola indiana è poco più di un esercizietto; quello di Claire Denis (VERS NANCY), piuttosto godardiano, in cui una studentessa intervista in un treno il filosofo Nancy, si risolve in una pallosa disquisizione sui temi dell'integrazione e della tolleranza; in ABOUT TIME 2 Figgis ricicla svogliatamente l'idea dello schermo suddiviso in 4 riquadri (cfr. TIMECODE) che man mano si richiamano l'uno all'altro andando a parare da nessuna parte; in ONE MOMENT Jiri Menzel ripercorre la carriera di un famoso attore dell'Est attraverso scene dei suoi film, un lavoro di montaggio abbastanza delicato; semplicemente ributtante DIECI MINUTI DOPO di un assurdo (ma non nel senso buono) Szabò; più interessante (ma non mi spingerei troppo lontano) L'ILLUMINAZIONE di Schlondorff, con testi tratti da Sant'Agostino; inutilmente dispendioso il fantascientifico (si parla del genere omaggiato -?-) ADDICTED TO THE STARS di Radford. Da tutt'altro pianeta giunge invece DANS LE NOIR DU TEMPS di Godard, dieci minuti sontuosi in cui, con la consueta tecnica di montaggio di materiale video e cinematografico di repertorio, il regista ci consegna un piccolo gioiello che mette in scena gli ultimi minuti della giovinezza, del coraggio, del pensiero, dell'amore etc. per concludere con "Gli ultimi minuti del cinema" e uno schermo bianco tormentato da raffiche di vento che lo deformano: un'immagine folgorante che costituisce, di gran lunga, il momento più alto di tutta la Mostra di quest'anno.

Riflessioni sul tempo (perso!)

Viene istintivo criticare ciò che non si capisce ed è vero che l'arte non ha e non deve avere limiti. Però il gusto personale è un arbitro implacabile a cui non si può e non si deve fuggire. Sta di fatto che questo interessante (sulla carta) progetto, che riunisce otto famosi registi impegnati a riflettere sul tempo, delude qualsiasi aspettativa. Anzi, la prima spicciola considerazione che stimola è di avere irrimediabilmente perduto centosei minuti del proprio tempo.
Ma andiamo per ordine.
Bernardo Bertolucci firma "Histoire d'eau", ambientando nella provincia di Latina l'incontro casuale tra un immigrato indiano e una ragazza (Valeria Bruna tedeschi). Nasce l'amore, la famiglia cresce, acquista un auto nuova e poi non si capisce bene cosa accada. Forse una sorta di richiamo alle origini da parte del protagonista, ma l'episodio si conclude come potrebbe essere cominciato e Bertolucci tradisce, nella rappresentazione poco incisiva, la leggenda indiana da cui trae ispirazione.
Con Mike Figgis, in "About time 2", entriamo in quattro storie parallele in split-screen che forse sono la stessa storia. Al di là del fascino visivo (che non aggiunge nulla a quanto già ampiamente sperimentato in materia) il gelo accompagna la visione.
Jiri Menzel in "One moment" (l'episodio più riuscito) riassume, sul filo della nostalgia e accorpando materiale di repertorio, tappe della vita di un uomo. Tra il sogno e la malinconia, amplificata dalla musica di Leos Janacek, per ricordare l'inesorabile scorrere del tempo e l'incapacità di viverlo appieno.
L'ungherese Istvan Szabo, in "Ten minutes after", propone una storia di ordinaria degenerazione in cui una donna si prepara per festeggiare l'anniversario insieme al marito, ma finisce accidentalmente con l'ucciderlo. Un orologio scandisce il passare dei minuti e segna l'impossibilità di un "rewind" salvifico. Più interessante raccontato che visto.
Con Claire Denis in "Vers Nancy" entriamo nella verbosità non comunicativa, seguendo il dialogo in treno tra un studentessa e il filosofo Jean-Luc Nancy. L'eterno colloquio tra i due prevede la spiegazione di alti concetti filosofici sull'integrazione, ma si rivela un pour-parler privo di passione che stordisce lo spettatore a forza di parole con la desinenza "zione". Tra le altre: "identificazione", "accettazione", "immunizzazione", "assimilazione", "omogeneizzazione", "civilizzazione", "immigrazione"; unica eccezione il frequente ricorso al vocabolo "intrusione".
Volker Schlondorff, in "The enlightenment", si ispira al pensiero  di Sant'Agostino che spiega l'impossibilità di definire il tempo. Peccato che le immagini, a parte l'ironica conclusione, si rivelino superflue.
Con Michael Radford, in "Addicted to the stars", entriamo nella fantascienza; vediamo, infatti, il sempre più protagonista Daniel Craig risvegliarsi da un sonno temporale che lo trasporta nel futuro ad incontrare suo figlio, ormai vecchio e in punto di morte. Visivamente interessante (con poco crea un'atmosfera), non riesce a sfruttare le potenzialità del soggetto.
A concludere la veglia è Jean-Luc Godard che con "Dans le noir du temps" rielabora materiale video e cinematografico suddividendo l'episodio in brevi capitoli intitolati "Gli ultimi minuti di ...". Si parte dalla "gioventù" per arrivare al "cinema". L'impronta intellettuale alla base del citazionismo ben si allinea alla banalità del messaggio.

Più vecchi(o/a/e) di dieci minuti, quindici registi 8 per questo "The Cello", altri sette per "The Trumpet", costruiscono un cortometraggio sul trascorrere del tempo. L'impressione generale non è delle migliori. Bertolucci Bernardo (ep. "Histoire d'eausx") punta alla trasposizione in ambiente d'immigrazione clandestina di una parabola indiana, senza infamia e senza lode (voto: 6). Jiri Menzel, "one Moment" ripercorre per spezzoni la vita cinematografica di una star ceca, a tratti commovente l'episodio soffre di una certa mancanza di respiro (voto: 6).Claire Denis riprende un dialogo in treno tra il filosofo Jean-Luc Nancy con la sua studentessa Ana Smardzija sull'unificazione europea. "Vers Nancy" è stucchevole ed involuto godardianesimo dei poveri (voto: 4). Michael Radford con "Addicted to the Stars", fantascienza ricostruita negli studi kubrikiani, è interessato ad un paradosso spaziale per cui un astronauta torna sulla terra dopo un viaggio d'ottant'anni invecchiato di soli dieci minuti ed incontra suo figlio morente, interessante ma macchinoso (voto: 5 1/2).
Volker Schlondorff in "The Enlightment" costruisce dieci minuti di una mosca in un campeggio che svolazza verso la morte con un flusso di coscienza tra Agostino e l'esistenzialismo (voto: 6).
Istvàn Szabò ("Ten Minutes After) fa collassare una situazione che da festa di compleanno per un uomo di mezz'età si trasforma in scena d'omicidio. Puerile miniepisodio soap, insostenibile (voto: 4).
Ultimo episodio per Jean-Luc Godard, "Dans le noir du temps" è un viaggio nella storia del cinema e nella memoria personale, nulla di nuovo ma un breve tassello di grandezza in un'opera che nasce solo come progetto produttivo e non ha alcun respiro, almeno fino all'ultimo frammento visivo e mnemonico (voto: 7).