Avventura, CICLONE ESTIVO, Commedia, Drammatico

SWISS ARMY MAN

Titolo OriginaleSwiss Army Man
NazioneU.S.A., Svezia
Anno Produzione2016
Durata97'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Hank, disperso su un’isola deserta, si imbatte in un cadavere, con il quale si imbarca in un epico viaggio per tornare alla civiltà, cercando allo stesso tempo di convincersi che la vita è degna di essere vissuta.

RECENSIONI

"Sono al centro della Bizzarria. Sono nel cuore della Stranezza. E al tempo stesso in pieno sgomento.
La Stranezza non è sgomento. Ma l'una e l'altro possono coesistere nel nostro profondo. Nelle profondità dell'anima".

Eugène Ionesco
La ricerca intermittente

 

 

SWISS ARMY MANNY

Nel 2017, scegliendo questo come mio film dell’anno scrivevo: «La storia del cinema negli ultimi anni ha i suoi prossimamente nella videomusica e i videoclip sono i suoi trailer; è tutto lì il nuovo che ritroveremo sul grande schermo: idee, sperimentazione, figure autoriali già mature in attesa di irregimentarsi, esaltarsi, bruciarsi o trionfare nel percorso compromissorio che il cinema prevede per loro». 
Dicevo, insomma, che se si vuole avere uno sguardo proiettato al futuro, prevedere quello che accadrà nella Settima Arte, bisogna buttare un occhio a quello che succede nel mondo videomusicale.
E nomi di videomaker che in questi anni hanno detto la loro al cinema è facile farli: archiviati come realtà indiscutibili i vari reduci della golden age (David Fincher, Michel Gondry, Spike Jonze, Mark Romanek, Anton Corbijn etc); messo agli atti che Jonathan Glazer, come Kubrick, si muove solo se ha per le mani un progetto epocale (il suo Under The Skin è per molti versi - per non dire tutti - il film del decennio); constatato che alcuni sbandano e correggono il tiro (Jonas Åkerlund: un tamarro, un maestro) e altri sbancano sul Tubo, ma faticano a imporre le loro opere a cinque stelle (Romain Gavras: Notre jour viendra, Le monde est à toi; Joseph Kahn: Torque, Detention, Bodied); che non manca chi al cinema pensa meno e si consegna alla televisione creativa (Hiro Murai per tutti) o a essa e all’installazione museale, ma non si dimentica il grande schermo (Floria Sigismondi: The Runaways, in attesa di The Turning); che certi si danno a struggenti autobiografie, poeticamente deviate (Mike Mills: Beginners, 20th Century Women); attendendo di prendere visione del debutto di Nabil (Gully, presentato al Tribeca con ottimo riscontro critico); insomma registrate tutte queste realtà e ricordato che ce ne sono tantissime altre che non enumero perché ci vorrebbero altri tre paragrafi di nomi e titoli sconosciuti ai più, qual è stato il debutto al cinema di un videomaker che ho atteso di più negli ultimi anni? Questo: Swiss Army Man, un progetto annunciato e messo insieme con fatica e nel generale scetticismo.

Gli anni dieci del videoclip hanno campato di rendita sul precedente decennio (quello in cui debuttavano CANADA, Martin De Thurah, Daniel Askill, Romain Gavras & tutti i nuovi francesi), consacrandone definitivamente i nomi-chiave. Dunque, se c’è stata una big thing videomusicale che può dirsi nata e cresciuta nella decade che va a chiudersi è stata il duo Daniels. Pochi altri nomi (due, tre al massimo) possono avvicinarsi a loro per importanza e valore dei risultati.
Originalità tematica; rivendicazione di creatività nell’uso di una tecnica evidente, sì, ma mai applicata in maniera puramente esibizionistica; grande senso dello spettacolo; aderenza sinestetica alla traccia musicale; narrazioni ardite, stratificate, divertenti & commoventi, demenziali e inquietanti (in questo, soprattutto, si veda la radice gondryana), sono caratteristiche di un’opera videomusicale divenuta in breve tempo riconoscibilissima.
Swiss Army Man le riprende tutte, ma in un piano d’opera molto più ampio nel quale i Daniels dimostrano di essere a loro agio. A dirla tutta, alla luce del complesso dei loro lavori (video, commercial e corti), il lungometraggio non sembra affatto un salto per il duo, al contrario, una vocazione a cui finalmente, grazie all’attenzione ottenuta dai lavori brevi, è stato possibile dare voce.


La storia di Hank, che appare come un Robinson sperduto in un’isola deserta che incontra il suo paradossale Venerdì - il cadavere di un uomo portato a riva dalle onde, che a forza di peti (e ritrovando un barlume di vita) lo trasporterà in un altrove (mentale) -, è, naturalmente, quella di un viaggio immaginario in una dimensione personale. Manny (nome già di per sé significativo, perché suonando come il vezzeggiativo di man, non assegna al personaggio un’identità precisa e decisiva), non è altro che un doppio estremo (e immaginario) col quale Hank si confronta e che gli consente di svelarsi. Un corpo morto (il suo possibile) che lo richiama alla vita nel momento in cui sta per togliersela.
Swiss Army Man è allora un film su un destino di solitudine ed emarginazione, un'opera sulla masturbazione. Una masturbazione mentale che si pratica sulla scorta di ogni tipo di fantasia: esistenziale, romantica, sessuale. Perché ciò a cui assistiamo è un delirio in cui, al di là dell’obiettivo femminile paventato, a femminilizzarsi è proprio Hank. C’è un discorso di omosessualità? Certo, perché Hank è un omosessuale represso che, proprio confrontandosi con l’amico immaginario arriva, con l’alibi del travestimento nella donna vagheggiata, a far agire la sua pulsione. E la fa agire nell’unico modo in cui gli riesce: mascherandola, camuffandola. Così la sceneggiata dell’incontro in pullman non può che vedere Hank abbigliato da donna farsi oggetto di attenzione del man; così il trasportare Manny sulla schiena è solo un modo per mimare l’atto sessuale e fantasticare su di esso (Manny: «I have this feeling, and I don't know what to call it. It's like I feel like even though I'm on top of you right now. I touching you physically, there's something stuck in between us. Also feel like you have something to say, but you don't know what to say, and so neither of us is saying anything, and for some reason I feel like this might go on forever»).
Così, dopo essere stato a un soffio dal traguardo esplicito («Cosa ti farebbe felice in questo momento?»: il bacio abortisce all’ultimo secondo), le bocche si avvinghieranno sott’acqua con la scusa dello scambio di ossigeno. Sono tutti gesti e comportamenti che nascondono il desiderio dietro una parvenza rassicurante, perché questa tendenza di Hank mai confessata (a se stesso e agli altri) è un’altra componente irrisolta di una vita sbalestrata e fuori centro. Del resto quella dell’omosessualità - oltre che della sessualità tutta - è una tematica sempre presente (sottilmente o palesemente, persino mostruosamente) in tutta l’opera dei Daniels (che sono una coppia anche nella vita: e a voler essere paranoici e complottisti i due stessi attori potrebbero essere stati scelti per consentire ai registi di specchiarsi in altri due Dan, Daniel R. e P. Dano).

Hank, evidentemente schiacciato dalla figura paterna (che lo insultava, «Non dire quella parola» intima a Manny quando afferma di parlare come un ritardato), un geek («Se non conosci Jurassic Park non conosci un cazzo»), amico di nessuno e con la paura di amare, che non si è mai confrontato col mondo reale (il discorso, esteso, si fa generazionale), nel suo isolamento (televisione, internet, cinema e basta; lo ridico? il discorso, esteso, si fa generazionale), trova un interlocutore in una creatura ideale, inventata allo scopo. Esattamente quello che fa Chuck, il naufrago di Cast Away di Robert Zemeckis (Hank è Hanks, Tom, capito?) col pallone Wilson. Manny, dunque, diventa il contraltare di Hank, una sua proiezione idealistica, quello che non è mai riuscito ad essere, il suo wild side, la sua dimensione desiderante senza filtri, quella che non nasconde un’erezione o l’emissione di una scorreggia, che vuole masturbarsi davvero e non solo fantasticare, che non è succube di schemi imposti.
Puro riflesso.
Un uomo morto che vuol vivere per un uomo vivente che vuol morire.
In definitiva, tutto quello di cui Hank ha bisogno per sopravvivere. E infatti Manny si piega (metaforicamente) a qualsiasi funzione, come suggerisce il gioco di parole del titolo che adatta alla storia l’espressione  swiss army knife (il coltellino svizzero multiuso).
E che tutto si muova su un livello puramente allucinatorio ce lo dice il finale: quella che pensavamo fosse un’isola deserta è solo un pezzetto di natura ai margini della città dove Hank, oramai fuori di sé, si è rifugiato coltivando il suo mondo di fantasie che ai suoi occhi (e ai nostri) appare meravigliosamente costruito, ma che a uno sguardo oggettivo si rivelerà per quello che è: ciarpame messo insieme da un alienato. Hank è fuggito da una dimensione familiare che lo opprimeva e si è rifatto una vita: al suo doppio - che ha immaginato vergine di tutto, come vorrebbe essere lui - deve insegnare qualunque cosa (parole, bisogni, sentimenti) perché in questo modo anche per lui ci sia un nuovo inizio. Perché anche lui possa farsi tabula rasa, reimparare, ridisegnarsi la vita come la sente e la vorrebbe. Perché possa, in definitiva, arrivare ad essere davvero se stesso, fuori dalle imposizioni sociali, familiari, culturali.

Così Swiss Army Man ha la magia dei film girati dai videoclippari, gente che non ha mai avuto remore nel creare mondi e che delle strutture canoniche del lungometraggio e della neodittatura del politicamente corretto se ne sbatte, che guarda al cinema come a un repertorio acquisito, introiettato, magia che si può ricostruire con quel po’ che si ha a disposizione (come ha fatto Michel Gondry per primo - e Gondry non ha nutrito solo questo film, ma tanto cinema dell’ultimo quindicennio -), poi Garth Jennings e via gli altri. Un film che ha nella sincerità la sua unica bussola, che dietro la sua apparenza grottesca e demenziale nasconde un cuore nero di disperazione e un tema serissimo (l'unico parallelo che mi viene in mente è quello col teatro dell'assurdo e con Ionesco, in particolare), che attraversa i generi senza complessi, che ha il coraggio di perseguire una strada narrativa impervia e agli antipodi delle formule del cinema commerciale, coinvolgendo un attore identificabile come Daniel Radcliffe e convincendolo a distruggere definitivamente la sua immagine di piccolo grande eroe [1]. E trovando in Paul Dano il suo partner perfetto. Un film che si pregia di una messa in scena di rara inventiva (la stessa dei bellissimi video: quante delle cose che vediamo in questo film sono state anticipate nei clip diretti dai registi? Dal pene incontrollabile al performer morto eterodiretto?) che è stata premiata al Sundance (con il solito ritardo, di un decennio e mezzo almeno, troveremo film come questi in competizione a qualche festival maggiore e non confusi nei ghetti dell’indie), con la prodigiosa fotografia del fedele Larkin Seiple (lo stesso dei video di Hiro Murai e collaboratore di Nabil, Patrick Daughters, Floria Sigismondi, AG Rojas, David Wilson, Lance Drake, Isaac Ravishankara eccetera, come dire la crema del videomaking contemporaneo). E con un lavoro splendido sullo score: i brani di Andy Hull e Robert McDowell dei Manchester Orchestra, come in un videoclip, non sono un commento, ma partecipano in pieno alla resa del senso delle situazioni; e sono cantati dagli stessi attori. Così, quello che i personaggi non si dicono, lo si ascolta nelle canzoni:

«I have to admit I'm enjoying your company
Are we falling in looooooooove?

[1] Dan Kwan - «Non ci piacciono le battute sulle scorregge, le scorregge per noi sono il minimo denominatore di un possibile progetto cinematografico. Non ci piacciono i musical, non ci piacciono i film sui sopravvissuti, la musica a cappella è forse il peggio che si possa ascoltare: il film presenta tutto ciò che potresti detestare. Compreso Harry Potter».