Drammatico, Recensione

STRATEGIA DEL RAGNO

TRAMA

Athos Magnani torna nel piccolo paese padano natio, invitato dall’amante del padre antifascista ucciso nel 1936: deve scoprire chi è l’assassino.

RECENSIONI

Evocativa e suadente la vena descrittiva dell’ambiente padano fra costumi, odori, sapori, attori della cultura popolar-contadina (compresi i dipinti di Ligabue sui titoli di testa): il film è girato in una Sabbioneta che vuole ricordare Parma ma viene chiamata Tara, da Via col Vento. Pregevole la ricercatezza figurativa, impreziosita dal lavoro di Vittorio Storaro, di una produzione televisiva Rai che ha avuto la prima al Festival di Venezia e un’uscita nei cinema tre anni più tardi. Più irrisolti e pretenziosi gli scali dechirichiani nel regno surreale, soprattutto quando dal quadro realistico, sostando nell’onirico, si sfocia nel simbolico (a imitazione di Jorge Luis Borges, fonte di ispirazione con il suo racconto “Tema del traditore e dell’eroe”): il giallo antifascista resta volutamente senza soluzione, per assurgere a significati più profondi, volutamente lacunosi. Fra le musiche di Giuseppe Verdi e le citazioni cinematografiche (Senso con Alida Valli disperata sotto il colonnato che rifà la scena ambientata nella villa dei Serpieri ad Aldeno; L’Occhio Caldo del Cielo di Robert Aldrich al cinema), per Bertolucci l’indagine investigativa di Athos è un iter psicanalitico alla ricerca delle figure genitoriali, immerso in una memoria atavica che fa da inconscio, tenendo a mente che la strategia del ragno è quella del maschio che, nel rapporto con la femmina, deve evitare di essere divorato dopo il coito. Nel ripercorrere temporalmente e trasversalmente il sentiero dei ricordi, nello smantellarli per poi ricostruirli (ottimo montaggio), l’autore regala pagine ammalianti per quanto non sempre con un respiro centrato nell’oscillare fra algido intellettualismo e calorosa nostalgia.

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