Drammatico

LA NOBILDONNA E IL DUCA

Titolo OriginaleL'Anglaise et Le Duc
NazioneFrancia
Anno Produzione2001
Durata125'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Parigi, fine Settecento. Grace Elliott è una giovane aristocratica scozzese, ex amante di Philippe, duca d’Orléans, del quale è rimasta amica e confidente. Li divide però la politica: la donna è fervente sostenitrice della monarchia, l’uomo, benché cugino di Luigi XVI, non esita a…

RECENSIONI

Irreprensibile. Non c’è aggettivo che possa meglio descrivere l’ultimo lavoro di Eric Rohmer, nel quale ogni elemento, dal testo alla recitazione, dalla scelta di scenografie e musiche a quella delle inquadrature, ricrea con scrupolo documentario il crepuscolo dell’Ancien Régime. Ma se lo script proviene da un libro di memorie di lady Elliott, Diario della mia vita durante la Rivoluzione (da poco pubblicato anche in Italia con l’anacronistico titolo “La nobildonna e il duca”), la messinscena si basa, con scrupolo filologico, sui quadri dei maggiori pittori del periodo, particolarmente su quelli di J. L. David, ed è intessuta delle arie all’epoca più note (tra cui la proverbiale “ça ira!”).
L’influenza pittorica non è limitata alla parte scenografico – luministica: i campi lunghi sono veri e propri quadri che, a volte, si animano, quelli americani (i prediletti per le scene di dialogo, cioè per la maggior parte del film) si rifanno direttamente alle scene di conversazione realizzate dai grandi artisti settecenteschi. Il digitale è piegato a risultati eccellenti: la definizione un po’ grezza delle immagini, mentre conferisce agli esterni un tono autentico, ammorbidendone le prospettive, infonde agli interni un respiro caldo, avvolgente, capace di immergere lo spettatore nel clima della vicenda e negli avvenimenti che interessano i singoli personaggi.
Se l’arte generalmente considerata permette di ricostruire una realtà ormai scomparsa (o almeno così pare), è il teatro che riesce ad inquadrarla. I dialoghi, concettualmente densi ed estremamente minuziosi, ci guidano al centro di un dramma di passioni ed idee sorto in un particolare contesto storico e personale, ma significativo anche al di là della situazione che lo ha generato. I temi (l’amore e l’amicizia, la fedeltà ed il tradimento) sono quelli da sempre cari al cineasta dei Racconti Morali, che analizza con l’abituale acume caratteri e situazioni, ricavando dalle sue squisite miniature sorprendenti effetti di tensione drammatica (la fuga verso Meudon, la perquisizione notturna). Lo sdegnoso rifiuto opposto al film dall’intellighenzia francese, e non solo, non ha ragione di esistere: prima di tutto perché Eric Rohmer non è “reazionario” né rivoluzionario, ma segue semplicemente il punto di vista di lady Elliott, cioè quello espresso nel testo letterario che ha fornito al film intreccio e battute (costante fedeltà alle fonti!), in secondo luogo perché, anche se Rohmer fosse il più bieco reazionario di questo mondo, il suo film è perfetto, come la prova dei nemici/amici/(ex)amanti Lucy Russell e Jean – Claude Dreyfus.

Prendendo spunto dalle memorie dell'aristocratica Grace Elliot, inglese colta adottata dalla "ville Lumière", Rohmer affronta, con voltairriana lucidità, una delle fasi più rimosse della Rivoluzione (quella del "Terrore"), senza di fatto esprimere una posizione personale ("faccio film, non politica") e restando interamente fedele alle parole e ai timori espressi dalla nobildonna inglese nei suoi scritti. Tutto è infatti raccontato, "mostrato", dal punto di vista della dama e per questo la folla viene rappresentata come massa vociante e irruente, le vittime del "Terrore" come martiri senza colpa, la Rivoluzione nel suo complesso come il barbaro atto di una violenta ed ignorante plebaglia. E' l'inedita scelta di questo pdv ad aver suscitato le maggiori (ed ingiuste) critiche. Ma la grandezza del film sta altrove e l'esito in sé annulla ogni sterile polemica ideologica. Utilizzando il digitale per costruire la cornice scenografica dell'epoca (pochi magnifici tableaux, fissi, iterati), Rohmer rinnova il cinema storico riconducendolo alle sue origini griffittiane. Gli straordinari attori (L. Russel e J.C.Dreyfus) si (com)muovono in un "altrove" che non è "reale" ma "storico"; gli esterni, gli interni delimitano uno spazio ove ogni istanza individuale è come soffocata dalle ragioni della Storia. Un tale utilizzo "umanistico" delle nuove tecnologie ben si sposa con quella passione teorica per un cinema limpido, lineare, cristallino, fatto di dialoghi elaborati ma essenziali, che è propria del regista francese fin dai tempi de "La marchesa von...", suo primo film in costume. Nell'uso di piani quasi sempre fissi, di immagini frontali, Rohmer sembra ricondurre lo spettatore non solo alle origini della Francia moderna, ma anche a quelle del cinema storico, a Griffith. Del resto, anche in questo caso, come nel film del regista americano, siamo di fronte ad una sanguinosa "nascita di una nazione".
Un grande film sulla memoria storica e cinematografica.