Commedia, Drammatico, Fantastico

L’HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI

Titolo OriginaleChambre 212
NazioneFrancia, Belgio, Lussemburgo
Anno Produzione2019
Durata86'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Dopo vent’anni di matrimonio, Richard scopre che Maria lo tradisce. Lei decide di lasciare il domicilio coniugale e di trasferirsi nell’hotel di fronte, dal quale avrà una vista privilegiata sul suo appartamento, su Richard e sul loro matrimonio. Nella stanza 212 Maria riceverà delle visite inattese dal suo passato, con le quali rivivrà i ricordi di amori sognati e perduti in una magica notte che le cambierà la vita.

RECENSIONI

How Deep is Your Love?

Scene da un matrimonio alla maniera di Christophe Honoré: livelli temporali come scatole cinesi, identità multiple quante sono le epoche evocate, metamorfosi in scena. Maria lascia la casa in cui vive col marito Richard dopo una discussione relativa a un suo amante e per una notte dorme nell’albergo che si trova sul marciapiede opposto a quello del suo condominio (l’hotel è un luogo cruciale della filmografia e della drammaturgia dell’autore). La finestra della sua camera (la 212, come il numero dell'articolo del codice civile francese sui doveri reciproci dei coniugi, tra cui quello di fedeltà) è un punto di vista privilegiato: le permette di guardare - come su un grande schermo - il suo appartamento, la sua vita, il suo matrimonio e la crisi che lo attraversa [1]. E la camera d’albergo è un palcoscenico, un teatro mentale, in cui i suoi pensieri si incarnano, prendono vita e determinano un impietoso confronto tra ciò che si era, ciò che si è, ciò che si poteva diventare: il presente e un passato, anche alternativo, che apre il ventaglio alle mille differenti narrazioni che avrebbero potuto accompagnare il cammino di questa coppia (e aprendosi al riflesso metatestuale: Chiara Mastroianni e Benjamin Biolay sono nella realtà due ex coniugi)
Maria, che colleziona amanti giovani (sovversione evidente del modello della commedia matrimoniale che attribuisce all’uomo il ruolo avventuroso e farfallone) perché cerca in loro il Richard che ha conosciuto all’inizio, si incontra con il marito en plus jeune: crescendo, invecchiando, si cambia e si diventa qualcun altro (così il Richard attuale non riconosce il Richard giovane di cui, naturalmente, è geloso).
Chi è più disinvolto di Honoré nel sondare le possibilità delle narrazione fuori dai codici consolidati? Nel far sorridere mettendo in campo elementi che potrebbero far commuovere in egual misura? O nel tradurre in termini di messinscena ragionamenti e elucubrazioni? Lo fa a teatro da sempre e questo discorso lo riporta, intatto, anche nei suoi film. Un esempio? Nel suo allestimento teatrale Les Idoles faceva interpretare Jacques Demy da una donna: a questa scelta affidava la decodifica del discorso queer sotteso al cinema del maestro di Nantes. Così, chi meglio di Honoré sarebbe in grado di azzardare un intrico di piste come questo, che esperisce ogni possibile percorso dell’amore di questa coppia e li fa convivere nello stesso contesto? 

Con la consueta libertà e quel disordine creativo che contraddistingue ogni sua opera, il regista ci offre una delle riflessioni cinematografiche più lievi e appuntite sulla durevolezza dell’amore, sulla corruttibilità del corpo e sull’appassire del desiderio nel legame tra due persone. Sulla selva di dubbi che il sentimento (e il suo venir meno) deve attraversare per tradursi infine in una scelta di vita. Se Marriage Story di Baumbach guardava al confronto tra i coniugi su un piano di realismo drammatico, Honoré preferisce battere la strada della deviazione incantata, fantastica. Partendo dagli stessi presupposti (Allen, Bergman), ma prediligendoli nella loro declinazione più psicanalitica e metafisica (per Woody Allen si fa riferimento alla metacinematografia di La rosa purpurea del Cairo e alla magia di Alice; per Bergman i riferimenti - oltre quelli più ovvi - potrebbero essere le sue commedie - da L’occhio del diavolo a Donne in attesa -). E poi Sacha Guitry (il vaudeville, il gioco delle porte) e l’ultimo Alain Resnais, quello delle messinscene cineteatrali (Bertrand Blier è della stessa partita - c’è la Carole Bouquet di Trop belle pour toi che si autocita -), e tanto altro ancora (molte delle ispirazioni le troviamo nei ringraziamenti finali dei titoli di coda).
Il risultato è quello appassionante, suggestivo, che seduce cuore e intelletto, tipico del regista: con la sua lunga coda musicale che accompagna la scelta realistica (e di libertà) della protagonista che rinuncia al passato e abbraccia il presente. Così Could It Be Magic di Barry Manilow, è usata, come sempre fa il regista con i brani di repertorio, come una sorta di didascalia rivelatoria, allo stesso modo di quella dei titoli finali (How Deep Is Your Love? dei Rapture è un interrogativo che vale per tutti, personaggi e spettatori).
Meravigliosa Chiara Mastroianni, attrice-segno (per Honoré, figlio putativo di Jacques Demy, è inevitabile la predilezione per la figlia di Catherine Deneuve…) e vincitrice del premio per l’interpretazione a Cannes nella sezione Un certain regard.

[1] Christophe Honoré:  «Richard e Maria sono una coppia cinematografica: di loro sappiamo molto poco, ma la loro storia è alimentata da quelle di tutte le coppie del cinema che abbiamo conosciuto. Perché questo è anche un film sul cinema: Maria percepisce le finestre del suo appartamento come uno schermo sulla sua vita di coppia. Da Hitchcock quella della finestra-inquadratura è un'immagine fondativa» dall'intervista concessa al sottoscritto, Film Tv n.7/2020