Drammatico

REDBELT

Titolo OriginaleRedbelt
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2008
Durata99'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Mike Terry, insegnante di jiu-jitsu, evita il circuito dei combattimenti a pagamento, preferendo, nonostante le difficoltà economiche, condurre la sua scuola secondo un codice onorevole. _x000D_

RECENSIONI


Mike Terry, veterano della guerra del Golfo, nella magnifica sequenza iniziale, dichiara che quello che conta è il combattimento, non la competizione. Competere indebolisce: il protagonista, ferreo interprete del suo credo, forte della sua integrità, del suo codice di guerriero, non si abbasserà al clamore dell'arena, qualunque sia la somma che gli si offrirà. Attenzione, la purezza di Mike, pur sottintendendo una riflessione morale, non ha intenti edificanti [1], è soltanto l'elemento scelto da Mamet per mettere in moto la storia, la molla che fa ingranare i meccanismi, che conduce al palesarsi delle motivazioni dei personaggi, che decreta il problema (che è il film) e la sua soluzione (la fine di esso): i soldi che mancano, i debiti, la necessità di scendere a patti con i propri principi per rimediare a un (artefatto) grosso guaio, la scoperta di un tradimento (la Bugia sempre regina del campo mametiano), il recupero in extremis della propria dignità, il premio vero (la cintura rossa del Maestro. E un calcio ai soldi).


I personaggi e i loro caratteri emergono con lo svolgersi del dramma che espone gradualmente le sue componenti (tutte le premesse, nessuna esclusa, trovano un senso finale – divagazione è una parolaccia quando si ha a che fare con l'americano -) e le inscatola perfettamente una volta giunto alla sua definizione: Redbelt è economia filmica al top, non un fotogramma di troppo, non una parola in più, non una sbavatura interpretativa, non un movimento di macchina che non sia strettamente necessario, Mamet è lo sceneggiatore integralista che conosciamo (sì alla progressione drammatica, no alla narrazione: la storia si racconta per immagini; lo si diceva già nella recensione di Spartan), un regista funzionale che fa del copione la sua bibbia [2], un artista che ha fatto dei suoi film l'esemplare messa in pratica di una teoria: il congegno viene avviato e deve funzionare, a noi il compito di ammirarne la perfezione e la perfetta resa della sua ambiguità (questo vale per tutte le pellicole dell'americano, compresa Il Caso Winslow che sembra un oggetto a parte ma che, a ben guardare, è mametiana nel profondo). Così il combattimento arriva soltanto nel finale e sintetizza i motivi del film: Mike il Samurai lotta, sì, ma fuori dal ring e per motivi opposti a quelli che lo hanno condotto nell'arena mediatica.
Ancora una volta il regista mette in scena un Metodo e lo fa con la disciplina e l'astrazione filmica che lo contraddistinguono: trasponendo il discorso che Mike fa durante le sue lezioni, il regista ci dice che il controllo è la cosa più importante; che qualunque sia la difficoltà che si incontra nella realizzazione del film una via d'uscita la si trova sempre; che, soprattutto, quello dello script è meccanismo delicato e complesso e che in esso tutto alla fine deve tornare (“un uomo distratto è un uomo sconfitto”). Mamet annulla come al solito le possibilità percettive dello spettatore rispetto alla sostanza delle questioni messe in scena, riduce tutto a un percorso a tappe, crea una nuova macchina drammaturgica che, la si ami o la si detesti, guida ancora da dio e che sa fermare al momento giusto (DM: Chiudi sul più bello).

[1] DM: I film posseggono una capacità illimitata di intrattenere. Non hanno però alcun potere di insegnare. Il pubblico presta attenzione al solo scopo di divertirsi e nega (coscientemente o incoscientemente) la propria attenzione a qualsiasi altro scopo. (Il bambino vuole la storia della buonanotte, è fuori luogo usarla per fargli la predica).
[2] DM: Consigli utili per il cineasta e lo spettatore: i complimenti “Che immagini!”, “Che uso della macchina da presa!”, e “Che tecnica!” significano tutti: “Il copione fa schifo”.