Commedia

HUMAN NATURE

Titolo OriginaleHuman Nature
NazioneFrancia/U.S.A.
Anno Produzione2001
Genere
Durata96'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Attorno all’uomo scimmia Puf ruotano le vicende di Nathan, lo scienzato che tenta di educarlo, e quelle della sua donna Lila, affetta da “irsutismo nevrotico”…

RECENSIONI


Nel tempo in cui la Natura era impotente
E concepiva ogni giorno solo bambini mostruosi
Sono nato da un gigante
Come un neo sull’orecchio di una gatta
(il nano, puntando la pistola verso Nathan)

Il debutto di Michel Gondry nel lungometraggio è segnato dalla presenza alla sceneggiatura di uno screenplayer come Charlie Kaufman, già responsabile di Essere John Malkovich, diretto da Jonze (che qui produce). Anche se non esiste una vera e propria factory (lo stesso Gondry lo sottolinea) è evidente che l’avvento dei più talentuosi registi di video nella grande distribuzione cinematografica sia stato frutto di una scelta studiata a fondo che risponde al preciso obiettivo di ribaltare strategicamente e, dove possibile, smontare il giocattolo del prodotto hollywoodiano. La sceneggiatura di Human nature è, cronologicamente parlando, anteriore a quello del film di Jonze e, come per il film di quest’ultimo, sarebbe un errore ritenere che il lavoro del regista sia stato meramente illustrativo o che la personalità strabordante dello sceneggiatore, come sostenuto da alcuni, abbia finito con il divorarlo. Se si guarda al resto dell’opera del francese non si fatica ad accordare la piena appartenenza di questo film al suo mondo (del resto è stato proprio MG a voler portare Human nature, uno script che Kaufman aveva nel cassetto da tempo, sullo schermo). Accanto ai flashback in forma di filmino familiare, al falsissimo scenario forestale, ai fondi proiettati (qualcuno se ne è lamentato come se costituissero un inconsapevole difetto!), primi indici esteriori che rivelano subito l’inconfondibile mano dell’artefice (la lezione a Puff fatta con i pannelli colorati è poi un’esplicita autocitazione : La tour de Pise), emerge con nettezza come Gondry, senza tradire in alcun modo la sua poetica ma evitando accortamente le modalità del clip, tenga lontana la sua pellicola dalla giostra visionaria e, nel sostanziale rispetto del codice mainstream, intenda opportunamente piegare quest’ultimo alle sue esigenze e alle sue istanze (si pensi a Lila che, con sublime ironia, canta nella foresta come in un film disneyano): se l’incipit (l'inseguimento dei topolini da parte di un uccello predatore) è, con alcuni altri lampi (la corsa tra gli alberi di Ifans e la Arquette per tutti) un vero e proprio marchio di fabbrica, è nel modo in cui l’autore gioca sul campo della messinscena e nel felice sfruttamento di ogni bizzarria del soggetto che mette la sua firma (al selvaggio Puff viene inculcato un concetto di  civiltà che passa demenzialmente attraverso una sovrastruttura: il galateo). Human nature ribadisce la tendenza di Gondry ad un approccio irrealistico ad ogni livello, proponendosi come commedia che, basandosi su una struttura polifonica (i racconti alternati dei tre protagonisti), insiste sul tema del rapporto tra uomo e natura, civiltà e richiamo della foresta e sulla sua contraddittorietà (Lila è autrice di un libro intitolato Fuck Humanity); per questo motivo l’opera espone tesi diverse e costantemente confutate, oscillando tra un punto di vista e l’altro a volte in maniera seria, altre più scopertamente ironica (la madre di Nathan ritiene che lo zoo sia la vera casa degli animali); in tal modo il racconto subisce imprevedibili capovolgimenti – basti pensare al finale, che, dopo che tutto sembrava sancire il trionfo dello stato naturale, vede non solo il subdolo ritorno di Puff al mondo civile ma persino l’autostop dei topolini che invocano il ritorno al laboratorio – determinati dai diversi personaggi, in virtù dell’eccesso caratteriale di cui ciascuno di essi risulta portatore e dei diversi stadi di alienazione che attraversa la loro vicenda umana.
Un po' Pigmalione (e quindi anche My fair lady), un po' Mon oncle d’Amerique (i paralleli con Resnais sono tutt’altro che azzardati, anche ad altri livelli) - l'uomo-cavia come i roditori nella teca (costretti anch'essi a usare le posate...) -, Human nature si rivela sapida presa in giro di molti luoghi comuni (psicoanalitici, sociologici, cinematografici) affidando le sfumature agli apprezzabili interpreti (un Rhys Ifans mattatoriale e una superlativa Patricia Arquette, che non ha affatto paura di mettersi in gioco in un ruolo non facile a tutti i livelli). L’intelligente svolgimento della materia, sfiorando, senza schiacciarli, i tasti del grottesco e soprattutto senza perdere la felice vena umoristica (le parti in cui Puff combatte con la propria libidine sono davvero esilaranti) fa di questo viaggio dalla giungla alla civiltà e ritorno (e ritorno, ancora...), tra Rousseau e L’enfant sauvage un esempio di intrattenimento di classe con una buona dose di ambiguità da commedia (im)morale, tutt’altro che rassicurante.
Il film è stato un completo, immeritato insuccesso.
Da rivalutare.