Documentario

TAXI TO THE DARK SIDE

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Titolo OriginaleTaxi to the dark side
NazioneAfghanistan/U.S.A.
Anno Produzione2007
Durata106'
Sceneggiatura
  • 51284
Montaggio

TRAMA

Afghanistan 2002. Il tassista Dilawar viene sospettato di complicità con i talebani dall’esercito americano: è prelevato dalla sua vettura e imprigionato nella base di Bagram. Alla famiglia torna indietro una lettera con certificato di morte per cause naturali. Partendo da questo episodio, il documentarista Alex Gibney indaga lo strumento della tortura nelle guerre degli Usa dopo l’11 Settembre: “Quello che è successo non è colpa di poche mele marce, ma frutto di una politica sistematica”._x000D_

RECENSIONI


Nell’ultimo decennio, a quanto (poco) si può vedere in Italia, il documentario politico americano ha preso due strade: quella “alla Michael Moore”, dimostrativa e aggressiva contro i propri obiettivi, e quella “alla Errol Morris”, più ragionata e indiretta, che interroga i protagonisti e li lascia parlare per arrivare al punto del discorso. Alla prima non appartiene solo il regista del Michigan, ma anche una lunga serie di epigoni (da noi ha avuto inspiegabile visibilità tale Morgan Spurlock), mentre per l’altra si registrano rari tentativi piuttosto discontinui; in entrambi i casi è possibile indicare i rispettivi film-simbolo: Fahrenheit 9/11 come bignami dello stile Moore e l’imprescindibile The fog of war quale tassello chiave per capire il metodo Morris.
Taxi to the dark side, che esce in sala dopo i titoli ottenuti (premio documentario al Tribeca 2007, ma soprattutto Oscar 2008 per il miglior documentario), si colloca esattamente a metà del guado. Il regista Alex Gibney, già autore di Enron – L’economia della truffa, non prende pregiudizialmente posizioni di schieramento, ma finisce comunque per esplicitare. Andando con ordine: il film è forte di una partenza minimalista, ricalcata sulla vicenda di Dilawar, poi si divide in tre capitoli e tocca le stazioni di Bagram, Abu Ghraib e Guantanamo. Non si ringhia contro Bush ma si adotta un tono discorsivo: si fa incetta di dati, ricostruisce e intervista, in particolare ex soldati disposti a riferire la verità sulle operazioni. Una scelta pulita anche su base stilistica; girata soprattutto in Medio Oriente, con punte evocative ma non invadenti, proprio da questa bipartizione la pellicola trae il suo statuto visivo e trasmette una certa idea di ordine formale: le riprese più concitate sono attentamente ritagliate su misura dello sfondo afgano. Insomma la sensazione di urgenza espressiva c’è (sia visiva che contenutistica), ma a tratti suona meticolosamente preparata. Peraltro Gibney si mostra abile nella tecnica del face-to-face, che coltiva per un ampio minutaggio, coniugando notizie risapute a nuovi “scoop” dai fuoriusciti dell’esercito (il racconto minuzioso delle torture impartite) con lo scopo di focalizzare sulla stessa essenza dell’organizzazione militare. E’ proprio qui, nella sottolineatura della pratica dello scaricabarile e nel dipingere i giovani come pesci piccoli al servizio di squali, che il regista illustra la sua tesi: l’esercito resta un grande corpo, vuole dire, ma in questi anni è stato gestito male. Si spiega così la dedica alla memoria del padre, nel finale che cede totalmente alla trappola del ridondante; quando si afferma che i vecchi marines avrebbero deplorato la condotta dei vertici attuali siamo in piena retorica dei sentimenti, vacilla la portata degli intenti e si sporca la pulizia del risultato. Taxi to the dark side, tra sviluppo della questione e facile dimostrazione, va visto soprattutto per la schiera di vibranti ritratti specifici: questi, se talvolta rischiano di poetizzare troppo la gamma di eventi tragici, infine si associano per comporre uno sguardo complessivo sul sistema deviato. Da appuntare l’analisi mediatica: qui il film effettua un’autentica ricognizione sull’idea Tortura, la necessità e i limiti del vedere (per credere), dalle celebri foto di Abu Ghraib ai racconti dei pentiti – senza supporto ottico quindi terreno della più inquietante immaginazione -, e scandaglia il bisogno comune di assolversi: si indicano presunti colpevoli, si processano in televisione e si solleva la coscienza del pubblico. E’ rispettata la legge di Rumsfeld: “La tortura non esiste”.