Fantascienza, Focus, Recensione, Sala

DUNE – PARTE DUE

Titolo OriginaleDune: Part Two
NazioneU.S.A., Canada
Anno Produzione2024
Durata165'
Tratto dall'omonimo romanzo di Frank Herbert (1965)
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Paul Atreides si unisce a Chani e ai Fremen sul sentiero della vendetta contro i cospiratori che hanno distrutto la sua famiglia. Di fronte alla scelta tra l’amore della sua vita e il destino dell’universo conosciuto, Paul intraprende una missione per impedire un terribile futuro che solo lui è in grado di prevedere.

RECENSIONI

DENIS VILLENEUVE 2013 - 2024

Lo specchio, lo schermo, l'ologramma, il sogno e il potere; a ben guardare, ciascuno dei cinque film di fantascienza firmati da Denis Villeneuve è riconducibile ad un elemento squisitamente meta-linguistico/cinematografico, capace di sintetizzare alcuni dei significati più rilevanti dell'opera in una sola immagine e di fornire al contempo quella stratificazione teorica necessaria a rendere il suo cinema così personale, anche nelle produzioni ad alto o ad altissimo impegno commerciale. Brevemente: in Enemy - la cui aderenza al genere è naturalmente molto marginale e discutibile, ma che scegliamo di considerare alla luce della deriva fantastica del racconto dettata dalle manifestazioni del subconscio - tale immagine è lo specchio, capace di duplicare il personaggio di Jake Gyllenhaal mantenendo nondimeno quella fondamentale dimensione del confronto con se stessi; in Arrival l'elemento centrale è invece lo schermo (cinematografico) presente nei gusci alieni e che consente la comunicazione tra Louise Banks (Amy Adams) e gli eptapodi, spalancando il film ad evidenti suggestioni metacinematografiche sul potere del linguaggio (del cinema); in Blade Runner 2049 questa profondità è data invece dalla figura ricorrente dell'ologramma, capace di sublimare tutta la portata spettrale dell'operazione, in cui l'errare incessante del protagonista si configura come un continuo vagabondare all'interno di spazi decadenti, letteralmente infestati da fantasmi del passato; in Dune il perno è invece dato dal sogno («I sogni sono messaggi dal profondo»), inteso sia come visione da interpretare (quelle che tormentano Paul Atreides, evocazioni di immagini che chiedono di essere decifrate) sia come proiezione nel futuro, desiderio di trovare la propria strada al di là delle rigide maglie imposte dalla successione dinastica. Dune - Parte due invece, che della prima parte è sia un secondo tempo che un controcampo, ruota evidentemente attorno al concetto di potere («Potere sulla spezia significa potere su tutto»), osservato da diverse angolazioni, che vanno dalle conseguenze del porsi come guida messianica e militare di un popolo verso una guerra di liberazione, alla preveggenza, e quindi alla necessità di vedere chiaramente e agire di conseguenza, pianificando ogni azione, non lasciando nulla al caso. Traslando il discorso ad un ludico livello meta-, tale consapevolezza è esattamente ciò che si richiede ad un regista impegnato con la produzione di un blockbuster di queste dimensioni, una componente che riflette senza dubbio la portata (emotiva e in termini di responsabilità) nel confrontarsi con un'opera totale come quella di Frank Herbert; riportando invece la questione su un più urgente piano politico, è evidente quanto una narrazione così ampia e stratificata sul potere, declinato nelle molteplici forme del fondamentalismo religioso, del fanatismo propagandistico, del totalitarismo e del colonialismo, ben si presti a letture e interpretazioni perfettamente in linea con la geopolitica contemporanea, facendo di Dune - Parte due il film più puntuale di Villeneuve non solo e non tanto da un punto di vista teorico (in questo, Blade Runner 2049 gli è superiore), ma anche e soprattutto tematico.

DUNE 2024

Un controcampo, si diceva. Pur non tradendo minimamente le fondamenta gettate nel 2021 - anzi, valorizzandole, donando all'intera operazione una complessità che prima restava soltanto in potenza -, questa seconda parte sembra voler ribaltare fin da subito quella solenne staticità che era una delle peculiarità più evidenti del primo film tanto che in Dune - Parte due è una sequenza d'azione ad introdurre la vicenda. I corpi, allora così pesanti, qui ingannano la forza di gravità e galleggiano nell'aria, salvo poi cadere come la pioggia che manca su Arrakis; e in linea generale, anche per necessità dettate dal materiale narrativo di partenza, la struttura si fa più tradizionalmente spettacolare, senza tuttavia perdere quella maestosità che nella prima parte riusciva a mascherare una ricerca del respiro del racconto spesso faticosa. In questo secondo tempo - che conclude l'adattamento del primo volume della saga - Villeneuve si prende molte libertà in più (tra le più importanti: la figura e il ruolo di Alia, il tempo degli eventi e le caratterizzazioni di Chani e Lady Jessica), ma mantiene intatto lo spirito dell'opera, riuscendo da un lato a focalizzare l'attenzione sul tormento interiore del personaggio di Paul e sul peso delle conseguenze del ruolo messianico che è costretto ad assumere (il suo è il viaggio di un antieroe straordinario che cavalca inesorabile verso un finale nerissimo) e dall'altro a restituire pienamente quella stratificazione che caratterizzava il libro di Herbert e che fino ad oggi ne decretava lo status di romanzo sostanzialmente intraducibile. E ancora, è nel fuori campo possibile che risiede la potenza di una space opera di queste dimensioni, nel suo mettere in scena un mondo definito in modo tale da suggerirne la presenza di moltissimi altri, ciascuno con le sue regole e la sua geografia certo, ma soprattutto, ciascuno con la sua luce (il sole nero che assorbe i colori nella straordinaria sequenza su Giedi Primo ne è solo l'esempio più evidente) e con una personalità e una profondità anche architettonica - gli spazi in Villeneuve contribuiscono sempre in modo importante alla costruzione visiva e semantica: si pensi ai casi essenziali di Polytechnique e di Enemy - che al cinema non si vedevano da molti anni. Partendo dall'assunto letterario per cui Dune per la fantascienza è ciò che Il Signore degli Anelli è per il fantasy, la vicinanza con la trilogia di Peter Jackson sta in questo, nella riuscitissima restituzione visiva di un universo complesso dalle dimensioni importanti, e non tanto nel tono e nella messa in scena delle battaglie (la dimensione epica dell'adattamento tolkieniano è qui totalmente assente, e non potrebbe essere altrimenti). Senza timore di smentita, un'opera-mondo così personale, di questa portata estetica e linguistica (in Dune - Parte due ci sono i primissimi piani più belli del blockbuster contemporaneo) e con una competenza drammaturgica tale da riuscire sempre a dare il giusto peso ad una quantità enorme di personaggi e avvenimenti anche attraverso pochissime immagini (gli scontri a due nel finale si risolvono in una manciata di inquadrature, eppure rimangono memorabili nella loro portata tragica), mancava almeno da Il ritorno del re. 


Perché a conti fatti la grandezza di Villeneuve sta nel non accontentarsi di rimescolare in modo pigro le coordinate di mondi precedenti, ma nel generarne finalmente di nuovi. E anche alla luce di una prova come quella di Dune, quindi nell'adattamento di un'opera talmente saccheggiata da preesistere in qualche modo al film stesso, il regista canadese si conferma uno dei pochissimi autori della fantascienza recente capaci di lavorare sulla definizione di un proprio immaginario, riuscendo a scartare qualsiasi banale pulsione citazionista o nostalgica e a mantenere una coerenza d'intenti anche in progetti molto distanti tra loro (le suggestioni meta- di cui sopra, quel senso di ineluttabilità del destino con cui fare i conti), evitando i vuoti del narcisismo e della spettacolarizzazione epidermica che procede per accumulo. La tanto decantata vicinanza con la fantascienza di Nolan sta anche qui: così come dietro alle sue complesse architetture narrative, l'autore di Interstellar ha sempre parlato d'amore (ma quale freddezza, ma quale vuoto calcolo matematico), dietro alla scintillante superficie estetica del nostro c'è sempre il sentimento, un desiderio di dare peso e forma a personaggi stritolati da dilemmi esistenziali e ricerche identitarie. Il dolore materno di Arrival, il peregrinare intimista di Blade Runner 2049 e ora la sofferenza della predestinazione di Paul e l'amore tormentato tra Paul e Chani, cui basta poche immagini per manifestarsi: uno sguardo, un bacio sulle dune, un passo a due sulla sabbia che si trasforma in una danza. Insomma, Dune - Parte due dimostra ancora una volta che il blockbuster sci-fi secondo Villeneuve è uno spettacolo umanissimo, lontano dalle immagini funeree di Ridley Scott o da quelle nostalgiche di J.J. Abrams o James Mangold, ma anche agli antipodi rispetto alle (straordinarie) visioni post-umane di James Cameron, con il quale tuttavia sembra condividere quel desiderio di ricondurre il cinema alla meraviglia primigenia delle origini. Avatar come espressione della potenza documentaria dei fratelli Lumière prestata alla fantascienza (il cinema che si spinge talmente lontano da esplorare, letteralmente, altri mondi impossibili e irraggiungibili, abbracciando una narrazione elementare al fine di esaltare il puro gesto del guardare), Dune come riproposizione contemporanea della magniloquenza scenografica e statuaria del kolossal, probabilmente l'unico modo possibile per restituire all'universo di Frank Herbert la sua natura di archetipo. Sono immagini queste, che in epoca post-Marvel spalancano nuovi universi e possibilità produttive, contribuendo in modo significativo alla definizione di alt(r)i standard e alt(r)e esigenze per l'intrattenimento su grande schermo, lontani finalmente dalle logiche iper-narrative ed estetiche della fredda omogeneizzazione seriale. Il grande, umanissimo, politico, profondo, impeccabile, puntuale, esaltante, tour de force di Villeneuve sta lì a dimostrare che nonostante la sovrabbondanza e l'assuefazione del contemporaneo, nel blockbuster è ancora possibile vedere: basta spalancare gli occhi e avere il coraggio di guardare tutta la bellezza e l'orrore. 

Villeneuve porta avanti, con pervicacia, sicurezza ed eleganza, la sua non idea di cinema. Non mi è ancora chiaro, infatti, cosa voglia esattamente dal suo cinema e soprattutto da me, inteso come spettatore X. Il suo è probabilmente un/il nuovo prototipo di blockbuster, esteticamente affascinante, maturo e moderno, globalmente serioso nell’impostazione ma non scevro di malcelate concessioni alla pancia dello spettatore in cerca di emozioni epidermiche a buon mercato. È  un discorso complesso, questo sulla terra di mezzo del cinema contemporaneo, che si potrebbe estendere anche all’ultimo Lanthimos o a La Zona d’Interesse, tutte opere diversissime accomunate però da un’autorialità che finisce per diventare seducente e smerciabile anche nei multisala dove l’odore di popcorn diventa quasi materico.

La via di Villeneuve è quella dell’alternanza. Nei suoi Dune, cioè, come scrivevo a proposito del primo capitolo, c’è una convivenza bipolare tra due anime. Dall’epica implosa della science fiction adulta concettualmente hard si salta al passaggio basico e risaputo senza soluzione di continuità e senza troppe modulazioni. Un generoso minutaggio dedicato a una narrazione rarefatta ed ellittica lascia improvvisamente il posto a una sequenza über-spettacolare che ripercorre topoi di genere cristallizzati fino alla sclerosi, come l’iniziazione Fremen di Paul Atreides, che doma e cavalca il biggest sandworm ever, alla maniera di Jake con l’Ikran in Avatar, o il duello nell’arena/colosseo con protagonista Feyd-Rautha Harkonnen, cinematografato in un bianco e nero diegetico che dota la sequenza altrimenti canonica di un fascino visivo innegabile e del tutto peculiare.

Perché, è banale dirlo ma tant’è, visivamente ai film di Villeneuve non puoi dire niente. Però, ed è altrettanto banale dirlo, in questi Dune, al netto dei citati picchi emotivi ottenuti con mezz(ucc)i narrativi piuttosto risaputi, dal punto di vista del coinvolgimento siamo prossimi al tracciato piatto. L’impressione è quella di una festa per gli occhi fredda e fondamentalmente vuota, che si affida a Herbert – con fisiologiche omissioni e rettifiche – ma non racconta davvero, in una specie di narrazione disinteressata che non può non innescare un omologo disinteresse nello spettatore che però si fa andare bene tutto, perché viene saziato per altre vie, che possono essere quelle dell’aura da kolossal divergente/autoriale, della (sotto)trama romantica con tanto di bacio desertico larger than life passando per un’azione pura che, quando c’è, non delude affatto. Lussuoso fumo negli occhi.