Drammatico, Surreale

TWIN PEAKS: IL RITORNO

Titolo OriginaleTwin Peaks
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2017
Durata1000'
Serie televisiva18 episodi
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Venticinque anni dopo l’agente speciale Dale Cooper è ancora intrappolato all’interno della Loggia Nera. Il suo doppelgänger è invece libero nel mondo reale, ed è invischiato in diverse attività criminali.

RECENSIONI

TWIN PEAKS EMPIRE

 

«I don’t know where I am»
Jerry Horne

Los Angeles. 3 ottobre 2014. Ore 8.30.
Dear Twitter Friends: That gum you like is going to come back in style. #damngoodcoffee

David Lynch e Mark Frost annunciano con un tweet il ritorno di Twin Peaks. Non è uno scherzo, Laura Palmer ha mantenuto la promessa che ci saremmo rivisti dopo 25 anni. Un sogno che prende lentamente forma dopo numerose contrattazioni con l’emittente Showtime e dà vita a una serie di 18 parti, tutte rigorosamente dirette dal regista di Missoula che esorcizza con decisione le difficoltà incontrate in passato.
Torniamo un attimo indietro. È evidente come Lynch abbia in parte rinnegato le prime due stagioni di cui, per motivi produttivi, non riuscì a controllare fino in fondo lo sviluppo. Ma qualcosa era rimasto in sospeso, troppi misteri aleggiavano ancora su Twin Peaks. Ecco quindi la nascita di Fuoco cammina con me, il prequel sugli ultimi giorni della vita di Laura Palmer, presentato in concorso al 45° Festival di Cannes e massacrato tanto dalla critica tanto dal fandom della serie. Riguardo all’accoglienza negativa rimane indimenticabile lo sfogo di Quentin Tarantino che promise di non vedere mai più un film di David Lynch se non avesse deciso di raccontare una storia diversa da questa.
Col tempo però Fire Walk with Me è diventato un piccolo oggetto di culto, l’oscura e libera rilettura di un immaginario che aveva ancora molto, troppo da dire. Perché se c’è un aspetto del cinema di Lynch su cui (credo) siamo tutti d’accordo è che non c’è mai fine al mistero; quello che conta infatti è l’inner voyage, il suo valore esperienziale indipendentemente dal punto di arrivo. L’arte può essere indubbiamente un mezzo, una soglia da attraversare e dove perdersi meravigliosamente, ma sempre con la consapevolezza che non potrà mai dare delle risposte che sono, per fortuna, dentro di noi.
Torna alla mente l’ironico sberleffo nei confronti dello spettatore in Fuoco cammina con me. Desmond è insieme al suo partner e, guarda caso, a Gordon Cole prima di intraprendere le indagini sul caso Teresa Banks. Appare Lil, una donna completamente in rosso, che recita come un mimo e fa strane smorfie, tutti segni in codice che il detective prontamente interpreta. Ma c’è un dettaglio che colpisce l’occhio, una rosa blu, l’elemento estraneo che risucchia ogni forma di interpretazione logica, di cui non viene data una risposta. Ritengo da sempre questa sequenza la ghignante presa di posizione di David Lynch nei confronti di chi è ossessionato dal senso, che cerca sempre delle risposte definite invece di abbandonarsi alle domande.
Ora arriva la patata bollente. Come affiancarsi a questa opera fondamentale e seminale che è Twin Peaks: The Return, dopo quanto scritto?
Cercherò di creare suggestioni passando da un universo all’altro interno alla serie che, mai come in questo caso, è l’INLAND EMPIRE della filmografia del regista.
Diane, I’m entering the Twin Peaks EMPIRE.

«I can't seem to remember if it's today, two days from now, or yesterday. I suppose if it was 9:45, I'd think it was after midnight! For instance, if today was tomorrow, you wouldn't even remember that you owed on an unpaid bill. Actions do have consequences. And yet, there is the magic. If it was tomorrow, you would be sitting over there.»
(Neighbor – INLAND EMPIRE)

Home

Un ritorno a casa. Nel proliferare di sottotrame, nel riavvicinamento emotivo ai personaggi a noi familiari, nell’introdurre nuovi volti, nuove eredità generazionali, Twin Peaks crea un mondo corale, fatto di tasselli che piano piano iniziano a legarsi gli uni con gli altri, ricuciono lo strappo con il passato, l’ellissi di 25 anni.
Ma dove è Twin Peaks? E’ ancora possibile ricongiungersi a quell’immaginario così lontano nel tempo?
Lo scorrere degli anni è spietato, la vecchiaia è incisa nella pelle dei suoi abitanti, ma contemporaneamente è come se fossimo rimasti sempre lì, nell’attesa che qualcosa potesse accadere di nuovo.
Is it the future or the past? Il tempo è tiranno, ma insieme allo spazio rivelerà presto se stesso, la propria natura relativa e illusoria, per aprirsi alla sincronicità di mondi paralleli, per riavvolgersi e nuovamente distendersi. Siamo dentro sì imbrigliati, dobbiamo sì svegliarci, ma non ha molta importanza il punto di arrivo, quanto il cambiamento di stato che permette alla visione di rileggere, infinite volte (?), un universo che funziona come la nostra mente.
Perché Twin Peaks è dentro di noi e la memoria cerca gradualmente di riconnettersi a quella fonte.
Lo spettatore percepisce quasi da subito che l’errare di Dale/Dougie e il suo doppelgänger ha come meta la cittadina, il luogo dove tutto è iniziato e dove potrebbe esaudirsi il sogno di rivivere, ancora una volta, quell’unicità di tanti anni fa. La sensazione però è che la presenza di Twin Peaks sia immanente, nei dettagli, nei rimandi, nelle suggestioni sonore, è intorno a noi, ma allo stesso tempo avvolta dal velo dell’oblio.
Ed ecco che Dougie, privo di ego, in una regressione sia infantile che senile, combacia pienamente con questo stato d’animo. Uno sguardo che subisce le situazioni, l’incarnazione perfetta della mediocrità umana, che vive intrappolato nella routine ed è paradossalmente costretto a esperire la realtà che lo circonda in maniera diversa. Dougie sente, non agisce, non vuole come Bad Cooper, ma ha realmente bisogno dell’altro, è patologicamente dipendente. E per sopravvivere ha bisogno proprio di Twin Peaks che, mediante l’apparizione di Mike, lo guida nel districarsi dagli ostacoli di volta in volta incontrati.
Poi, all’improvviso, mentre si sta gustando la sua amata cherry pie, giunge l’epifania che lo libera.
Un cortocircuito teorico oltre che fisico. Il risveglio di Dale, infatti, avviene durante la visione in TV di Sunset Boulevard di Billy Wilder, quando viene nominato Gordon Cole, personaggio minore della pellicola dal quale il regista ha preso il nome per interpretare il Direttore dell’FBI.
L’immaginario feticizzato della Loggia Nera termina così di fare da tramite per Dougie, non lo guida più.
Lynch ci riporta a Twin Peaks, facendoci dimenticare Twin Peaks stessa, abbandonando quell’impianto fatto di aspettative, memorie, leit motiv, che ci ha congelati in una beckettiana attesa. E tutto questo grazie al cinema, in un dialogo impossibile tra mondi, dove per l’ennesima volta è un tramonto a segnare un nuovo inizio.

Dreams

Quanto sognano i personaggi di David Lynch. Il sogno è quasi sempre l’anticamera di un risveglio, di una nuova comprensione della “realtà”. Parlare però di realtà è assai fuorviante, soprattutto rapportandoci a un universo dove non esistono vere e proprie dicotomie, ma piuttosto stati diversi di consapevolezza in quell’angosciante e misterioso percorso che vive di continui superamenti di soglie, di porte che si aprono, di nuovi stadi di un viaggio destinato a non fermarsi mai.
Ed è proprio Gordon Cole a spingerci verso una suggestione che invece di dare una risposta ci mette di fronte a un quesito insuperabile. Who is the dreamer?
La sequenza è a dir poco bizzarra: l’apparizione di Monica Bellucci fuori da un caffè parigino, in una situazione familiare (Gordon Cole sta forse sognando di essere proprio David Lynch?), contempla la natura stessa di questo intricato gioco di scatole cinesi [1].  Se viviamo dentro un sogno, come ci dice Philip Jeffries in Fire walk with Me, chi è che realmente sta sognando?
Ecco quindi che quello sguardo in macchina di Cole sembra dirci che facciamo parte del gioco e forse siamo proprio noi la fonte di questo flusso magico. Certo, potremmo lanciarci in terreni complessi, molto più pericolosi di queste probabili sovrainterpretazioni e trarre spunto dagli interessi del regista nei confronti delle tradizioni orientali (The Mandyuka Upanishad?), ma meglio restare dentro la serie e perderci nuovamente nel vortice di interrogativi.
Di sicuro il sogno è un piano in cui i personaggi riescono ad anticipare qualcosa del futuro, riconfermando per l’ennesima volta quel cortocircuito temporale, che ci impedisce realmente di stabilire una sequenzialità tra gli avvenimenti messi in scena.
Ma probabilmente è solo attraverso questo stato che si può entrare un pochino più in profondità. Pensiamo a Freddie, un cockney che proprio grazie all’apparizione di Cooper diventa un bizzarro supereroe (l’ironia, come in tutto il cinema di Lynch, è abbagliante) e incarna la nuova generazione come mezzo per superare le stasi del passato. Ed è tutto fondato sul credere, credere fermamente ai segni, cercare di andare oltre all’apparenza e alla banalità letterale. Alla faccia di quello zoticone di Chad!
I personaggi che dicono di aver sognato e hanno un’interpretazione di quello che sta per accadere sono tanti, ma a colpire è come tutta la rappresentazione sia strutturata a mo’ di lavoro onirico. Non si tratta infatti solo di sognare, quanto di vivere dentro un sogno, in una maglia, una tela che unisce tutto Twin Peaks.
E proprio lì, nell’ufficio dello Sceriffo[2], che Cooper dopo la sconfitta di Bob comprende che siamo vicini all’ennesimo risveglio. La splendida sovraimpressione del suo primissimo piano con la famiglia nuova e vecchia di quel luogo ci suggerisce già il passo successivo.
Richard o Cooper? La televisione è spenta, I’m deranged. Ci siamo però svegliati o siamo nuovamente dentro l’ennesimo sogno?
Non si discute quanto l’ultimo episodio della serie crei un forte stato di disagio e frustrazione allo spettatore.
Indipendentemente dalla lettura narrativa più “logica”(Judy ha creato un mondo parallelo e ha intrappolato, di nuovo, il protagonista), ci colpisce questa uscita brusca e non appagante dall’immaginario a noi familiare.
È però lì che la poetica del regista mostra un grande coraggio. Una stagione di 18 puntate che ti ammalia con i live al Roadhouse [3], che evita chiusure sospese, trova il suo cliffhanger definitivo nel season finale.
Un urlo che riecheggia, la constatazione dolente che l’unico happy ending possibile è un tulpa che riabbraccia una famiglia ritrovata. Essendo però Laura the one, è inevitabile che la ricerca continui, che non possa mai fermarsi. Siamo usciti da Twin Peaks ed è lì il cuore della serie che è ben riflesso nel personaggio di Cooper. Nell’incessante movimento verso la verità, l’abbandono e la rinuncia di ciò che ci lega è molto spesso necessaria, ma non sarà certo l’arte a dare una risposta. Perché se c’è qualcosa che Lynch non vuole è prendersi l’arroganza di esaurire il mistero. Tutt’altro. Il suo sguardo rivendica come la ricerca non debba mai finire. Probabilmente, non siamo ancora pronti per un vero risveglio.

[1] Nell’intro della sequenza che vede l’apparizione di Jeffries (Fire Walk with Me), Lynch ci mostra questo aspetto in modo subliminale.
All’esterno della sede dell’FBI c’è una campana. Un movimento di macchina ne inquadra subito l’ombra sottostante, per poi trovare un’ulteriore corrispondenza nello stacco di montaggio all’interno dell’ufficio di Cole. La prima cosa che vediamo, infatti, appesa su una colonna è il disegno incorniciato della campana stessa.
[2] Si noti come il ritorno a Twin Peaks inizi con un’alba che filtra. Anche questo è un suggestivo risveglio.
[3] Sarà Audrey a risvegliarci/si.

 

.....

Meditation ...

 

 

... in love

....

- I tuoi quadri sembrano raffigurare il mondo dalla prospettiva di un bambino in preda al terrore; è una descrizione plausibile?
- Direi proprio di sì. Amo ciò che riguarda l'infanzia perché quando si è bambini il mondo è così ricco di mistero. Persino una cosa semplice come un albero è inspiegabile. Lo vedi da lontano e sembra piccolo, e invece man mano che ti avvicini pare che cresca; da bambino non riesci ad afferrare le regolE. Noi crediamo di capirle quando diventiamo adulti, ma ciò che sperimentiamo in realtà è un restringersi dell'immaginazione. –

Childish squiggles

Dougie fa un po’ il pappagallo, ma molto spesso nella ripetizione dell’ultima frase del suo interlocutore apre uno spiraglio di senso. E’ il caso della consegna dei file cases a Bushnell, con questo che si lamenta dei disegni infantili presenti sui documenti. Dougie col suo sguardo perso sussurra: Make… sense of it.
Si tratta di un vero manifesto di come Lynch guarda alla rappresentazione. E mai come in Twin Peaks: The Return abbiamo potuto godere di una libertà espressiva che rielabora la propria filmografia e la sua profonda passione per la pittura. Un’esperienza visiva tanto virtuale quanto tattile, che innesta registri diversi, che rielabora l’iconografia vintage della serie come ce la ricordavamo e irrompe con suggestioni pittoriche, evoluzioni infantili dei personaggi (The Arm e Jeffries), che usa i dispositivi 2.0 come nuove traiettorie mentali, che non ha paura di forzare le immagini, ma le filtra attraverso gli occhi di un bambino giocoso nello sfidare la sicurezza della verosomiglianza.
Twin Peaks è inoltre un’opera divertita nel dialogare con i film precedenti di Lynch. Mai come in questo caso, infatti, l’autore riesce a integrare il passato del suo cinema dentro questo nuovo impero seriale, da Eraserhead fino a INLAND EMPIRE.
Un approccio a dir poco radicale, che tuttavia si presta a gestire i misteri, le svolte narrative, con un’inaspettata semplicità. Certo, stiamo sempre parlando di un cinema tutt’altro che a tesi. Gli enigmi però di volta in volta vengono inquadrati, svelati nel loro funzionamento. Rispetto alle opere precedenti Lynch ha molto a cuore che lo spettatore si agganci alla/alle storia/storie e inizi a decifrare i tanti interrogativi lasciati in sospeso 25 anni prima.
Probabilmente la sensazione è quella di voler chiudere un cerchio, una fase, un immaginario per poi andare oltre e deragliare in un Texas pronto a distruggere tutte le nostre nuove “certezze”.
Pensiamo solo alla spiegazione della rosa blu, dei tulpa, dell’origine del Male, etc.
Lo spettatore si interroga, ma contemporaneamente può inserirsi nel discorso senza precipitare nei vicoli ciechi con cui il regista ci ha abituato in passato.
Non sto parlando di semplificazione, attenzione, quanto della lucida capacità di un autore che vuole portare il suo spettatore oltre la banale decodifica. Questo perché pur con tutte le spiegazioni suggerite da Cole e compagnia, il nuovo mistero è pronto a emergere e a rompere una glass box

Sex

 “Tu non mi avrai mai!”
(Alice – Strade Perdute)

Nel cinema di David Lynch il sesso ha un ché di alchemico.
Quasi sempre l’unione intima crea una trasformazione nel mondo circostante o, il più delle volte, è causa disfunzionale dei rapporti.
Guardando al passato gli esempi sono tantissimi. Henry, in Eraserhead, ha rimosso l’amplesso con la sua ex fidanzata, ma è proprio attraverso il sogno di un amplesso con la vicina di casa che sprofonda (in tutti i sensi) dentro la propria follia. In Velluto Blu e in Cuore Selvaggio la sessualità brucia ed è indissolubilmente legata con la violenza. Si pensi solo al killer interpretato da Grace Zabriskie che uccide il povero investigatore dopo un rapporto sessuale animalesco con il suo partner. In Strade Perdute la sequenza di sesso nel deserto, fortemente metacinematografica, toglie il velo all’illusione a Pete. L’unione fisica di Betty e Rita in Mulholland Drive prepara al risveglio dentro l’incubo, mentre Nikki inizia a perdersi nel ruolo proprio durante una (messa in) scena di sesso con Devon/Billy.
Questa veloce panoramica introduce le tre scene presenti in Twin Peaks: The Return.
L’ingenuo giovane della glass box baconiana, è tutto fuorché uno sguardo attivo. Un oggetto, parte integrante di un sistema di telecamere a circuito chiuso che registrano 24 ore su 24 l’invisibile (cfr HAL 9000).
Nella gelida operazione meccanica è proprio il sesso clandestino con la sua compagna a canalizzare Judy e a scardinare, in tutti i sensi, questa logica di controllo e lontana da qualsiasi partecipazione sensoriale.
Discorso diverso per il nostro Dougie, il quale non nasconde con un primo piano grandangolare il piacere di essere, anche in questo caso, totalmente alle dipendenze di qualcun altro.
Ma è senza dubbio l’angosciante sequenza d’amore (?) tra Cooper e Diane a rimanere impressa e a confermare nuovamente come ci sia tra un uomo e la donna un enorme difficoltà a vivere pienamente, spiritualmente, un atto fisico.
L’incontro tra i due, che poteva esorcizzare il trauma della violenza inflitta dal Bad Cooper, si rivela invece un dolorosissimo addio, uno sprofondamento nel buio che ricorda quell’oscurità, riscontrabile pure nel nero delle lenzuola, tra Renee e il marito in Strade Perdute.
E guarda caso proprio dopo questo amplesso che avviene il risveglio, portando il protagonista in una realtà nuova, nella quale a cambiare sono persino le identità.

Electricity.

Nell’universo lynchano tutto è interconnesso, le varie realtà convivono e dialogano grazie a un campo (unificato) elettrico. Anche qui le suggestioni che vengono dall’Est sono abbastanza evidenti. Ciò che però colpisce di questa Legge è il modo in cui il regista la manifesta.
Prese a parete, accendisigari delle auto, cavi. Oggetti a noi familiari assumono un’aura perturbante e diventano canali che deformano lo spazio e il tempo.
Questa suggestione giunge da lontano. Già in Eraserhead, infatti, la mente di Henry veniva paragonata a circuito elettrico, con tanto di demiurgo che ne controllava il corretto (?) funzionamento. Quello che però colpisce è come gli oggetti quotidiani, così vicini a noi, non sono mai quello che sembrano e trascendono il loro significato prettamente letterale.
E se ci pensiamo bene, la sensazione è simile quel tipo di incertezza che viviamo nei sogni, dove molto spesso elementi quotidiani slittano di senso e sfuggono alla nostra comprensione immediata.               


Chi ha ucciso Laura Palmer?

 “Find Laura”
Leland Palmer

Il Fireman vive dentro un cinema, interagisce con i mondi attraverso uno schermo quasi si trattasse di un touchscreen, postproduce, modifica, ritaglia, porta avanti la sua regia per ostacolare il Male.
La magia di poter manipolare il tempo è l’occasione perfetta per un atto eroico che allo stesso tempo dà la sensazione di infrangere un tabù: salvare Laura Palmer.
Ebbene sì, Cooper torna indietro. Twin Peaks: The Return entra dentro Fire Walk with Me (che è in b/n!), si crea l’impossibile riscrittura filmica che permette alla giovane ragazza di sfuggire dal proprio destino.
E’ l’atto iconoclasta definitivo, la sovversione totale del cuore della serie. E ora? Chi ha ucciso Laura Palmer? No, Laura Palmer non è stata uccisa, è sparita, in un’altra dimensione, con un altro nome, 25 anni prima.
Il lieto fine però non è da contemplare, perché Lynch ci ha dimostrato più volte come il Bene (rappresentato proprio dalla martire Laura) non è al sicuro. Viviamo dentro un sogno, ma forse è più vicino a un terribile incubo, dove i nuovi pagano il karma dei genitori (si guardino le varie sotto trame della serie).
In questo magnifico viaggio dentro le immagini, si formalizza una volta per tutte l’allontanamento da Twin Peaks, dalle coordinate che poco prima avevamo ritrovato. Siamo usciti da una televisione, che adesso è spenta, come ci fa ben capire la soggettiva di Richard al risveglio. Il viaggio però continua e dentro di noi, il nome di Laura può riemergere, portandosi con sé la paura di un tempo.