Drammatico

TITANIC

TRAMA

10 aprile 1912. Il “praticamente inaffondabile” Titanic parte da Southampton per la sua traversata inaugurale. “Praticamente inaffondabile”, come no.

RECENSIONI

Un atto semplice, persino brutale nella sua velocità (l'affondamento, secondo le fonti, durò in tutto meno di tre ore) e fondamentale nella storia della civiltà occidentale, tanto da divenire il confine ideale del secondo Ottocento, un'epoca segnata da una fiducia religiosa nel progresso e da un ottuso determinismo tecnologico (è passato un secolo? sembra oggi), un'era di fasti "sacrileghi" che avrebbero trovato "espiazione" nei lutti della prima guerra mondiale. Come narrare cinematograficamente un evento di tale importanza reale (1500 morti) e simbolica? James Cameron, uno che di mostri sepolti nel profondo della memoria se ne intende, avvia la narrazione come un noir classico: alla ricerca di un gioiello preziosissimo (in verità piuttosto volgare e sospettiamo anche menagramo, come ogni tesoro che si rispetti), un gruppo di esploratori si imbatte in una dei pochi sopravvissuti al naufragio, la centenaria Rose, disposta a rievocare gli ultimi istanti di vita della "nave del millennio". Dopo una "visita" al relitto autentico, una delle cose più sconvolgenti e realmente commoventi del film, la moderna Sibilla (una meravigliosa Gloria Stuart, nei cui occhi si può leggere una passionalità rasserenata dalla distanza, ma ancora ben viva) inizia la rievocazione, ed ecco sorgere letteralmente dal nulla la nave, e con essa tutto quanto avrebbe dovuto essere evitato, vale a dire la melensa storia d'amore, melodrammatica e politicamente corretta tra la principessa e Cenerentolo.

Rose, oppressa da una madre istupidita dallo spettro della povertà e da un fidanzato ben oltre il limite della crudeltà mentale, trova tutto quella che manca alla sua vita (l'amore, ma soprattutto la passione per l'arte, la gioia di vivere, la sete di futuro) nel giovane squattrinato Jack, che la salva da un peraltro ridicolo tentativo di suicidio. Dopo di che, la successione è scontata: verificata l'impossibilità di assimilare il giovane all'arido e mortificante mondo in cui è costretta l'amata (non ci viene risparmiata la scontatissima sequenza della cena formale con venticinque posate sparpagliate attorno al piatto), i due colombi si precipitano a ballare in terza classe, finendo a fare l'amore nel deposito delle automobili (ora, riuscite a immaginare una donna della stazza della Winslet che copula con l'esile Di Caprio su uno scomodissimo sedile posteriore?). Insomma, il potenzialmente immenso "melodramma meccanico", protagonista la nave, viene in gran parte soffocato dalla love story, che provvede a due funzioni principali, accattivarsi le simpatie del pubblico, specie quello giovanissimo che infatti è andato in estasi di fronte a questa fiera del luogo comune sentimentale tra "Vacanze romane" e "Romeo e Giulietta", e lanciare a livello internazionale i protagonisti, che sembrano i primi a non credere fino in fondo a quello che fanno e soprattutto dicono i loro personaggi, tanto da cristallizzarsi in un'espressione bovina da molti ritenuta "commovente". Nel frattempo, mentre lo scontato intrigo giallorosa va avanti a forza di vigliaccherie (da parte del damerino fidanzato di Rose) e atti eroici e "ribelli" (dei poveri amanti perseguitati), la nave affonda. Cameron coglie la tragedia del Titanic con invenzioni visive e sonore che sono probabilmente la cosa migliore del film: la nave, comprensiva di tutte le persone e gli oggetti che trasporta, è vista come un essere vivente, che palpita (la scena nelle caldaie) e soffre (i piatti infranti) in perfetta simbiosi con i personaggi, dei quali è al tempo stesso carnefice (gli innumerevoli intralci che si pongono sul cammino dei fuggitivi) e compagna di sventura (la frattura che accompagna l'inabissamento, un'autentica "ferita al cuore").

Il regista e sceneggiatore riserva alle comparse, nell'ultima ora del film, quella cura che aveva loro lesinato nella prima parte del film: tutti quei personaggi minimali, definiti da un atto o funzione (gli anziani coniugi che si lasciano morire nel loro letto) o appena più complessi (il capitano e i suoi ufficiali), sono osservati con rispetto e profonda partecipazione, ma un trattamento particolare è riservato agli orchestrali che nelle sequenze precedenti la collisione con l'iceberg deliziavano i pranzi di prima classe, semplice sfondo dei lussuosi banchetti, e ora balzano in primo piano, come gli autentici eroi della fine del (loro) mondo. Mentre i passeggeri si affannano per salire sulle poche scialuppe di salvataggio, i musicisti, terrorizzati a morte ma consapevoli del loro ruolo di "confortatori", continuano ad eseguire le musiche più salottiere, assunte in una simile occasione a requiem della Belle Époque. Come non restare impietriti nell'ascoltare il furibondo cancan finale di "Orfeo all'inferno"? Le note di Offenbach, apparentemente brillanti e manierate, ci si svelano in tutta la loro forza, venendo quasi a formare una profezia demoniaca che ha per oggetto il destino d'inabissamento delle illusioni di un mondo vissuto nel "lume della ragione" (e infatti la nave piomba nel buio, prima di essere inghiottita per sempre nelle profondità dell'oceano). Richiamati alla dura realtà della scipita storiella d'amore (infelice ed eterno, come dev'essere), lasciamo il 1912 per tornare alla vegliarda Rose, protagonista di un epilogo stucchevole quanto il bere tre litri di rosolio non diluito, che sembra messo lì tanto per "risarcire" il pubblico dallo spettacolo di morte in cui è stato letteralmente immerso nell'ultima ora. Se "Titanic" fosse stato realizzato come un film corale, forse avrebbe avuto meno successo, ma sarebbe sembrato meno approssimativo nell'introspezione psicologica e ugualmente spettacolare. Peccato.

200 milioni di dollari per un racconto romantico? James Cameron in un’impresa titanica, dopo essere andato a filmare il relitto autentico con una speciale camera inventata dal fratello ingegnere aerospaziale. Concentrato sul materiale sentimentale, ritaglia al naufragio un ruolo minore, senza farne il simbolo dello smacco al secolo del progresso tecnologico e alla superbia umana, preferendo una facile retorica classista, dove gli aristocratici e i facoltosi sono tediosi e crudeli, mentre vitalità e raziocinio albergano solo nelle “zone” più basse, in una terza classe destinata a perire per mancanza di privilegi. Vada per l’invettiva, ma è risolta con ammiccamenti semplicistici e scontati; vada per rifare Romeo e Giulietta o Il Dottor Zivago (citando anche L’Atalante) ma si maneggiano stereotipi (l’amore oltre le frontiere, il terzo incomodo crudele…) e meccanismi d’effetto per muovere alla commozione. La cornice tecnico-espressiva kolossale è attraente: splendide la soggettiva di Kate Winslet quando la nave è in verticale, le carrellate digitali sul ponte e il campo lungo sui morti assiderati; è innegabile, anche, che Cameron riesca nell’intento di coinvolgere nella passione amorosa, ma sentimentalismo e ironia (frequente e spicciola) annacquano la tensione, rischiano più volte di “affondare” il bastimento con la scarsa credibilità delle reazioni delle vittime di fronte alla morte e di tutte le dinamiche di un dramma in linea con la platealità del mélo. Nel film si alternano scene toccanti (la soggettiva con cui Winslet fa visita alle vittime sepolte negli abissi dell’oceano) ed espedienti in cerca di plebiscito, sfiorando il ridicolo (i quattro musicisti, il comandante, il suicida: macchiette da fotoromanzo, non narrazione epica) e l’eccesso (quando l’anziana getta il diamante nell’oceano: atto d’amore come sprezzo del denaro?). Cameron ha ammesso i debiti, nelle zone tragiche, con la migliore versione cinematografica sul disastro, quella di Roy Baker (Titanic, latitudine 41 nord), realistica, cruda, tesa e agghiacciante, concentrata sulla catastrofe e il panico (qui passato in pillole); peccato vada a parare più dalle parti di un San Francisco di van Dyke o dell’omonima trasposizione strappalacrime di Jean Negulesco. La migliore in campo è Kathy Bates, nel ruolo della “inaffondabile Molly Brown”; il personaggio di Kate Winslet, invece, rimpingua la galleria di eroine del regista. Successo stratosferico, scoppia la dicaprio-mania e il film eguaglia i record di Ben Hur negli Oscar. Riedito in 3D nel 2012.

TITANIC(O)


Il minimo che si possa dire, di James Cameron, è che sia un grande tecnico. Capace di spremere fino all’ultima goccia i mezzi a propria disposizione, confeziona i suoi film con una intelligenza realizzativa unica, quasi diabolica. Rivedere
Aliens oggi, a ventisei anni di distanza dalla sua uscita, è un’esperienza rivelatrice: capolavoro di un genere sul quale l’opera corrosiva degli agenti temporali ha un’incidenza cosmetica spesso deleteria, lo “Scontro finale” stupisce invece con tutta la sua freschezza. Anche e soprattutto effettistico/spettacolare, dunque più o meno strettamente tecnica. Alla base, non può non esserci una grande intelligenza registica, capace di vedere oltre, di fissare nell’ambra il concetto stesso di realismo e di escogitare trucchi per eternare la credibilità/attualità di un impatto sonoro/visivo inevitabilmente soggetto a (teorico) invecchiamento.

E quello era il Cameron pre-film-evento, capace di fare di necessità (relativa) virtù (assoluta). Titanic ha cambiato un po’ le carte in tavola. Da splendido e facoltoso artigiano, James Cameron è diventato un simpatico imprenditore megalomane, schiavo di progettualità impegnative e usuranti, del tipo “faccio il film più costoso della storia che dovrà diventare il più grande successo della storia”. Senza dimenticarsi altre quisquilie del tipo “film spartiacque”, col quale “la storia del cinema dovrà fare i conti”. Titanic fu anche questo, uno sforzo economico e tecn(olog)ico immane, (pre)destinato a riscrivere le coordinate della spettacolarità hollywoodiana. Diciamo che, da un punto di vista seminale, la Trilogia dell’Anello ha fatto più proseliti, con scene di massa citate e replicate fino alla nausea dai kolossal a venire. Titanic, rivisto oggi, si rivela un oggetto decisamente diverso, meno sovraesposto da un punto di vista strettamente spettacolare. Si respira grandeur, ovvio, titanismo, ma in maniera totalizzante e profonda. L’epica, la mancanza di misura, permea il film preso nel suo insieme, ne contagia tutte le componenti, non limitandosi ai 40 minuti di affondamento del transatlantico. Nel film tutto è fuori scala, dai travelling ai primi e primissimi piani fissi, dai campi lunghissimi ai dettagli. E anche la sceneggiatura non conosce vie di mezzo: si tratta di un susseguirsi di scene madri rifinite con l’accetta, dove il cliché è il dio sull’altare del quale sacrificare la virtus mediana e le modulazioni.I personaggi non conoscono sfumature, gli snodi narrativi sono macroscopici e disambigui, le (eventuali) puntualizzazioni pleonastiche fino all'offensivo. Eppure il Titanic indispettisce ma funziona, con una mancanza di leggerezza alla quale non si fatica a riconoscere lo status di tratto distintivo e caratterizzante: la prima contro la terza classe, la ragazza ribelle ingabbiata nell'alta (e vuota) società, l'artistoide povero, bello e geniale, il Cattivo (auto)caricaturale (si veda quando imbraccia la bambinella e finge di piagnucolare per trovare posto sulla scialuppa), sono tutti elementi che, presi singolarmente, sarebbero capaci di insultare ma che invece, stipati in massa nei 195' di pellicola, acquistano un senso. Se a questi si aggiungono degli elementi autoreferenziali non privi di interesse (il parallelo tra il Titanic 'diegetico', magniloquente ma fragile opera di ingegneria, e il Titanic film, magniloquente ma rischioso progetto cinematografico), ci si fa il quadro abbastanza chiaro di una sceneggiatura che, al pari di quella di Avatar, è capace di richiedere, sottotraccia, inattese ipotesi interpretative.

STEREOSCOPIA, PORTAMI VIA. Riedizione 3D 2012

Sì ma, perché rieditare il film a 15 anni di distanza? Ok l'anniversario (100 anni) del fattaccio, l'ideuzza di (ri)farci un po' di soldi, mostrare il seno nudo della Winslet, ma le motivazioni tecniche reggono? Del film mancava un master digitale, è stato completamente (ri)masterizzato e ripulito ma, soprattutto, è stato sottoposto e remixaggio stereoscopico. Il risultato, almeno secondo chi scrive, è davvero ottimo. Azzardiamo: Titanic 3D fornisce forse - e paradossalmente - un esempio di utilizzo davvero valido, organico e maturo dell'effetto tridimensionale. Il paradosso, solo apparente, sta nel fatto che il film non è stato concepito per il 3D. Il che, alla luce del risultato, è un bene. Ché qui del 3D quasi non ci si accorge, ci si dimenticano gli occhialini e ci si gusta, semplicemente, il film di un regista molto attento alla profondità di campo (la costruzione del profilmico, i movimenti di macchina, erano già pensati per costruire la colonna visiva in profondità), solo con un campo molto più profondo.

È un bel vedere. E anche quando si tratta di enfatizzazione spettacolare, l’effetto non è quello di un mondo che “esce dallo schermo” e invade la sala. Questo utilizzo del 3D, ora che la pratica cinematografica è consolidata e ci siamo assuefatti, lo possiamo tranquillamente archiviare e relegare a una concezione ludica del cinema che certo non rinneghiamo ma che deve avere delle valide alternative, se ‘sta benedetta stereoscopia vuole costruirsi un futuro e diventare grande. Perché sorge il dubbio che, anche concettualmente, la confusione dei due mondi (la sala e la diegesi intraschermica) non sia cosa buona e giusta, anche da un punto di vista di sospensione dell’incredulità. Ben più efficace e accettabile, non “distraente” se così si può dire, risulta un mondo narrativo confinato nello schermo e però più vivo, profondo, reale: si pensi solo ai benefici, forse meramente spettacolari ma certo non ludici, che ottengono sequenze come quelle del disastro finale, con la nave verticalizzata e le persone che cadono, rimbalzano sulle balaustre e scompaiono in acqua, in lontananza. Non ci vengono ingenuamente scagliate davanti agli occhi, dove non dovrebbero essere, ma restano confinate nel loro mondo. Un mondo, però, migliore, più vero e realistico. E drammatico.