Distopia, Fantascienza

MACCHINE MORTALI

Titolo OriginaleMortal Engines
NazioneU.S.A., Nuova Zelanda
Anno Produzione2018
Durata128'
Trattodal romanzo Mortal Engines di Philip Reeve
Fotografia
Scenografia
Musiche

TRAMA

In un futuro distopico, dopo una guerra che ha devastato il mondo in 60 minuti, le città si sono dotate di cingoli e sono enormi mezzi di trasporto semoventi.

RECENSIONI

L’ampio respiro dal fiato corto. Alla fine, Macchine Mortali è questo, una grande disfasia tra le intenzioni e il risultato. Di fatto, la grandeur si risolve tutta nell’impianto visivo. Le enormi città cingolate che ingoiano le piccole hanno un grande fascino, sia concettuale che estetico, e le sequenze di inseguimento risultano una riuscita e parossisitica versione larger than life di Mad Max. Tutto il resto, però arranca. La cosmologia appena accennata, ad esempio, è un’arma a doppio taglio: quando va bene, i pochi accenni al background narrativo implicito innescano “profondità” e immergono in un universo percepito come troppo grande e complesso per essere compreso appieno. Quando va male, il trucco emerge nella sua grossolanità e tutto appare posticcio e superficiale, una patina che riveste il niente, una scenografia sontuosa della quale si (intra)vede la bidimensionalità, con i puntelli a vista.
E’ questo, purtroppo, il caso di Macchine Mortali. Una storia raccontata con freddezza e distacco, che non viene voglia di approfondire, popolata di personaggi “adeguati” al contesto (in senso deteriore). In un panorama del genere, l’affastellarsi di citazioni e rimandi diventa meccanico e un po’ gratuito. Si passa da uno scenario steampunk tipo Final Fantasy (penso al VI e VII capitolo, forse per motivi anagrafici) alla Cloud City di Star Wars, passando per pseudo “castelli erranti” Miyazakiani e personaggi appena più interessanti, come quello di Shrike, che sembra pensato in senso trans-mediale, un po’ cinema (il Terminator T-800) un po’ – tanto – videogiochi (il Tyrant T103 di Resident Evil 2). Senza che ci sia un collante, senza che emerga una personalità definita, verrebbe quasi da dire un’anima.

Se/quando funziona, il film lo fa solo a livello visivo, effettistico ma anche, fino a un certo punto, registico. Christian Rivers, (più che collaboratore) jacksoniano fino al midollo, storyboard artist e Oscar per gli effetti speciali di King Kong, sembra aver imparato molto dal suo maestro, dalla gestione delle fasi esteticamente più epiche fino ai tic “personali” trasmessi per osmosi, ossia, la convivenza tra un’impostazione ricca, ipertconologica/patinata e scivolate nel cinema povero/artigianale degli esordi, come gli obiettivi deformanti abbinati ai movimenti di macchina sgraziati di Bad Taste e Brain Dead. Ma avendo, Peter Jackson, diretto di persona alcune scene di seconda unità, viene da pensare alla sua mano originale, tipo marchio di fabbrica. Non che faccia molta differenza.