Drammatico

ELEGIA AMERICANA

Titolo OriginaleHillbilly Elegy
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2020
Durata116'
Sceneggiatura
Tratto daElegia americana di J.D. Vance
Fotografia
Scenografia

TRAMA

J.D. Vance è uno studente di giurisprudenza a Yale che ha una grande occasione: deve però fare i conti col suo passato in Ohio e la difficile famiglia di provenienza.

RECENSIONI

Hillbilly è il termine dispregiativo usato per indicare gli abitanti bianchi delle zone rurali degli Stati Uniti, storicamente considerati più arretrati: «Siamo quelli che votano Trump», si dice nel memorabile documentario The Last Hillbilly di Diane Sara Bouzgarrou e Thomas Jenkoe, presentato all’ultimo Torino Film Festival. Hillbilly Elegy è anche il titolo originale del memoir di J.D. Vance, che Ron Howard adatta: non un’elegia americana, dunque, ma più precisamente un’elegia degli “hillbilly”, ovvero i cafoni, i campagnoli, i bianchi poveri e non istruiti. Una porzione di America che, per estensione nel titolo italiano, diventa tutto il paese e si fa racconto sintomatico non tradendo, tutto sommato, l'impostazione generale: siamo sempre nei dintorni dell’American dream e della sua possibile realizzazione. Il protagonista J.D. è uno studente di giurisprudenza a Yale che sta per avere una grande occasione, in uno studio importante, ma deve fare i conti col suo passato e presente: è un hillbilly dell’Ohio inchiodato alla famiglia difficile, con una mamma tossicodipendente, una nonna che tenta di tenere insieme i cocci domestici, tra problemi economici, nessuna opportunità, violenza endemica, uomini che vanno e vengono. Proprio quando J.D. è chiamato a sostenere il colloquio decisivo il passato bussa alla porta: la madre viene ricoverata in ospedale per overdose di eroina.

Ron Howard, insieme alla sceneggiatrice Vanessa Taylor, racconta questa storia con la classica alternanza presente/passato, in un meccanismo di flashback costruito attorno a J.D. oggi che, per assonanza e lavoro della memoria, fa scattare nella sua mente le immagini di ieri. Il racconto stesso si apre su J.D. bambino, bullizzato e vendicato nel corso di un’estate (la violenza, ancora), per poi prodursi in una lunga ellissi che lo porta a Yale: ciò che sta in mezzo, quello spazio bianco da riempire è la vera essenza. Il faticoso affrancamento del giovane dalla realtà di provenienza, peraltro indiretto (aveva prima fatto il militare), si dispiega nel corso del film senza mai farsi liberazione totale, perché non può esserlo, le origini lo trascinano indietro come un elastico. Howard dispiega la consueta perizia registica, mai in dubbio, incrociando con eleganza i due livelli della storia, anche attraverso dissolvenze incrociate e montaggio alternato: un’immagine ne richiama sempre un’altra, trovando così forma cinematografica a ciò che avviene nella mente di J.D., figura lacerata tra passato e futuro, che vede qualcosa e gli ricorda sempre qualcos’altro. Allo stesso tempo, sin dall’inizio, il film assume il tono del racconto archetipico della tradizionale cine-letteratura americana: le origini complesse, il tentativo di liberarsi da esse, il cordone ombelicale inscindibile, qui incarnato nell’immenso amore che J.D. prova per la madre malgrado tutto. La necessità di volgere lo sguardo indietro e saldare il debito per andare avanti: le stesse premesse che innescavano l’ultimo grande romanzo americano in grado di operare sull’archetipo, Purity di Jonathan Franzen, che poi andava da un’altra parte.

Howard sceglie di suonare note retoriche: c’è già tutto nell’incipit, la corsa di J.D. in bicicletta sulle musiche di Hans Zimmer e David Fleming che saranno onnipresenti, e invadenti, a sottolineare perfino in anticipo gli sviluppi drammatici con l’arrivo della “base”. Ecco che il racconto avanza tra confronti e scene madre, attuali o ricordate, puntualizzando in voice over quello che - secondo loro - non emerge abbastanza dal narrato (l’apoteosi è J.D. che “pensa”: «Non importa chi sei e da dove provieni, ma dove stai andando»). La messinscena, tra l’altro, soffre di un evidente squilibrio attoriale che va a vantaggio delle attrici più note, Amy Adams (la mamma) e Glenn Close (la nonna), con i loro duetti che “accendono” il film, mentre il protagonista Gabriel Basso e la fidanzata Freida Pinto sbandano a turno su (quasi) tutti i registri disponibili, senza costruire la necessaria sostanza delle loro figure. La chiusura poi, con il nostro che arriva in tempo all’ultimo momento, trovando forse un compromesso presente/passato, innesca un déjà-vu del déjà-vu.
Elegia americana è insomma il “solito film americano”: ben girato da un “grande regista”, racconta la solita storia e non fa niente per ravvivarla, offre due ore di intrattenimento drammatico e si guarda bene dal prendersi il minimo rischio.