Drammatico, Fantastico, Recensione

PICCOLO CORPO

NazioneItalia, Francia, Slovenia
Anno Produzione2021
Durata89'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Italia, 1900. La giovane Agata perde sua figlia alla nascita. Secondo la tradizione cattolica, l’anima della bambina è condannata al Limbo. Agata sente parlare di un luogo in montagna, dove i neonati vengono riportati in vita per un solo respiro, per battezzarli e salvare la loro anima. Intraprende il viaggio con il corpicino di sua figlia nascosto in una scatola e incontra Lince, un ragazzo solitario che si offre di aiutarla. Partono per un’avventura che permetterà ad entrambi di avvicinarsi al miracolo.

RECENSIONI

Quello di Agata è un viaggio verso l’ignoto, intrapreso contro ogni avversità, per salvare l’anima di quel bambino che, nato morto, non può essere battezzato ed è dunque condannato al limbo. Perché da un vecchio pescatore la donna ha appreso che in un remoto santuario è possibile il miracolo: condurre quel piccolo corpo a emettere un respiro, quell’unico alito di vita che ne garantirebbe la redenzione e la sepoltura cristiana.
Laura Samani racconta una storia di fede (anche in se stessi), ambientata ai primi del Novecento in un’Italia nordorientale che si fa paesaggio-specchio del tormento psicologico della protagonista. E mette in scena un
road movie contaminato col racconto fantastico e mitologico, un romanzo d’avventura che narra di una “missione impossibile”, una favola gotica e “grimmiana” in cui la religione, come emanazione magica, si muove in una dimensione ibrida, tra incantesimo e superstizione; la regista, sottolineando di aver ambientato il film nel 1901 perché quello è l’anno in cui Freud ha iniziato a condividere i suoi studi sulla psicoanalisi, vede in quella l’epoca ultima per aggrapparsi alla religione come unica opzione. 
Nel ritratto di vita arcaico che recupera e tramanda tradizioni, usanze e, naturalmente, un linguaggio (il film è recitato in dialetto veneto e friulano), tra gli echi di certo cinema dei Taviani, si innesta un’indagine di taglio quasi antropologico che dissimula i tratti del documentario e che ragiona sul femminile e la sua corporalità, sull’inscindibile, viscerale rapporto che lega una madre alla sua creatura. E su come la presa di coscienza di un ruolo diventi non solo fonte di coraggio e intraprendenza, ma anche presupposto di una rivendicazione.