Animazione

UN GATTO A PARIGI

Titolo OriginaleUn vie de chat
NazioneFrancia
Anno Produzione2014
Durata65'

TRAMA

Parigi. Dino è un gatto dalla doppia vita: affettuoso animale domestico di giorno, e topo d’appartamento di notte. Mentre la città dorme segue nelle sue imprese Nico, ladro gentiluomo che riesce a infilarsi in ogni casa facendo razzia di oggetti preziosi. La padroncina di Dino, nella sua vita diurna, è Zoé, una bambina che ha perso l’uso della voce a seguito del trauma della morte del padre, un poliziotto ucciso dalla banda di malavitosi del boss Victor Costa. La madre di Zoé, Jeanne, a sua volta un commissario di polizia, viene incaricata di gestire il servizio di guardia per una preziosa statua proveniente dall’Africa, a Parigi per un’esibizione, che fa molta gola a Costa.

RECENSIONI


I tetti di Parigi sono stati fonte d’ispirazione per poeti, pittori e registi (da René Clair ai vari gobbi di Notre Dame, a Blake Edwards), e rappresentano uno degli scorci più caratteristici e suggestivi della capitale francese. Un groviglio di quelle tipiche geometrie ‘haussmanniane’, a 45° di colore blu, con le file di abbaini di mansarde e soffitte, intervallati da camini e antenne, e la Torre Eiffel che svetta all’orizzonte. Un mondo popolato da una fauna, di cui fanno parte gatti e ladri con la mascherina. Una fauna cinematografica che da Irma Vep passa per gli Aristogatti per arrivare ai gatti dei graffiti di Chris Marker : “Et tout ça sous le regard d’un chat” scrive il filmmaker francese in un cartello di Chats perchés
Sottoforma di cinema animato Jean-Loup Felicoli e Alain Gagnol realizzano prima di tutto un’opera di genere, un polar, un noir, un film di gangster. Nella figura del ladro gentiluomo Nico tornano quelle di Fantômas e Arsenio Lupin, di John Robie/Cary Grant, il ladro di gioielli soprannominato “il gatto” di Caccia al ladro, di Charles Lytton/David Niven de La pantera rosa; in quelle dei membri della gang, dalla barba incolta, quelle dei tanti malavitosi, di band di marsigliesi, del cinema francese e non. Mentre i loro nomi in codice – nell’edizione originale – potrebbero essere citazioni. Uno di questi è, guarda un po’, Monsieur Hulot; un altro è Monsieur Bébé che potrebbe riferirsi a L'impossible Monsieur Bébé, il titolo francese di Bringing up Baby!  ( Susanna! in italiano). Mentre Monsieur Grenouille potrebbe richiamare il protagonista de Il profumo di Süskind, in un film dove l’elemento olfattivo, per il profumo della domestica Claudine, si rivelerà centrale. Un mondo parallelo sui tetti delle città, in questo caso americane, vere e immaginarie, è anche quello dei supereroi che pure ha partorito le sue varie Catwoman.


Un gatto a Parigi figurativamente oscilla tra due richiami cinematografici forti, in realtà due archetipi. Il finale di Metropolis con la lotta sui tetti tra Freder e Rotwang e l’incipit di La donna che visse due volte, con la rincorsa continua sempre sui tetti. A venir meno nel film di Felicoli e Gagnol è proprio la vertigo, la pesantezza, la forza di gravità, la paura del salto nel vuoto. L’animazione permette la leggerezza, i personaggi sono funamboli, trovano sempre un appiglio, se cadono ci sono sempre le gargolle di Notre Dame o una gru cui appendersi. Situazioni che rientrano in quell’agilità e quella velocità feline proprie di molti dei protagonisti. In un film che assume il punto di vista del gatto, molti personaggi, quelli più abili e vincenti, hanno caratteristiche feline. Sono atletici e scaltri i principali ladri, questo è ovvio, ma anche la bambina dimostra una inaspettata destrezza nel camminare rimanendo in equilibrio sul cornicione, quando decide di seguire Dino. E poi ci sono personaggi che hanno paura dell’acqua e non sanno nuotare, quelli che vedono al buio o che, come sempre la bambina, non sono capaci di esprimersi a parole. Proprio come i gatti. È un film ‘gattocentrico’: gli autori mostrano una genuina sensibilità verso le creature che miagolano, come può capire qualunque amante dei mici. A parte la satira sui cani, nella gag reiterata da cartoon che vede protagonista il povero cagnolino, ci sono le lucertole morte cacciate dal micio e regalate con orgoglio al padrone, l’ansia di non sapere dove vada il proprio gatto quando si allontana. 


I gatti sono creature fantasmatiche, magiche, eteree. Si dice abbiano sette vite ma il protagonista di Un gatto a Parigi ne ha sicuramente almeno due. E non è l’unico personaggio a fare il doppio gioco, come tipicamente succede in un intreccio con colpi di scena da feuilleton. E la narrazione tipica di genere prevede che i grandi eventi della città coinvolgano un microcosmo di personaggi, tutti intrecciati tra di loro. Jeanne dà la caccia al ladro il cui socio felino è il suo stesso gatto, la domestica Claudine si scopre infiltrata della gang di Costa, che vuole rubare la statua africana, che deve essere protetta da Jeanne, il cui marito è stato ucciso da Costa. E alla fine i legami si chiuderanno con l’unione di Jeanne e Nico.
Con una colonna sonora in stile jazz – che comprende anche I Wished on the Moon di Billie Holiday – Felicoli e Gagnol confezionano un film con un forte senso di pittoricismo. Con donne affusolate, soprattutto Claudine, alla Modigliani; con una grafica schiacciata bidimensionale e linee sghembe, abbozzi di cubismo ed espressionismo. Dove le architetture ‘haussmanniane’ sono interrotte dal gotico di Notre Dame, e dall’arte africana del Colosso di Nairobi che, nel sogno di Costa, irrompe nello skyline della città come in un kaijū eiga, i film giapponesi di mostri. È la storia del cinema riletta in chiave felina.