Commedia

UOMINI DI PAROLA

Titolo OriginaleStand Up Guys
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2012
Genere
Durata94'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Val esce di prigione dopo ventotto anni: si è attribuito la colpa di un crimine senza rivelare i nomi dei complici. All’uscita lo aspetta Doc, il suo migliore amico. I due si ritrovano, si parlano, si abbracciano: in realtà Doc è incaricato di ucciderlo entro le 10 del giorno successivo.

RECENSIONI

A dominare sono i good old times. Il secondo lungometraggio di finzione dell'attore e produttore Fisher Stevens, prima della temuta trasposizione di Pastorale americana di Roth, è smaccatamente costruito sull'esumazione dei vecchi tempi: il gangster movie americano guarda indietro, al codice criminale/cinematografico che fu, e lo rievoca per l'ultima (l'ultima?) volta intavolando un altro canto del cigno. Val e Doc sono vecchi criminali, Pacino e Walken sono vecchi attori, i vecchi attori interpretano vecchi criminali: sillogismo meta-narrativo tanto lampante quanto le allusioni alle rispettive carriere. La situazione drammatica è già sintetizzata nel prologo, che vede la fine di una simbolica carcerazione/spartiacque tra ieri e oggi ('ventotto anni dopo'), per Val si aprono le sbarre del tempo: da qui il passato viene costantemente declinato da ogni angolazione possibile, compresa l'ipotesi di una cornice filologica ricostruita in modo artificiale (Val nel nightclub chiede qualcosa di vecchio, 'something old school': il brano che parte è When something is wrong with my baby di Sam & Dave, hit soul del 1967).

La vecchia scuola può sedurre ancora (la ragazza che si scioglie), ma l'epilogo è alle porte: siamo all'ultimo soffio, metaforizzato da Hirsch attaccato al respiratore, c'è tempo solo per una giornata (un film) da spendere insieme. Per questo non importa la reale dinamica dell''evento', perché Val è stato condannato, il motivo è accennato (l'omicidio accidentale del figlio di un boss) ma non approfondito; non importa il colpo di scena che infatti sfuma in trenta minuti, perché Val già sa che Doc sarà il suo killer, sa che verrà ucciso e lo accetta, diradando la finta suspense sul suo destino quando siamo appena ad un terzo dell'intreccio. Ciò che conta è solo ri-fare, insieme fuori tempo come gli Space Cowboys eastwoodiani: vediamo anziani che rapinano una farmacia per ottenere le pillole, nel crepuscolo del genere e delle sue figure, emanazioni notturne di mafia movie che - non a caso - si muovono nel buio. La parabola di Val e Doc segue idealmente il movimento della pistola di quest'ultimo. Inizialmente occultata dietro la schiena in un'inquadratura agnizione (scopriamo l'omicidio commissionato), questa viene mostrata nella ripresa dell'auto, Doc la punta contro Val, ma è nuovamente riposta; quindi l'arma cambia ruolo e diventa il mezzo per il loro ritorno in scena (Hirsch la rifiuta: lui è solo il guidatore), prima con uno scontro 'gentile' con pallottole dirette a mani e piedi, poi con la mattanza finale stavolta ad altezza uomo: sparatoria potenzialmente in-finita, come non finita è la sorte ultima Val e Doc su cui la regia cala l'omissis. Nel percorso si incontrano ostacoli, ritardi, interruzioni: c'è la ragazza nel bagagliaio, Sylvia interpretata da Vanessa Ferlito, cenno di revenge thriller e citazione vivente di Death Proof di Tarantino, breve dialisi nell'esperienza dei tre, che serve a confermare la moralità delle vecchie maniere (una donna non si tocca); c'è la cameriera Alex raffigurata in Allison Timlin, figura implicitamente angelica che dona la 'grazia' agli avventori di un fast food di terz'ordine. Poi, chiuse le parentesi, si prosegue sulla strada (forse) segnata. L’alba è il soggetto monotematico dei quadri di Doc: egli è un gangster al tramonto che si ostina a raffigurare il contrario. Allegoria della giovinezza svanita e trasfigurazione della stessa Alex, l’antifrasi dell’alba dipinta è simbolo della pellicola: ipotesi di cinema umanista e nostalgico, teatro che esalta il genere proprio mentre scende il sipario, ironicamente anche sugli attori, dramma stemperato dal sorriso commosso. La complicità cinefila è continuamente richiesta, solo a tratti accordata. Al netto delle facilità di scrittura, con alcune soluzioni indigeribili (la sbrigativa rivelazione finale), al netto dell’umorismo evidente su erezioni e priapismi, al netto della rischiata deriva sentimentalista, Stand Up Guys si prende o si lascia per quello che è: un inside joke per fan di Pacino e Walken, operazione semplice e scoperta, anche leziosa, a metà tra empatia e gelo, a metà tra apoteosi e funerale, l’ennesima alba che è solo la fine di un tramonto.

Una bella sorpresa, per quanto sia arduo sbagliare un film con tre leoni della recitazione quali Al Pacino, Christopher Walken e Alan Arkin che, dal canto loro, hanno fiutato il valore della sceneggiatura dell’esordiente Noah Haidle e della direzione di un attore come Fisher Stevens, inconfondibile caratterista sulla piazza dagli anni ottanta, attivo come regista dal decennio successivo (esordio nel lungometraggio di finzione: Just a Kiss), soprattutto nel campo del documentario. Il titolo italiano rende bene il gergo dell’originale, che descrive chi non fa la spia ed è (perciò) uomo d’onore, ma non è il tema dei retti criminali in pensione a restare impresso, tanto meno lo sono le battute in commedia (per quanto lascino il segno alcuni dialoghi che vanno in profondità: sentire l’omelia di Al Pacino al funerale dell’amico) o il disegno dei personaggi (ad eccezione di quello, strepitoso, di Alan Arkin), fra Pacino che fa Pacino benissimo e Walken in ruolo sottotono: è il percorso del racconto, le cui vie portano a galla i sentimenti coinvolti, d’amicizia, amore filiale (una nipote, nel caso), la simpatia irresistibile del cameratismo fra criminali che sono innanzi tutto esseri umani che, in fin di vita, fanno i conti con le proprie esistenze, fuor di varie gag sessuali. Malinconico, struggente, divertente ed eccitante, il film ha anche il coraggio di un finale aperto. Bon Jovi pennella appositamente per il film la canzone “Not running anymore”.