Fantascienza

TRON: LEGACY

TRAMA

1989. Kevin Flynn scompare nel nulla, lasciando il figlio Sam, di 7 anni. Venti anni dopo si scopre dov’era finito (non che sia una gran sorpresa…)

RECENSIONI

TRON 1982

Rivisto oggi, cosa che ho fatto per offrirvi un servizio migliore, fa un po’ l’effetto di una seduta di retrogaming. Tipo: rispolvero il mio Intellivision e metto su Advanced Dungeons&Dragons. Dopo il divertito, proustiano stupore iniziale, si passa a un’indifferenza centrale che sfocia in un non meglio identificato malessere finale. O, ancora, come il retrogusto che lascia la “visione”, qui e oggi, della prospettiva intuitiva di Giotto. Quello che voglio dire è che la contestualizzazione è affatto necessaria. TRON fu film certo importante, finanche rivoluzionario, ed è ovviamente, visivamente invecchiatissimo. La preistoria della CGI, fruita nel 2010, fa tenerezza (a voler essere gentili). Il paradosso è che invece le sceneggiatura, la parte ritenuta storicamente più debole di un film rimasto nella memoria iconica universale, quella un po’ stupisce. Perché insomma, Matrix e derivati, Avatar, ma perfino Inception, un sacco di cinefantascienza più o meno contemporanea, più o meno vivente è figlia (anche) di TRON. Realtà virtuale, alter ego artificiali, mutazioni antropologiche indotte dalla tecnologia, sintetici universi paralleli (che dialogano anche visivamente con quelli reali: le celle detentive per programmi doppio del labirinto di cubicoli degli uffici della ENCOM, la città/rete stradale finale che “si illumina” e diventa rete informatica), non saremmo lontanissimi dalla realtà se dicessimo che tutto inizia da quel semi-flop della Disney. Mica poco. Che poi la sceneggiatura, al netto delle idee fondanti, fosse un po’ demente, quello è un altro paio di maniche.

LEGACY 2010

Il sequel di Kosinski si mostra ossequioso nei confronti dell'originale, in tutto e per tutto, e da questo punto di vista l’operazione ha i suoi bei motivi di interesse. Tralasciando le citazioni e i rimandi letterali, che pure abbondano (cfr. la sequenza dell’apertura della porta blindatissima), il tentativo di Legacy è più nobile e, se vogliamo, ambizioso: riprodurre TRON a livello strutturale, concettuale e fruitivo. Intanto se ne replica la bipartizione netta e insanabile. Non è una stupidaggine. Nella pellicola dell’82, il tuffo nell’universo algoritmico segnava uno stacco deciso e irreversibile, finanche straniante. Sequenza finale a parte, da metà film in poi lo spettatore era costretto a vedere cose mai viste senza vie di fuga o, seppur narrativamente plausibili, “dialoghi” col mondo reale. Legacy fa lo stesso e, da questa prospettiva, utilizza il 3D in modo giustificato, non pretestuoso. Hanno voglia gli spettatori a lamentarsi (ho pagato €11 e mezzo film è in 2D?), la cesura bi-tridimensionale ha un senso (mondo reale – mondo digitale) ed è francamente l’uso più intelligente del 3D visto dai tempi di Final Destination 3D (sequenza del/nel cinema). Aggiungo anche che, quando arriva, si tratta di un 3D poco invasivo e, passatemi il termine, “adulto”, mirato a dare profondità e volume più che a lanciarti roba negli occhialini. Unico difetto – non da poco – le già marcate atmosfere dark del film diventano ancora più preterintenzionalmente dark e cromaticamente un po’ smortine. Ma meglio così che quel 3D tipo “libri in rilievo”, con la banale protesizzazione di un effetto parallasse già ben implementato ai tempi di Bambi (1942. Riguardatevi la sequenza iniziale, col carrello laterale nel bosco, e ditemi cosa ne pensate).


La stessa misura, la stessa assenza di pacchianeria va rilevata anche nel tentativo di “stupire” con la rappresentazione dell’universo digitale. Se è vero che l’impatto rivoluzionario dell’82 era, per ovvii motivi, irreplicabile, è altrettanto innegabile che il mondo ricreato ha un suo fascino inusuale e costruito più sul – per così dire – profilmico che sul – diciamo così – filmico. Lo stupore, se c’è, nasce cioè dalle scenografie, dal design, dal décor, dal quadro architettonico/compositivo più che dall’effetto speciale e dal virtuosismo registico inteso in senso tradizionale. E’ un tentativo non sempre riuscito ma complessivamente lodevole che, di nuovo, dà un tocco maturo, “evoluto” all’atmosfera generale, nobilitata anche dalla citazione sfacciata ma giusta al momento giusto (l’arredo quotidiano ma abbacinante e senza tempo alla Fine del Tempo di 2001). E, già che siamo a parlare di citazioni, non manca la riproposizione duplicata ma differita/aggiornata di un pesante referente dell’originale (la prima trilogia di Star Wars, che in realtà all’epoca doveva ancora concludersi). In TRON’82 c’erano infatti silmil-astronavi, inquadrature clonate da Lucas e addirittura un finale del tutto omologo a quello, già Mitico, dell’Ep.IV (difficile avvicinamento al cuore del problema, oggetto da scagliare con abilità in un pertugio del cuore del problema per arrestarlo). In TRON2010 l’immaginario lucasiano è citato, se vogliamo, ancor più letteralmente con ironici falsi positivi prima (il manubrio della lightcycle erroneamente impugnato a mo’ di lightsaber) e con riferimenti parimenti precisi poi, inequivocabilmente circostanziati alla seconda trilogia (“l’esercito dei cloni” di Clu, la doppia spada laser Sith-iana).


Gli evidenti cons? Sicuramente una certa omologazione nelle sequenze di azione pura, che non sono malaccio ma non lesinano il ricorso a un lessico registico un po’ desueto (ralenties alla Matrix? Ci sono) e una sceneggiatura che, crediamo (stavolta) non del tutto volutamente, riproduce in parte i difetti di quella di 28 anni fa aggiungendone di nuovi per l’occasione. In particolare, soprassedendo sulle forzature necessarie a giustificare i quasi 6 lustri di “stacco”, fatti salvi un impianto narrativo basico ma funzionale e una dialogica scemotta, non ci sono veri plot holes ma troppe indeterminatezze, coi discorsi fumosi di Flynn che dicono e non dicono, persi in un’aura zen troppo posticcia. E punti presunti chiave che rimangono così, da qualche parte tra la carne e il pesce (in che senso gli ISO cambieranno il mondo così come lo conosciamo?). Tra l’altro, proprio il personaggio di Flynn ha subito un’evoluzione eccessivamente contraddittoria, con l’eterno, scapestrato Peter Nerd che ci ricordavamo trasformato in un atarassico Santone scalzo di bianco vestito, che osserva il cielo per ascoltarne il respiro. C’è da dire però che il grande Jeff Bridges dice sTRONzate con una professionalità e un carisma tali che lo profilano eroico. E stupisce, tra parentesi, come la sua versione “giovane” (dentro e fuori il mondo di TRON) sia così scarsa da un punto di vista della qualità digitale. Si doveva decisamente fare di meglio.

I DAFT PUNK AROUND THE WORLD OF TRON

In attesa del next level daftpunkiano (Human after all, l’ultimo lavoro in studio, è ormai del 2005), i due robotici francesi si cimentano in questa OST con umiltà e personalità. Nel senso che non rischiano mai di mangiarsi il film, né eccedono in eccentricità autoriali (anzi. Qualche fan potrebbe pure indispettirsi per sospetti di anonimato) rimanendo però – spesso – riconoscibili. Si alternano, si sovrappongono o dialogano partiture orchestrali, intermezzi semi-ambient e tipici retrofuturismi à la Daft Punk, con risultati complessivamente ottimi. Sia che l’orchestra prenda il sopravvento con progressioni ossessive che ricordano Zimmer/Newton Howard quando lavorano per Nolan parafrasando Glass (Outlands), sia nelle parentesi più oggettivamente canoniche (Adagio for Tron), sia quando sono i suoni “fine 70’s negli anni 3000” a scandire le danze (End Titles) o gli evidenti echi/citazioni del Vangelis di Blade Runner o delle migliori composizioni di Carpenter (Solar Sailer), tutto sembra sempre terribilmente appropriato, perfettamente a fuoco e spesso, anzi, molte sequenze danno l’idea di funzionare proprio grazie alla musica. Certo non manca l’occasione perché i Daft Punk facciano sfacciatamente i Daft Punk, “senza filtro”, così nella scena del Club li vediamo alla console e sentiamo un uno-due (End of line + Derezzed) molto loro ed è tutto molto simpatico e quasi dovuto. Rimane però un dubbio, diciamo, diegetico: quando poi il Club esplode, ci rimangono secchi?      

Pur essendo stato un flop commerciale, il disneyano Tron è diventato, nel tempo, di culto, per aver anticipato i temi visionari sulla realtà virtuale e aver ideato un design estremamente originale nell’immaginare il Viaggio Allucinante nella rete. In questo seguito, infatti, gli autori non ne stravolgono le direttrici figurative (le tute aderenti con fasci di luce, le light cycle, il tipo di combattimenti) ma le rifiniscono ed implementano con i progressi della tecnologia. Non solo: ne preservano anche lo spirito “controculturale”, con hackers ante litteram che sognano una rete libera e un mondo migliore, con un guru/Jedi dedito a meditazione zen che ricrea Utopia in un universo parallelo (dato che, ‘68 insegna, nel nostro è fallita). Lo script dei due Lostiani Edward Kitsis e Adam Horowitz sorprende piacevolmente per i risvolti affatto semplicistici (vedi il profeta del Bene che combatte se stesso come antitesi), innestati in una struttura di racconto che, in gran parte, replica quella dell’originale. Il colpo di genio è stato quello di coinvolgere nel commento sonoro (nel “sound” e nei rumori) i francesi Daft Punk (apparizione nel night club con volto coperto dai caschi), che danno vita ad un tappeto sonoro “diverso” e potente, in perfetta sincronia con il montaggio. Fa un’ottima impressione anche la regia dell’esordiente Joseph Kosinski, regista pubblicitario specializzatosi in immagini generate al computer: riserva alle scene “in” rete lo stesso 3D di Avatar e sfrutta la propria laurea in architettura per dare un volto al mondo di Tron, fra (semi) assenza di gravità, riprese dall’alto, dal basso e rotanti, un montaggio altamente professionistico nel costruire scene ad effetto (vedi i combattimenti) e un’inventiva da non sottovalutare (la notizia della scomparsa del padre, data, in modo surreale, da una serie di televisioni appoggiate per terra). La seconda parte perde qualche colpo, fra Kosinski che non sta più dietro ai buchi della trama e gli sceneggiatori che palesano troppo i rimandi (Clu come Hitler, poi la razza perfetta e lo sterminio). I ritocchi digitali sono stati utilizzati anche per ringiovanire Jeff Bridges per esigenze di trama, ma il “lifting” veste bene solo il suo alter ego Clu.