Horror

OBBLIGO O VERITÀ

Titolo OriginaleTruth Or Dare
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2018
Genere
Durata100'
Scenografia

TRAMA

È tempo di Spring Break per un gruppo di studenti americani e una tappa in Messico pare ciò che ci vuole per staccare e divertirsi. Da tracannare margarita e shottini a sfidare la morte il passo può essere brevissimo. Incauta la scelta di seguire un coetaneo in grotte oscure lasciandosi tentare da un gioco all’apparenza innocente come “obbligo o verità”. Le conseguenze, infatti, non daranno scampo.

RECENSIONI

La Blumhouse è ormai un punto di riferimento per gli amanti dell’horror, e anche per l’industria americana, perché in una decina di anni, dopo il grande successo di Paranormal Activity del 2009, ha quasi sempre decuplicato i costi di produzione ottenendo anche il plauso della critica e arrivando fino agli Oscar (l’anno scorso con Scappa). Dietro l’affermazione della società si cela il fermento creativo di Jason Blum che ha imposto alcune regole base: budget risicato, target di riferimento per lo più adolescenziale e quella libertà creativa che i grandi studios difficilmente concedono. Un successo considerevole reso evidente dalla creazione di veri e propri franchise che spaziano dall’horror puro (Sinister, Insidious, Ouija) a deformazioni della realtà contemporanea in grado di giocare su nervi scoperti (il razzismo nel sopravvalutato Scappa e la politica americana nella saga, riuscitissima, La notte del giudizio). Obbligo o verità rientra nella variante horror tout court e ipotizza un serrato countdown tra un campionario di varia umanità che si distingue per essere principalmente giovane, carino e non particolarmente lungimirante. Il film è tutto qui. Sì, al centro del soggetto c’è la trovata di portare all’estremo un gioco piuttosto diffuso come “obbligo o verità”, in cui bisogna scegliere tra le due opzioni per poi ridere a crepapelle dell’imbarazzo derivante dal dire o fare cose che non si vorrebbero né dire né fare, ma è più che altro un pretesto per garantire al cast di giovinetti di provenienza televisiva una spettacolare e definitiva uscita di scena. Come accadeva in Final Destination, che però era più divertente, fantasioso e anche cattivello. Qui, in fondo, ci si cruccia soprattutto per palpiti del cuore più o meno corrisposti, e di sangue se ne vede davvero pochino.

C’è il sadismo di farci restare seduti in poltrona mentre i malcapitati che si rincorrono sullo schermo provano a sfuggire a una iattura, e il disattendere le aspettative, o soddisfarle in pieno, è condotto con una certa verve, ma come spesso accade dare carburante narrativo a uno spunto esile esile, che si esaurisce già mentre lo racconti, è impresa ardua. Succede quindi che le regole rigidissime alla base del gioco debbano necessariamente essere infrante per consentire nuovi rilanci altrimenti impossibili. Reggono davvero poco, poi, tutti i confronti esterni al nucleo di protagonisti, con personaggi (genitori, poliziotti, amici, media) maldestramente abbozzati solo per permettere agli incastri della storiella di progredire. L’intrattenimento è comunque garantito, grazie al ritmo indiavolato e a una messa in scena funzionale allo spavento dell’istante. Meglio, per dire, del precedente Auguri per la tua morte, ancora più di plastica e sciocchino. Ciò che manca è un po’ di originalità nei fondamenti (presupposti esotici, voce dai bassi amplificati, deformazioni facciali, un demone, la sopravvissuta, il rituale, tutto stravisto) e la capacità di andare oltre al buh, magari mostrando anche qualcosa di meno stereotipato sulle giovani generazioni, invece il film si accontenta di seguire il mantra “guarda, salta sulla poltrona e dimentica”. Non ha sufficiente spessore per diventare un classico, né ambisce a diventarlo, ma uno o più sequel, visti gli incassi e le possibilità di contagio pressoché infinite insite nel soggetto, non sono da escludere. Curiosa la strategia della Universal di tradurre in italiano, grazie al digitale, la scritta truth or dare in cui la protagonista incappa più volte di ritorno dal Messico, scelta che provoca un ulteriore straniamento oltre all’ormai (in)evitabile doppiaggio (siamo in America, perché diavolo dovrebbero esserci scritte in italiano?) e asseconda la presunta pigrizia del teenager in platea.