Fantascienza, Recensione

DUNE

TRAMA

Nel sistema feudale che domina l’universo nel futuro il potere è nelle mani di un imperatore sotto il quale lottano tra di loro delle importanti casate. Sul desertico pianeta Arrakis si trova la Spezia, sostanza preziosa per una varietà di motivi. Alla casata Atreides e al suo capo, il Duca Leto viene affidato il controllo del pianeta ma in realtà si sta approntando una congiura per eliminarlo. Leto ha però un figlio, Paul, il quale è dotato di particolari poteri che sta sviluppando con l’aiuto di sua madre Lady Jessica. Anche lui finisce quindi con il diventare un ostacolo da abbattere.

RECENSIONI

DUNE 1965

Non è mai stato un segreto quanto il Dune di Frank Herbert sia stato, per la fantascienza (e soprattutto per il cinema di fantascienza), una sorta di anno zero, una fonte di ispirazione inesauribile, un desiderio proibito e sostanzialmente inarrivabile. «Senza Dune, Guerre stellari non sarebbe mai esistito», diceva George Lucas in una celebre affermazione talmente palese da risultare perfino banale. Nel 1965 Herbert andava infatti a disegnare con incredibile profondità e dovizia di particolari, le coordinate di un mondo capace di sintetizzare l'epica narrativa della grande saga familiare con la speculazione filosofica sul futuro dell'umanità, il romanzo di formazione con la sottocultura psichedelica degli anni '60, la fantapolitica con la sempiterna e urgente questione ecologica. Opera magna per antonomasia, il Dune di Frank Herbert apre quindi le porte di un universo che con il passare degli anni si espanderà a dismisura (sei i romanzi del ciclo originale, a cui si aggiungono, tra romanzi e racconti, più di venti titoli scritti a quattro mani dal figlio Brian e da Kevin J. Anderson) e che soprattutto sarà in grado di influenzare moltissimi dei mondi futuri immaginati dalla fantascienza, in modo non dissimile a quanto aveva fatto Il Signore degli Anelli per il fantasy, soltanto una decina di anni prima. Un romanzo epocale dunque, la cui nota storia dei tentati adattamenti per il cinema è travagliata ed entusiasmante almeno quanto il viaggio di Paul Atreides sulle dune di Arrakis; due fallimenti autoriali monumentali, quelli di Jodorowsky e Lynch, che hanno fatto guadagnare all'opera di Frank Herbert la fama di storia troppo complessa per essere raccontata attraverso il linguaggio cinematografico.

DUNE 1974 - 2021

È però suggestivo soffermarsi sui tempi delle tre grandi produzioni (tentate o riuscite) dedicate a Dune, tre tappe che attraversano l'intera storia del blockbuster sci-fi, alimentando quel sentimento di opera-mondo, testo pseudo religioso inavvicinabile direttamente, eppure, come la spezia melange, sempre presente nell'aria delle grandi produzioni hollywoodiane. Il film di Jodorowsky infatti sarebbe dovuto uscire verso la metà degli anni '70 e, forse, avrebbe cambiato l'intero sistema produttivo statunitense («e se il primo film di quel genere fosse stato Dune e non Star Wars? È possibile che l'intera ed enorme struttura dei blockbuster sarebbe diversa?» si chiede Refn nel bel documentario Jodorowsky's Dune di Frank Pavich). Il disastroso tentativo di Lynch invece, sabotato  da De Laurentiis e colossale fiasco al box office, esce nel 1984, quando la struttura del kolossal di fantascienza aveva pressoché raggiunto la sua prima fase di maturità e le produzioni avevano ripreso il controllo della situazione dopo il terremoto degli anni '70. Oggi, in questo 2021 post pandemico che è di fatto, per ovvi motivi, un altro anno zero, Villeneuve si trova a dover fare i conti non solo con un sistema produttivo estremamente complesso (e decisamente più maturo), ma anche con la saturazione di un immaginario che negli ultimi cinquant'anni ha spremuto più o meno sempre gli stessi archetipi (Star Wars, Alien, Blade Runner, Matrix…), che a loro volta, in modo più o meno velato, devono molto all'opera di Herbert (e, come sostiene brillantemente il già citato documentario di Frank Pavich, alla ricca pre-produzione del Dune di Jodorowsky). Insomma, l'aspetto se vogliamo più romantico dell'impresa di Villeneuve sta proprio nell'evidente bisogno di smarcarsi dalle coordinate dei molteplici universi contemporanei e di trovare una via alt(r)a per ridare il giusto peso e la giusta dignità alle basi, a quell'anno zero da cui, semplificando per puro piacere narrativo, tutto è cominciato.

DUNE 2021


Dopo il capolavoro
Blade Runner 2049, con una discreta dose di coraggio, Villeneuve prosegue dunque nel suo cammino di rilettura, rimescolamento e aggiornamento degli archetipi sci-fi, tentando nuovamente di tenere insieme pulsioni autoriali ed esigenze commerciali e presentando Dune come un'opera dalle ambizioni importanti, perfettamente consapevole del peso e delle conseguenze del proprio immaginario. Due le soluzioni di adattamento più evidenti, consequenziali e probabilmente necessarie, ma non prive di alcune problematiche: la reverenziale fedeltà al testo di Herbert e una brusca divisione del romanzo in due film (se tutto andrà per il verso giusto le riprese della seconda parte potrebbero iniziare nell'autunno del 2022), scelta che impone, se non altro, cautela e un certo grado di sospensione del giudizio, nell'attesa di osservare in toto il significato dell'operazione. Ecco allora che nel cercare di dare una forma cinematografica alla serratissima narrazione di Frank Herbert - in cui le descrizioni degli equilibri e delle specificità dell'universo sono sempre sublimate all'appassionante racconto degli eventi - Villeneuve sceglie la strada del rispetto, cercando (e non sempre trovando), il tempo e il peso giusto da dare ai moltissimi avvenimenti della storia. Il martellante flusso narrativo concepito da Villeneuve, pur riuscendo nell'impresa di non disorientare lo spettatore meno avvezzo al romanzo, rischia di soffocare la sua poderosa messa in scena, non dando alle immagini il giusto tempo di esprimere tutta la loro sfacciata meraviglia. L'antitesi rispetto a Blade Runner 2049 è evidente: se lì la narrazione lasciava spesso e volentieri il passo alla contemplazione e allo spettatore veniva richiesto lo sforzo di cercare un senso, un'identità all'interno delle immagini, in Dune Villeneuve è interessato innanzitutto al tempo della narrazione, tendendo allo stesso tempo verso una meraviglia che è insieme innocente, innocua e teneramente ingenua. Non è un caso infatti che la maestosità delle architetture e degli interni dei palazzi, così come l'importanza dei costumi, sembrino guardare alla magniloquenza teatrale dei grandi kolossal del cinema muto, mentre la statuaria e statica messa in scena delle sequenze d'azione parrebbe voler restituire al racconto quell'aura di classicità di cui sopra; lontanissima dalla spettacolarizzazione e dalla leggerezza di casa Disney, la meraviglia per Villeneuve non è cosa da ricercare nella frenesia del montaggio o nella magia palese del trucco digitale, ma è tutta nella grandeur delle immagini, in una concezione orgogliosamente classica dello spettacolo. 

Insomma, l'impressione è che Villeneuve in Dune sia costretto a raccontare troppo e in troppo poco tempo, nonostante i densissimi 155 minuti di durata. A differenza di Arrival o di Blade Runner 2049, qui la magniloquenza e la complessità visiva restano in potenza, soffocate forse dal bisogno di mantenere in piedi un universo sì manicheo, ma costruito su equilibri fragilissimi. In questa riverenza, in questo necessario bisogno di fedeltà, Herbert - finalmente! - vive, eppure manca un po' di spazio per lo sguardo dello spettatore, chiamato a seguire pedissequamente l'odissea di Paul Atreides su Arrakis, senza, forse, riuscirne a sentire davvero il peso. È banale (riba)dirlo oggi, ma l'assoluta chiarezza di intenti del cinema di Villeneuve fa emergere costantemente un discorso decisivo per lo stato delle cose dell'intrattenimento iper-narrativo e iper-serializzato contemporaneo: nelle due anime in conflitto di Dune, in questa eterna tensione tra il forte bisogno di una narrazione onnipotente e il tempo e lo spazio per la contemplazione soggettiva dello spettatore, sta una delle sfide decisive per il blockbuster d'autore del prossimo futuro.

Né Shai-Hulud né Graboid

Il DUNE di Villeneuve non ha niente che non va. La condensazione del materiale narrativo non lascia disorientati, la magnificenza visiva rimane sempre a un passo dal troppo e non stroppia, ammantata di una certa (asettica) eleganza e il minutaggio più che generoso (si sforano le due ore e mezza), a conti fatti, non pesa più di tanto. Il problema, se lo vogliamo chiamare così, è capire quale sia, qui e ora, l’idea di cinema del regista canadese. La tentazione sarebbe quella di inserirlo nella nobile tradizione di quei registi che da Hitchcock a Nolan passando per Shyamalan, fanno convivere intrattenimento e autorialità. Nella pratica, però, mi pare che almeno da Prisoners in poi, più che una convivenza ci sia un’alternanza bipolare di personalità che in realtà faticano a convivere nella stessa pellicola. In Arrival, ad esempio, l’atmosfera da fantascienza adulta e antispettacolare, con derive finanche malick-iane, veniva infranta da inopinate parentesi come quella del reclutamento del team di esperti che “sa un po' di blockbuster deteriore, con stupidaggini da produzione Bruckheimer (il collega linguista che sbaglia una traduzione) e macchiette della peggior specie (il fisico teorico che pensa subito al sistema binario e a Fibonacci)”, come scrissi all’epoca nella recensione. Anche DUNE, a ben vedere, vive della stessa dicotomia: senza soluzione di continuità, si passa da sprazzi purovisibilisti, silenzi e tempi dilatati ad alleggerimenti da eroismo action (tutte le parti con protagonista Momoa/Duncan, ad esempio) e sequenze di suspense derivative che, però, non hanno il coraggio di arrivare fino in fondo, come quando i vermi delle sabbie “diventano” i Graboid di Tremors, solo più pretenziosi e supponenti. Il risultato finale si configura, mi pare, come un disomogeneo ibrido privo di un’identità definita che, alla fine, lascia l’impressione di aver visto un filmetto vestito (benissimo) a festa.