Commedia

L’OGGETTO DEL MIO DESIDERIO

Titolo OriginaleThe Object of my Affection
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1998
Genere
Durata112'

TRAMA

Nina, eterosessuale, infelice in amore, ospita George, omosessuale, infelice in amore. Fra i due nasce… indovinate un po’ che cosa?

RECENSIONI

Un ottimo modo di svilire irreparabilmente L’Oggetto Del Mio Desiderio è accettare di classificare quest’opera nel filone (piuttosto scarso, per quantità e qualità generale) della “commedia con gay”, aperto (pare) da Il Matrimonio Del Mio Migliore Amico. Se le classificazioni sono sempre odiose, alcune sono più odiose di altre, se non altro perché incoraggiano madornali abbagli circa le opere che pretendono di inquadrare in modo definitivo. Nel caso in questione, il protagonista è indubbiamente omosessuale, ma il film non è (solo) la commedia sbarazzina, querula e a tratti un po’ imbarazzante che vorrebbe sembrare. Sposando la vivacità amichevole (nel senso di Friends, luogo di origine della primadonna) e vagamente fiabesca della commedia romantica griffata Hollywood, Nicholas Hytner rinnova la fedeltà giurata a se stesso: ogni film come un percorso di crescita e (ri)costruzione di personaggi e idee in un ambiente persecutorio e crudele, una sorta di (dis)sacra(ta) rappresentazione di un martirio dal finale più o meno lieto. Causa prima, farmaco e scopo della tortura, dopo il Potere (su se stessi e sugli altri, ne La Pazzia Di Re Giorgio) e la Religione (apparato superstizioso e legge interiore, ne La Seduzione Del Male), è l’Amore, convenientemente sdoppiato: i sensi si oppongono agli affetti, il desiderio ostacola l’affinità spirituale e viceversa, ma gli uomini e le donne non possono essere completamente felici in assenza di uno dei due contendenti. L’allestimento può apparire blandamente anonimo (il retrogusto anni ‘40 è delicato e inflazionato), ma il tocco del regista si rivela nella direzione degli attori (eccelso, al solito, Hawthorne, in un basilare ruolo minore) e nella capacità di ricreare su pellicola la ragionante lucentezza del teatro senza rendere grevi i dialoghi o goffi i movimenti della macchina da presa, capace di danzare con eleganza sulle note di una canzone sotto la pioggia. La (non sempre) sostenibile leggerezza dell’esistere.