Horror

PLANET TERROR

TRAMA

Sostanzialmente, una storia di morti viventi. Anzi, meglio, di infetti…

RECENSIONI

Frantuma il punto di vista sino a sfiorare la coralità, si trattiene dallo sciogliere i nodi della contortissima trama sino all'ultimo, o quasi, rivela a sorpresa il lato B dei suoi personaggi a due dimensioni, giocando con i ruoli, provocando disorientamento: come Tarantino, Rodriguez devasta programmaticamente la struttura canonica della narrazione, ma dove il primo giocava in modo più algido e cerebrale di sottrazione, restituendo un riconoscibile schema binario su cui imbastire un malinconico, anarchico, esaltante tripudio feticista, il secondo punta ad una caotica e meno radicale bulimia. Ogni gesto è omaggio, ogni parola citazione. E parodia, soprattutto, poiché Rodriguez sembra palesemente puntare al collasso dell'exploitation, enfatizzandone le caratteristiche, anche puramente formali, sino al culmine del ridicolo, del cattivo gusto, spesso del fastidio, in un film così altamente referenziale da abbandonare qualsiasi principio etico reale e varcare sistematicamente i confini imposti dal senso morale, riducendoli selvaggiamente in grottesca poltiglia: i personaggi di Rodriguez, ancor più che quelli di Tarantino, sono puri corpi di celluloide, attraversati al limite da un vago senso romantico ereditato dai geni dei referenti filmici del caso, puri processi di azione-reazione su arie note ¹, variazioni estreme e caricaturali sul tema. Difficile, comunque, resistere al ritmo infernale delle trovate, fittamente dislocate in una scala che dal geniale scade nella farsa più bieca, difficile non subire il fascino del riuso costante, che dall'omaggio passa per la citazione letterale, sino alla decontestualizzazione. Prendere o lasciare: trattasi di cinema-parassita colto e puramente ludico, probabilmente già anacronistico, di rara e ammaliante efficacia stilistica e travolgente ironia. Un irresistibile piacere, effimero e, consapevolmente, colpevole.

Il progetto Grindhouse è finalmente completo, e si possono buttar giù due conclusioni. Le due pellicole si parlano e poi si prendono a schiaffi, bisticciando isteriche sul qui e ora del cinema cosiddetto postmoderno; le accomuna, certo, oltre a un armamentario visivo parzialmente omologo (la pellicola vintage, i jump cut), il puzzo di muffa: Death Proof e Planet Terror sono infatti due film “vecchi”, un po’ stantii. Quello di Tarantino è un Tarantino prosciugato, tarantiniano e dunque déjà vu fino al midollo, ma assai poco ludico e men che mai “spassoso”. Sia chiaro: non siamo dalle parti del “Tarantino fa il verso a se stesso” o “la pallida immagine del Tarantino che fu” o ancora “la vena creativa di Quentin si è esaurita”. E’ più un “Tarantino non ha più voglia di scherzare e decide di sporcarsi veramente le mani con fiumi di parole inconcludenti, citazionismo impazzito, anarchia”. Senza l’assillo di piacere a tutti e di intrattenere, abiurando ogni facile coolness fanzinara ma suggerendo, anzi, che non c’è (più) niente da ridere. Rodriguez, per converso, si iper-rodriguezza e la butta palesemente in farsa, accumula allusioni, riferimenti, citazioni e autocitazioni involute (Tom Savini? Ancora?), cerca ostinatamente l’effetto comico senza trovarlo mai (o quasi: l’ellissi generata dal missing reel è una bella trovata) e crede che basti la gemmazione impazzita e una generica, generale e generalizzante “esagerazione” a rendere il suo film, ipso facto, riuscito e divertente. Macché. Quanta fiducia ripone nella forza e nell’autonomia esilarante di roba come il vasetto dei testicoli, le pustole esplosive o la protesi armata? E quanto crede possa durare l’effetto del modesto sollazzo che può aver generato il riconoscimento del gas galeotto de Il ritorno dei morti viventi di O’Bannon o l’aver sentito citare il nome di Jungle Julia? In Planet Terror c’è tanto contorno e tanta chincaglieria ma manca proprio “il film”, inteso come buon vecchio piacere della fruizione estetica… perché si può anche essere folli, eccessivi, citazionisti, gratuiti ma continuare a fare Cinema: catturando lo spettatore, trascinandolo nell’arena e giocando con le sue aspettative e il suo posizionamento (anche, sì, “etico”). Il suo amico Tarantino l’ha insegnato a tutti, gente come Eli Roth e Rob Zombie ha imparato e rielaborato la lezione e perfino pesci piccolissimi come Christopher Smith sembrano avere assimilato qualcosa. Lui no: a Rodriguez o gli dai un canovaccio sapido (Dal tramonto all’alba) e vincolante (Sin City) oppure non sa fare molto altro che confermarsi un innocuo buontempone.