Drammatico, Processuale

PROVA A INCASTRARMI

Titolo OriginaleFind Me Guilty
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2006
Durata125'
Fotografia
Montaggio

TRAMA

1987. Jackie Di Norscio, già condannato a trent’anni per spaccio di stupefacenti, è coinvolto nel maxiprocesso (21 mesi) contro la famiglia Lucchese, vanto della mafia americana. Egli ripudia il suo avvocato e decide di difendersi da solo.

RECENSIONI

Interessante, nella sua imbracatura eticomorale, l’operazione azzardata dal vecchio Sidney Lumet: basandosi sul periglioso rispetto degli atti processuali – per quanto appaia incredibile -, il suo film sintonizza il gangster Di Norscio sulla frequenza del “buono”, dovendo la positività del personaggio alla sue doti integerrime di monumentale rispetto, lealtà criminosa, capacità di non tradire la famiglia. Sorvolando sulla tediosa obiezione di principio – la sospensione d’incredulità chiude automaticamente un’aleatoria questione legalitaria -, l’opera si arena nella sua incorreggibile tendenza alla commedia media, in tutto e per tutto, rispettando il principio fisico che vede corrispondere ad una trovata riuscita il suo eguale e contrario. E’ così che l’antimanicheismo di fondo, poggiato sulla gustosa latitanza della morale, presto cade in stereotipo, solo apparentemente estraneo al dualismo buoni/cattivi (in aula la difesa è sempre simpatica, l’accusa una manica di stronzi). E’ così che alcune invenzioni quasi irresistibili (l’avvocato nano, il gangster malato) sono il controcanto di certe lungaggini che nulla aggiungono al globale (l’iter processuale, presto schiavo della ripetizione), di un cocciuto gioco d’attore che spesso prevale sul film, di uno sciapo finale che mette tutti d’accordo. D’altronde la vena di Lumet nella ricostruzione resta prigioniera del film processuale (scontato citare La parola ai giurati), regalando un solo potente squarcio grottesco in apertura (Di Norscio e suo cugino) per poi farsi ombrello con l’aula di tribunale, appena scalfita da qualche incursione carceraria. Può dirsi riuscito il primo passo di Vin Diesel nel mondo estraneo della recitazione. Inascoltabile invece il doppiaggio, per così dire, dato che questo si limita ad una forte rimasticatura siciliana che fa tanto pizza, mafia, mandolino… Insomma, l’importante è la famiglia. Tutto il resto conta poco, o niente.

Non è il solito film processuale alla Sidney Lumet: del resto, basato (anche) sugli atti dell’udienza, non è stato il “solito” processo, ma il più lungo e controverso della storia americana, anche grazie alla presenza di questo soggetto istrionico e imprevedibile. L’aver scritturato Vin Diesel, principe dei film muscolari, non esattamente un gran attore, potrebbe sembrare una concessione commerciale: si rivela, invece, scelta oculata da parte del regista, impegnato anche in sede di sceneggiatura. Aveva bisogno di un tipo sgraziato, rozzo e Diesel funziona a meraviglia, aiutato dal trucco e dai chili acquisiti per la parte. È anche vero che Lumet sa far recitare i sassi. Gli eventi, per quanto romanzati, sono realmente accaduti ma c’è un’altra anomalia nel tipico film-dibattito sulla Giustizia alla Lumet: si vira sul versante commedia e sul sentimentalismo, scelta necessaria in quanto, a conti fatti, non è detto che Giustizia ci sia stata. Lumet non prende posizione, non nega che i personaggi raffigurati siano mafiosi ma nemmeno si indigna per il verdetto: è interessato al personaggio di Jackie, sorta di romantico per cui essere amato ed i legami di famiglia sono tutto. Girata in digitale, l’opera ha riportato le tecniche di ripresa agli esordi lumetiani, quando si distinse nella televisione in diretta.