Drammatico

UN PADRE, UNA FIGLIA

Titolo OriginaleBacalaureat
NazioneRomania
Anno Produzione2016
Durata128'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

Romeo, medico in una cittadina in Transilvania, ha fatto di tutto pur di far ammettere sua figlia Eliza in una prestigiosa università inglese. Alla ragazza rimane una sola formalità, ma qualcosa accade…

RECENSIONI


Esploso nel 2007 con la Palma d'oro portata a casa proprio da Cristian Mungiu, il nuovo corso del cinema rumeno ha potuto contraddistinguersi, negli ultimi anni, per un’inclinazione tematica assai ricorrente: l’inabitabilità e impraticabilità della Legge, inestricabilmente mescolata alla trasgressione in ogni minima piega del quotidiano. Rispetto a questa ormai ampiamente rodata tendenza del proprio cinema nazionale, Un padre, una figlia sembrerebbe voler mettere un punto-e-a-capo, tirare le somme, chiudere un ciclo.
Romeo è un medico cinquantenne con un passato da ingenuo (nel ’91 è tornato in Romania dall’estero, fiducioso nel cambiamento) e un presente dominato dalla disillusione. Abbastanza affermato e abbastanza scafato, ha passato metà della sua vita a barcamenarsi in mezzo alle miriadi di piccole trasgressioni e di truffaldine leggi non scritte (“elle” minuscola) senza le quali, ne è più che convinto, sopravvivere nel proprio Paese è impossibile; tuttavia, egli è sempre rimasto determinato a seguire la Legge ogniqualvolta possibile. Precisamente come conseguenza della sua scafata disillusione, la sua unica speranza è la figlia, tenuta da sempre al riparo dalle complicazioni morali del quotidiano, e ora alle prese con i cruciali esami di diploma, senza passare i quali non sarà possibile partire per l’Inghilterra, dove ha già ottenuto una borsa per continuare gli studi. Studentessa brillante, non dovrebbe avere problemi a superarli, ma un’aggressione a sfondo sessuale subita poco prima rende tutto più incerto e traballante. Preoccupato che l’occasione di espatriare sfumi, Romeo si mette a smuovere mari e monti (pur con la dovuta circospezione) per poter truccare gli esami della figlia. Ed è costretto a coinvolgere nelle sue manovre la figlia stessa, miraggio di “purezza” incarnante la possibilità di seguire la Legge senza la necessità di “sporcarla” con le mille piccole trasgressioni che la fanno funzionare.
Già dalla prima immagine (una pietra rompe un vetro e irrompe in un appartamento), in effetti, la questione della Legge si pone come innanzitutto spaziale: è questione di “dentro” e “fuori”. Romeo fa continuamente esperienza del paradosso per cui la Legge non funziona senza incorporare il proprio “fuori” (la trasgressione). Per questo, sogna un “fuori” assoluto: l’Inghilterra, dove la figlia potrà vivere serenamente all’ombra di una Legge senza più un “fuori” (la trasgressione) a sporcarla per farla funzionare – perché appunto è essa stessa questo “fuori”.
La Legge, si sa, è innanzitutto Parola. La “new wave” del cinema rumeno, e questo film in particolare, fanno affidamento soprattutto sulla Parola, ovvero su dialoghi serratissimi, magistralmente diretti, che innervano una specie di iperrealista “presa diretta” sul quotidiano più rasoterra, grazie a una cinepresa che cancella con zelo la propria presenza. Straordinariamente preciso, orchestrato e artefatto, il dialogo tende insomma a “sciogliersi” nella trasparenza della messa in scena – perché con la Parola è la Legge stessa a “sciogliersi” nel quotidiano, a cancellarsi in un inestricabile abbraccio con la trasgressione, coi piccoli favori, con le tangenti, con le bugie benintenzionate…


Per questo il discorso sulla Legge che mette in piedi Bacalaureat è inseparabile dalla questione della trasparenza. E infatti, questo film in cui la cui regia fa di tutto per essere trasparente di tanto in tanto si increspa in immagini che tematizzano esplicitamente la trasparenza attraverso il leitmotiv del vetro. Accade ad esempio quando il riflesso del padre compare, sul vetro della stazione della polizia, ad affiancare ironicamente i sospettati di aggressione, quando la figlia viene convocata per il riconoscimento (in un certo senso, è su di lui, o meglio sull’inconsistenza della Legge, che cade la colpa di quanto è successo…). Accade soprattutto quando di punto in bianco un altro vetro (quello dell’automobile) viene infranto da un’altra pietra: prima vediamo tutto ma non vi abbiamo accesso (il fuori è fuori, e il dentro è dentro), mentre dopo, col vetro rotto, non vediamo più niente, tranneattraverso il buco che non solo ci fa vedere cosa c’è fuori, ma pure costituisce una via di accesso diretto a questo “fuori”.
È proprio questo che la “miracolosa” (e ovviamente irraccontabile) risoluzione finale della figlia, perfetta quadratura del cerchio tra la Legge e il suo fuori (e infatti fondata su quel “fuori” della Parola che è l’apparenza) rappresenterà rispetto ai dilemmi morali di Romeo. Quest’ultimo si dibatte lungo tutto il film, senza fine e senza speranza, sempre più prigioniero dei paradossi della Legge che lo allontanano sempre più proprio da quelle oasi di “purezza” che gli sono più care (la moglie, la figlia…) – ma il “fuori”, per quanto a lui inaccessibile, c’è. Il che spiega anche le ragioni alla base della principale scelta estetica percorsa dal film: fare propria una materia narrativa che sta chiaramente dalle parti della commedia (perché la Legge vi si mostra strutturalmente impraticabile, costretta ogni volta al ricorso alla trasgressione, dunque allo squilibrio perpetuo e alla continua deviazione imprevista rispetto alle aspettative) solo per approcciarla “contropelo” facendo di Romeo una specie di eroe tragico, che agisce per il verso sbagliato ma sempre con le migliori intenzioni, e che finisce con l’essere sempre più solo, smarrito e braccato. Anziché giocare con lo spettatore come il gatto col topo, come in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, Mungiu lo coinvolge solo nella misura in cui una strana forma di empatia, pallidamente reminiscente del terrore e della pietà di classica memoria, viene attivata nei confronti di Romeo.
Perché dalla commedia “non si esce”, non esiste un “fuori”: si è condannati a godere dell’abbraccio stritolante tra Legge e trasgressione. Ma nel tragico la frattura, la discontinuità “ex machina” è sempre possibile – finchè appunto, sul periglioso confine tra tragedia e commedia, appare provvidenziale persino il Miracolo (kieslowskiano?). Il fuori c’è, anche se noi siamo imprigionati “dentro”.