Avventura, Commedia d'animazione, Fantasy, Recensione

ONWARD

TRAMA

Nel tentativo di riportare il padre in vita per un giorno, i fratelli elfi Ian, Barley e un paio di … gambe si lanciano in una quest alla ricerca della magica Gemma.

 

RECENSIONI

Onward esce lo stesso anno di ​Soul e probabilmente anche tutta la produzione è stata vissuta un po’ alla sua ombra, quella di un progetto più universale, capolavoro annunciato, una nuova, visionaria creazione di quel Pete Docter regista di Monsters & Co​, ​Up e ​Inside Out​, attesissimo da pubblico e critica e scelta sicura da parte della dirigenza come ​front runner per la stagione dei premi. Ma il regista Dan Scanlon, astutamente, evita un’imbarazzante competizione interna allo studio e propone una sorta di antitesi concettuale di Soul, rompendo, contro ogni aspettativa, la collaudata formula di tutti i ​what if ​pixariani (a cui neanche Soul rinuncia), quasi sciupando il potenziale del brillante ​concept​, da sempre elemento distintivo di tutti i Pixar. Il film esplora appena le potenzialità narrative e visive di questo mondo fantasy, che ha visto il prevalere della tecnologia e la scomparsa della magia, dove tutte le razze, poche, si sono adagiate in una vita ordinaria, del tutto simile a quella di un americano medio in una piccola cittadina di provincia. Si tratta di una scelta interessante, in controdenza con quella che, tra le altre cose, ha fatto la fortuna di film simili come ​Zootropolis in Disney, e Monsters & Co e il suo prequel (quest’ultimo sempre di Scanlon) in Pixar. Ne deriva un film in scala ridotta ma infinitamente più intimo e personale, la cui vera ispirazione sono state proprio le vicende private del regista, il suo rapporto col padre (o meglio la mancanza totale di esso) e l’importanza determinante che il fratello - sostituto della figura paterna - ha avuto nella sua vita.

Il contesto ​fantasy rappresenta quindi un travestimento, la ​quest ​magica una metafora degli ostacoli della vita quotidiana ed è solo nello struggente e delicato finale che la maschera cade e il cuore del film e le sue vere intenzioni sono rivelate, in una sorta di twist ​meta-narrativo che trasforma la storia obbligando a rileggerla sotto un’altra prospettiva. A ben riflettere un esperimento molto simile e di genere era già stato fatto in casa Pixar nel sottovalutato ​Il Viaggio di Arlo​, altro ​what if stranamente poco sfruttato (cosa sarebbe accaduto se l’asteroide che ha causato l’estinzione dei dinosauri non si fosse mai schiantato sulla Terra?), che maschera quello che è a tutti gli effetti un western, nel ​buddy movie di un Apatosauro e il suo ​pet umano. I due film hanno in comune anche i loro compositori, i fratelli Danna, le cui musiche alternano melodie epiche e toccanti rivelando alla perfezione le due anime di entrambe le produzioni. In Onward la vera novità stilistica è rappresentata da un personaggio inusuale, un paio di gambe (!), l’unica porzione del corpo del padre che i fratelli riescono a riportare in vita grazie ad un incantesimo, interrotto a metà a causa di un incidente, che rappresenta la sola, pur breve occasione (dura ventiquattro ore) per Ian di conoscere il papà morto prematuramente. È facile immaginare l’enorme difficoltà nel dare vita e sentimento a un arto incapace di parlare (stessa problematica incontrata nel francese ​Dov’è il mio corpo?​), ma in grado di esprimersi tramite la pantomima, veicolo di gag ed emozioni, e per le quali il ​medium ​animato (qui poi, come sempre, di altissima finitura) può sfruttare a pieno tutte le potenzialità. Ian e Barley invece parlano e tacciono, bisticciano e fanno pace, con le voci originali dei marvelliani Tom Holland e Chris Pratt, che mostrano una perfetta sintonia che impreziosisce un rapporto fraterno reso già di suo credibile, sincero e genuino in fase di scrittura.

Altra novità è rappresentata dalla scelta di un ​character design poco ricercato e di un contesto non solo all’apparenza convenzionale (ci si sposta da un quartiere di provincia, ad un anonimo college, ad una banale osteria per famiglie, tutti così ordinariamente e sfacciatamente ​american style)​ ma anche piuttosto dark e poco rassicurante come tutta la sequenza notturna in autostrada (anche questa così familiare a qualunque americano o a chi abbia visitato quei luoghi), la fermata al distributore di benzina e lo scontro con le irascibili ​pixie bikers​. Ne viene fuori un urban fantasy ​sporco, poco sognante, sulla scia di ​Bright ​ma molto ​nerd (evidenti i riferimenti al gioco di carte ​Magic e a ​Dungeons & Dragons​), scommessa estremamente pericolosa perchè rischia di allontanare parte del pubblico generalista o semplicemente anti-americano, non disposto ad andare oltre le premesse e il ​look del film. Se sia stata una mossa vincente è arduo a dirsi; il film è stato la prima vittima hollywoodiana del Covid19, che ha obbligato il pubblico a disertare le sale dopo solo una settimana di sfruttamento nei cinema. Disney+ fortunatamente è corsa al salvataggio ma purtroppo è ancora difficile giudicare il gradimento popolare senza un riscontro al box office. Facilissimo è invece valutare questa nuovo esperimento Pixar che devia (ancora una volta) dal tracciato, disattendendo deliziosamente le aspettative e rivelando come probabilmente sia proprio questo il segreto della sua straordinaria formula magica... anche quando di magico e straordinario c’è ben poco.