Drammatico

TITANIC

TRAMA

Il Titanic va a sbattere contro un iceberg e affonda.

RECENSIONI

Un atto semplice, persino brutale nella sua velocità (l'affondamento, secondo le fonti, durò in tutto meno di tre ore) e fondamentale nella storia della civiltà occidentale, tanto da divenire il confine ideale del secondo Ottocento, un'epoca segnata da una fiducia religiosa nel progresso e da un ottuso determinismo tecnologico (è passato un secolo? sembra oggi), un'era di fasti "sacrileghi" che avrebbero trovato "espiazione" nei lutti della prima guerra mondiale.
Come narrare cinematograficamente un evento di tale importanza reale (1500 morti) e simbolica? James Cameron, uno che di mostri sepolti nel profondo della memoria se ne intende, avvia la narrazione come un noir classico: alla ricerca di un gioiello preziosissimo (in verità piuttosto volgare e sospettiamo anche menagramo, come ogni tesoro che si rispetti), un gruppo di esploratori si imbatte in una dei pochi sopravvissuti al naufragio, la centenaria Rose, disposta a rievocare gli ultimi istanti di vita della "nave del millennio".
Dopo una "visita" al relitto autentico, una delle cose più sconvolgenti e realmente commoventi del film, la moderna Sibilla (una meravigliosa Gloria Stuart, nei cui occhi si può leggere una passionalità rasserenata dalla distanza, ma ancora ben viva) inizia la rievocazione, ed ecco sorgere letteralmente dal nulla la nave, e con essa tutto quanto avrebbe dovuto essere evitato, vale a dire la melensa storia d'amore, melodrammatica e politicamente corretta tra la principessa e Cenerentolo.

Rose, oppressa da una madre istupidita dallo spettro della povertà e da un fidanzato ben oltre il limite della crudeltà mentale, trova tutto quella che manca alla sua vita (l'amore, ma soprattutto la passione per l'arte, la gioia di vivere, la sete di futuro) nel giovane squattrinato Jack, che la salva da un peraltro ridicolo tentativo di suicidio. Dopo di che, la successione è scontata: verificata l'impossibilità di assimilare il giovane all'arido e mortificante mondo in cui è costretta l'amata (non ci viene risparmiata la scontatissima sequenza della cena formale con venticinque posate sparpagliate attorno al piatto), i due colombi si precipitano a ballare in terza classe, finendo a fare l'amore nel deposito delle automobili (ora, riuscite a immaginare una donna della stazza della Winslet che copula con l'esile Di Caprio su uno scomodissimo sedile posteriore?).
Insomma, il potenzialmente immenso "melodramma meccanico", protagonista la nave, viene in gran parte soffocato dalla love story, che provvede a due funzioni principali, accattivarsi le simpatie del pubblico, specie quello giovanissimo che infatti è andato in estasi di fronte a questa fiera del luogo comune sentimentale tra "Vacanze romane" e "Romeo e Giulietta", e lanciare a livello internazionale i protagonisti, che sembrano i primi a non credere fino in fondo a quello che fanno e soprattutto dicono i loro personaggi, tanto da cristallizzarsi in un'espressione bovina da molti ritenuta "commovente".
Nel frattempo, mentre lo scontato intrigo giallorosa va avanti a forza di vigliaccherie (da parte del damerino fidanzato di Rose) e atti eroici e "ribelli" (dei poveri amanti perseguitati), la nave affonda. Cameron coglie la tragedia del Titanic con invenzioni visive e sonore che sono probabilmente la cosa migliore del film: la nave, comprensiva di tutte le persone e gli oggetti che trasporta, è vista come un essere vivente, che palpita (la scena nelle caldaie) e soffre (i piatti infranti) in perfetta simbiosi con i personaggi, dei quali è al tempo stesso carnefice (gli innumerevoli intralci che si pongono sul cammino dei fuggitivi) e compagna di sventura (la frattura che accompagna l'inabissamento, un'autentica "ferita al cuore").

Il regista e sceneggiatore riserva alle comparse, nell'ultima ora del film, quella cura che aveva loro lesinato nella prima parte del film: tutti quei personaggi minimali, definiti da un atto o funzione (gli anziani coniugi che si lasciano morire nel loro letto) o appena più complessi (il capitano e i suoi ufficiali), sono osservati con rispetto e profonda partecipazione, ma un trattamento particolare è riservato agli orchestrali che nelle sequenze precedenti la collisione con l'iceberg deliziavano i pranzi di prima classe, semplice sfondo dei lussuosi banchetti, e ora balzano in primo piano, come gli autentici eroi della fine del (loro) mondo. Mentre i passeggeri si affannano per salire sulle poche scialuppe di salvataggio, i musicisti, terrorizzati a morte ma consapevoli del loro ruolo di "confortatori", continuano ad eseguire le musiche più salottiere, assunte in una simile occasione a requiem della Belle Époque. Come non restare impietriti nell'ascoltare il furibondo cancan finale di "Orfeo all'inferno"? Le note di Offenbach, apparentemente brillanti e manierate, ci si svelano in tutta la loro forza, venendo quasi a formare una profezia demoniaca che ha per oggetto il destino d'inabissamento delle illusioni di un mondo vissuto nel "lume della ragione" (e infatti la nave piomba nel buio, prima di essere inghiottita per sempre nelle profondità dell'oceano).
Richiamati alla dura realtà della scipita storiella d'amore (infelice ed eterno, come dev'essere), lasciamo il 1912 per tornare alla vegliarda Rose, protagonista di un epilogo stucchevole quanto il bere tre litri di rosolio non diluito, che sembra messo lì tanto per "risarcire" il pubblico dallo spettacolo di morte in cui è stato letteralmente immerso nell'ultima ora. Se "Titanic" fosse stato realizzato come un film corale, forse avrebbe avuto meno successo, ma sarebbe sembrato meno approssimativo nell'introspezione psicologica e ugualmente spettacolare. Peccato.