PHANTOM BOY

Titolo OriginalePhantom Boy
NazioneFrancia/ Belgio
Anno Produzione2015
Genere
  • 68193
Durata84'
Sceneggiatura

TRAMA

Leo, un bambino di 11 anni affetto da leucemia e ricoverato in ospedale, scopre di aver il potere di separare il suo spirito dal corpo e di librarsi in aria senza essere visto._x000D_
Aiuterà Alex, un poliziotto infortunato e bloccato nello stesso ospedale, a catturare un criminale che minaccia tutta New York.

RECENSIONI


Il cinema d'animazione francese è sempre stato aperto alla sperimentazione, soprattutto in termini di design -complice anche una corposa tradizione fumettistica- e recentemente film come Le Stagioni di Louise e La Mia Vita da Zucchina lo hanno dimostrato. Phantom Boy non fa eccezione, essendo stato interamente realizzato dallo studio Folimage, specializzato in animazione tradizionale, nella piccola cittadina di Bourg-les-Valence. Fondato nel 1981, si è guadagnato sin da subito i favori della critica fino ad arrivare ad ottenere una nomination all'Oscar come miglior film d'animazione per Un Gatto a Parigi (2010), dagli stessi autori di Phantom Boy, Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, che di quel film riprendono interamente lo stile grafico, se non addirittura gli stessi personaggi (con ruoli diversi, come se fossero loro attori feticcio).
L'azione si sposta da Parigi a New York mentre la componente noir/poliziesca resta, stavolta contaminata dal genere supereroistico (da qui appunto la scelta di New York, più filologica, quanto però più banale), di marca più Marvel che DC. Leo sogna di essere un poliziotto, ma prima di combattere contro i supercriminali dovrà fronteggiare il suo marveliano superproblema, una malattia, che lo strappa ai genitori e all'amata sorellina, alla quale era solito leggere storie di supereroi prima di andare a dormire. Ed è proprio in ospedale che scopre il suo superpotere: potersi separare dalla realtà materiale e, in forma di fantasma, infrangere le mura solitarie che lo tengono prigioniero, mentre  il suo corpo immobile può soltanto ascoltare e parlare. Con questo stratagemma affiancherà Alex, un poliziotto costretto su una sedia a rotella a causa di una gamba fratturata, e la giornalista Mary, nel loro tentativo di sventare il piano di un criminale la cui faccia  deturpata ricorda un quadro cubista.
Sulla carta (è il caso di dire) il film potrebbe sembra un potpourri strampalato di dubbia riuscita, un esperimento di genere, tra generi, di quello che per alcuni è già di suo un genere (errore diffuso al quale anche una letteratura accademica sta cercando di porre rimedio con studi dedicati, in base ai quali l'animazione è semplicemente un mezzo espressivo duttile, capace di servire storie di qualsiasi tipo),  ma la semplicità e la freschezza – ai limiti spesso dell'ingenuità- con cui l'intreccio si sviluppa danno all'opera una sua ragione d'essere, costituendone al tempo stesso il punto di forza e il limite.


A sottolineare la sua natura volutamente (e ingenuamente) ibrida ci sono le innocue, classiche gag delle macchiette di contorno (i tirapiedi inetti, la talpa doppiogiochista, lo scassinatore irascibile), mai davvero divertenti e mai davvero raffinate,  i momenti sinceramente toccanti (la sorellina che finge di vedere il fantasma di Leo che le legge le storie della buona notte), i dialoghi un po' semplificati tra facili risoluzioni e ammiccamenti meta-cinematografici. Perfettamente esplicativa in ciò è la scena del rapimento di Mary dove la giornalista, nel tentativo di farsi rivelare il piano criminale, punzecchia il villain che, pur vantandosi di non essere il “cattivo di un cartone animato”, finisce per comportarsi come tale rivelando alla donna un indovinello che cela la password per bloccare il virus destinato a infettare tutti i sistemi informatici di New York, praticamente auto-sabotandosi.
Ad alterare i topoi del noir contribuiscono citazioni e omaggi di un certo cinema d'autore, da Apocalypse Now a La Finestra sul Cortile nell' intera dinamica delle indagini dove Alex, dalla sua stanza d'ospedale, guida Mary a distanza tramite Leo che, in forma di fantasma, può essere presente sul campo senza poter però intervenire, mentre invece mancano scene che in ogni origin story di un supereroe che si rispetti sono quasi obbligatorie: non sappiamo di preciso come Leo acquisti e scopra i suoi poteri, la sua “identità segreta” è da lui stesso svelata nei primi minuti del film e il cattivo vuole a tutti costi raccontare la sua origin story, di come il suo volto sia stato deturpato, ma le circostanze glielo impediscono sempre (con effetti volutamente comici).
Il disegno animato rappresenta il medium perfetto per dare corpo all'anima disegnata di Leo, il suo fantasma, che fluttua nell'aria attorcigliandosi in morbide spirali, rese attraverso una linea dolce, morphing di proporzioni e giochi di trasparenze, che anche la migliore CGI camuffata avrebbe avuto difficoltà a rendere.
A un primo impatto il tratto può apparire infantile, volto quasi animare il disegno di un bimbo, nel suo minimalismo asimmetrico di volti e espressioni, ma la pulizia del tratto e la consapevolezza nelle distorsioni prospettiche tradiscono, arricchendola, questa sensazione, senza perdere di immediatezza e calore complici anche le tinte pastello della paletta cromatica, stese in maniera non uniforme nei fondali, realizzati con veri pastelli a cera prima di essere stati digitalizzati.
L'eterogeneità di questi ingredienti (dai contenuti alla veste grafica) genera una pietanza non adatta a tutti i palati; i più piccoli, abituati a ben altri ritmi, potranno trovare il film noioso poiché perderanno quei giochi e rimandi che costituiscono l'impianto stesso della storia e per apprezzare i quali sono necessarie conoscenze pregresse che un adulto probabilmente possiede ma a cui al massimo strapperanno un sorriso compiaciuto o una lacrima innocente.
Bisogna però anche apprezzare il tentativo coraggioso, in un mondo dominato da franchise e pre-existing properties, di realizzare un cinema di genere volto a non assecondare nessuno se non i gusti (pur sempre francesi) dei registi, scevro di qualsiasi velleità di successo (il rischio economico è attenuato dagli investimenti statali e regionali di cui ha goduto), orgogliosamente fiero della propria singolarità artistica.
Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol confezionano insomma un cinema di nicchia che però non potrà mai diventare davvero cult, destinato un pubblico maturo (magari di addetti ai lavori) che però conserva ancora il fanciullino, pronto a meravigliarsi del suo potere di librarsi in aria e osservare il mondo da nuove prospettive, proprio come il fantasma di Leo.