Drammatico

PALINDROMI

Titolo OriginalePalindromes
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2004
Genere
  • 66434
Durata100'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Aviva Victor ha 12 anni e vuole diventare mamma. Fa di tutto perché ciò avvenga e quasi ci riesce, quando viene ostacolata dai saggi genitori. Allora scappa di casa, decisa a rimanere incinta in un modo o nell’altro. Si troverà persa in un altro mondo, meno saggio forse, ma pieno di strane possibilità.

RECENSIONI


Cos’ha Todd Solondz? Che cosa gli è mai capitato? Da quale ghiandola secerne l’umore aspro di cui inonda le sue pellicole? Perché ogni volta che ho a che fare con un suo film provo un inossidabile senso di colpa per ogni ghigno che emetto? Palindromes è, oggi, uno dei pochi film statunitensi che può definirsi indipendente nel vero senso della  parola (la stessa distribuzione USA non è garantita, problemi con la censura): cosa c’è di meno mainstream di una pellicola così scorretta, in forma di amarissima fiaba assurda in cui tutto (e quando dico tutto intendo religione, razza, handicap, pedofilia, malattia, 11 settembre) diviene oggetto dell’ironia muriatica di un regista sconsolato e pessimista?
Il palindromo è una raffinata costrizione, uno schema chiuso che non dà via di fuga; è per questo che il personaggio di Aviva (un nome palindromo, non a caso) viene interpretato da otto attori diversi (due donne, quattro ragazze, un ragazzo e una bambina): puoi cambiare sesso, razza, età e corporatura, ma ciò che sei non cambierà mai; la vita stessa è un palindromo, una parola che torna su se stessa per scoprirsi immutabile, ed è per questo che il percorso di Aviva,, una bambina che vuole a tutti i costi un figlio, dopo un avvitamento romanzesco e surreale, che la mette a contatto con temi e nodi centrali della nostra epoca in una sorta di dimensione sospesa, approda, alla fine, nel punto esatto da cui è partito. Ancora una volta un film di Solondz in cui il buono non è poi così buono e il malvagio non è poi così malvagio e in cui tutti, ugualmente, combattono con il proprio essere umani: alla fine penseranno che lo sforzo fatto per rinnegarsi non è stato sufficiente e che, forse, accettarsi sarebbe stato più semplice e naturale? Solite ombreggiature, solito tono ambiguo e spiazzante, che aumenta l’inquietudine di scene a tratti esilaranti in maniera irresistibile, tutte cariche di implosa disperazione.
Difficile trovare qualcosa di più forte e devastante in giro, difficile uscire dalla visione di questo film con una qualsiasi speranza (per cosa?): ecco, sperare nella distribuzione italiana di Palindromes (dopo la scomparsa del bellissimo Storytelling) ci pare a questo punto l’ultimo ottimismo concessoci.

Chi l'avrebbe mai detto, anche un film di Todd Solondz, uno dei più apprezzati e caustici registi indipendenti americani, può annoiare mortalmente. E non è questione di ritmo o di scarsità di eventi, ma proprio di poco interesse per ciò che scorre sullo schermo. Nel mirino del regista c'è sempre l'America, con le sue contraddizioni, ma non bastano provocazioni dal fiato corto per indurre alla riflessione. E così, poco arriva della dodicenne protagonista che vuole avere a tutti i costi un bambino e si accoppia con una specie di maniaco ultraquarantenne pur di raggiungere il suo scopo, attraverso un percorso che la porterà a fuggire di casa e ad incontrare borderline e freaks. La trovata originale è di cambiare l'attrice, ma non il personaggio, ad ogni siparietto in cui è diviso il film, ma anche questo espediente non trova alcuna giustificazione narrativa ed esaurisce in fretta la sua forza di possibile simbolo di tutti i dodicenni d'oltreoceano. Se "Happiness", ma anche "Fuga dalla scuola media", godevano di una messa in scena tendente al grottesco ma saldamente ancorata alla realtà, con appigli di logicità in grado di dare risalto al disagio dei personaggi e perforare le fragili sicurezze dello spettatore, in "Palindromes" tutto è sopra le righe, e sembra costantemente di assistere ad una piatta parodia poco illuminante. Ci sono battute al vetriolo, ma non pungono e, cosa peggiore, non fanno ridere. A meno di non trovare esilaranti due dodicenni che guardano con apatia un film porno e con la stessa flemma si dedicano al sesso (uh che sottile critica al sistema!). Per dare un senso al titolo, allusione alle parole leggibili sia da destra verso sinistra che nel verso opposto, il regista (anche sceneggiatore) è costretto a mettere in bocca a uno dei personaggi una lezioncina da due soldi: siamo immutabili e qualsiasi evento che intercorre tra la vita e la morte non ci cambia veramente. Ecco quindi una simpatica bambina nera dal nome palindromo (Aviva) aprire e chiudere il film. Se lo dice Solondz!

La piccola Aviva è un palindromo vivente: da dove la si prenda o la si guardi, porta impressi sul volto i segni della violenza, più psicologica che fisica. La violenza della madre, che la costringe ad abortire contro il suo sincero desiderio di avere un figlio. La violenza degli uomini, che non pensano nemmeno lontanamente di fare quello che la ragazza chiede loro di fare, che, anzi, la usano quale oggetto vuoto non fecondabile. La violenza sottile, subdola della congrega di Mama Sunshine, chioccia  simile nella funzione assunta alla Lilian Gish di La morte corre sul fiume, che, tra ridicoli coretti e coreografie che paiono una versione per chierichetti di roba simil-N’Sync e falsi altruismi da manuale del buon credente, sembra pronta a rigettarla nel fiume una volta scoperta e, ovviamente, fraintesa, la sua peccaminosa vita sessuale. Aviva è una e multipla, unica ma fisicamente plurima: piccola o grande nera obesa, bimba sempre “sformata” (fianchi troppo larghi, pancetta sciabordante), adolescente lentigginosa dai capelli rossi. E’ unica ma sembra incarnare più “diversità”, camaleontica perché non riesce ad occultare il proprio stato interiore: stanca dopo aver percorso tanti chilometri, la ritroviamo, da bimba sovrappeso, enorme nera sdraiata sul bordo del fiume. Gli abiti sono gli stessi, cambia l’aspetto: quest’ultimo sembra, dunque, il riflesso di una forma mentis, di uno stato, di una condizione che proprio tale proteiformità tende ad universalizzare.
Solondz nutre un sincero amore per la sua protagonista, non tanto perché freak (anche i cuccioli della Sunshine appartengono alla medesima tipologia, ma sono tutt’altro che esseri innocenti e puri), quanto perché vittima di un sistema chiuso e rigido, che non lascia spazio all’affermazione dell’alterità, che anzi si chiude a riccio di fronte a particolarismi non immediatamente incasellabili. Aviva non crede nell’amore, non crede nel matrimonio, non crede e rifiuta le istituzioni: vuole solo avere un figlio, l’unico essere da amare incondizionatamente e dal quale sarebbe per la prima volta amata ed accettata. Tra tutti i Boys (intertitolo azzurro) e le Girls (intertitolo rosa) che incontra nel suo strano cammino, l’unico che sembra poterla amare è il ragazzo con il quale ha un rapporto sessuale all’inizio (è lui forse ad ingravidarla) e alla fine del film quando, nella terminale penetrazione, ad ogni singola frazione dell’amplesso corrisponde uno delle sue tante maschere dolenti, quasi a voler suggerire il ritrovamento di un’identità smarrita per colpa di altri. Ma i sogni infranti non si ricomporranno e l’ultima battuta (Finalmente avrò un bambino) suona come il suggello non tanto ad una pseudofallaciana “lettera ad un bambino mai nato” (ci mancherebbe altro, Solondz ci parla di libertà negate, di avere figli ma anche di abortire) quanto ad una favola gotica a colori senza lieto fine, ineluttabilmente circolare.
Senza speranza e tragicamente comico, come è nello stile di colui che in soli cinque lungometraggi (Fear, Anxiety & Depression, Welcome to the Doll House, Happiness, ad oggi il suo capolavoro e Storytelling, inedito in Italia) ha già perfezionato un inconfondibile tocco.

Todd Solondz continua nella sua dissacratoria campagna di smontaggio: con PALINDROMES allo stesso tempo vuole demolire l’America e la macchina del cinema, selvaggiamente sbeffeggiando ogni regola della narrazione per immagini. Colano litri d’acido solforico sulle rovine del Sogno: con una cattiveria che lascia esterrefatti, soltanto celata da un’ironia disturbante ed estrema, egli racconta della deriva contemporanea sempre in bilico sul filo dell’equivoco (l’ennesimo gioiello che –ahinoi- non verrà capito), pronto a virare nel grottesco sfogliando l’album del politically uncorrect ma incredibilmente lucido nella sua chirurgica incisione sul cadavere. Rappresentare, oggi, una bambina innamorata di un pedofilo, una coppia di estremisti cristiani che fruga nella spazzatura per salvare feti abortiti (in nome del Signore, s’intende...) significa alterare volutamente il dormiveglia di una platea ipnotizzata dal cinema alimentare: Solondz non ci mangerà sopra, poco ma sicuro (la solita pioggia di problemi distributivi si accompagna a tagli e censure), non riceverà mai alcun Leone d’Oro –che il suo lavoro è troppo avanti anche per una giuria lagunare- ma continua ad incantare, avvincere, divertire amaramente sopra ogni cosa. Il cambio della protagonista ad ogni capitolo del flusso tramico (in totale otto attrici, tarate da evidenti difetti fisici) è un gustoso palindromo per suggerire che il suo film si può leggere anche all’incontrario: si configura infatti come una serie di quadretti ove il risultato non cambia, lungi da un’apparente suddivisione episodica ma come unicum di devastante impatto narrativo/cinematografico/sociale. Sceneggiatura capace di toccare il sublime (Tu non sei un pedofilo, l’ho capito subito: i pedofili amano i bambini...), abbinamenti cromatici di sotterranea crudeltà (la danza dei disabili in nome di Dio), intarsi narrativi di luminosa mestizia (la bambina obesa incapace di sollevarsi da terra): la si accusa di propugnare una comicità pacchiana ed immediatamente leggibile ma come la camaleontica Aviva l’opera dissemina molteplici livelli di lettura - la variazione del personaggio è interiore o esteriore? Intimo cambiamento o percezione del mondo circostante? O ancora l’universitas del disagio? Domande, queste, di superflua legittimità che evaporano nell’inquietante piacere del coinvolgimento. Dunque una risata ci seppellirà? Non proprio, in finale PALINDROMES fa ridere poco, se il pubblico si gratta la pancia è soltanto per il disagio. L’America di Bush è colpita al cuore, davanti a cotanta cinica eversione il Michael Moore di passaggio –strano ma vero- rimpicciolisce e mestamente scompare.


È una deliziosa Domenica pomeriggio a New York, gli alberi iniziano a fiorire e l’aria è fresca e profumata. Sto camminando velocemente lungo MacDougal street e nella mia mente si forma il pensiero che, in fondo, niente batte la primavera a nella Grande Mela. Cerco disperatamente di arrivare al Café Esperanto prima dei miei ospiti, ma quando entro il locale affollato Rachel Corr e sua madre sono già lì che si guardano intorno cercando qualcuno che abbia le apparenze di un critico cinematografico professionista. Quando le avvicino spero segretamente che non siano deluse alla mia vista. Ci salutiamo con una amichevole stretta di mano e ci accomodiamo ad un minuscolo tavolino nel caffè, che è arredato rusticamente. Sarei dovuto arrivare molto prima, penso, e maledico la mia natura di proverbiale ritardatario. Ad ogni modo non mi sembra che la frugalità dei miei mezzi li disturbi, e io inizio a ricordare che avevo scelto Esperanto perché prende il nome da un linguaggio internazionale artificiale: un po’ come il cinema, no? Mentre ordiniamo le nostre bevande il padre di Rachel si unisce a noi. Sono pronto passare agli affari, e a chiedere le mille domande che Palindromes – il controverso film di Todd Solondz sulla pedofilia e l’aborto nell’America di Bush – mi ha suscitato. Dò una rapida occhiata alle recensioni che i miei colleghi Spietati hanno scritto e che mi sono portato dietro da mostrare a Rachel. Inizio con i ringraziamenti di rito e passo velocemente alle prime considerazioni e alle domande di riscaldamento e, prima che io possa raggiungere il nucleo dell’intervista, mi rendo conto che le domande complicate e cerebrali che avevo preparato sono, di fatto, irrilevanti. La franchezza e il calore che queste persone mi offrono mi fa rendere conto che sto chiacchierando con una famiglia che si è ritrovata ad incrociare il suo cammino con quello del provocatorio regista, e muore dalla voglia di parlare di tale esperienza con genuino entusiasmo. Sollevato, mi dico che non avrò bisogno di riformulare la stessa domanda più volte per poter leggere fra le righe di una risposta confezionata. Non sarà necessario adulare l’attrice con complimenti sproporzionati allo scopo di svelarne l’adolescenziale immaturità. Al contrario, sono incantato dalla loro affabilità e la loro raffinata comprensione di questa escursione nel mondo del cinema indipendente. Decido di mettere da parte i miei appunti. Decido di rilassarmi e di godermi la conversazione. Dopotutto, è primavera nella Grande Mela.

AZ: Come è stato lavorare con Todd Solondz?

RC: È stato molto gentile. Mi ha aiutato molto a lavorare sulla mia voce e sul modo di dire le battute, ma non mi ha mai messo pressione. Inoltre, se dicevamo qualcosa di diverso dal copione o usavamo altre parole, e se a lui piaceva, conservava il risultato.

AZ: Vi ha dato la libertà di improvvisare?

RC: Dovevamo attenerci al copione, ma se ne usciva qualcosa di buono e improvvisato, a lui non dispiaceva.

AZ: Mi sembra di capire che Palindromes sia stata la tua prima esperienza, vero?

RC: Vero. Ma avevo studiato con la mia insegnante di teatro a scuola, tipo come proiettare la voce e altre cose di questo tipo.

AZ: Eri in una commedia?

RC: Non abbiamo mai messo in scena niente, no.

AZ: Hai fatto altri studi drammatici?

RC: No.

AZ: Sei stata aiutata da qualcuno sul set?

RC: Non tanto. Per le posizioni, c’era del nastro adesivo sul pavimento. E Todd mi diceva come dire le mie battute e dove guardare.

AZ: Sei riuscita e vedere i giornalieri?

RC: Si. E ho anche visto il film, due volte. Guardare gli altri recitare Aviva mi ha insegnato molto di me stessa.

AZ: Qual è il ricordo miglio che hai di questa esperienza?

RC: Passare il tempo con le persone sul set. Sono stati tutti simpatici e mi hanno aiutata, e mi sono davvero divertita molto con il cast e lo staff.

AZ: E il peggiore?

RC: La scena quando sono a letto con Joe. Non ero a mio agio, ma sono stati tutti gentili, quindi è andato tutto bene. L’abbiamo girata alle 2 del mattino, che non ha reso le cose più facili.

AZ: Cosa ne pensi del fatto di avere diversi attori per la stessa parte? Devo confessarti che alcuni critici trovano che distragga, mentre altri lodano un meccanismo narrativo così ardimentoso.

RC: Penso che sia grande che otto persone interpretino lo stesso personaggio. C’è un po’ di Aviva in tutti noi, e l’uso di attori diversi rende il concetto più accessibile. Il racconto è più umano, più universale.

Madre: L’uso dei sipari è una grande idea, perché scompone il film in unità narrative ben definite. MA è vero che il film va visto almeno due volte per essere capito in pieno.

Padre: È come usare le parentesi per definire le unità. Aiuta lo spettatore a seguire la trama, anche quando il cambiamento di attore lo destabilizza.

AZ: Mi ha fatto venire in mente L’Oscuro Oggetto del Desiderio di Buñuel.

Madre: Mi ricordo che quel film mi ha confuso. Ma l’ho visto molto tempo fa.

Padre: Ho letto da qualche parte che adesso esce un film in cui ci sono sei attori diversi per la stessa parte. Dev’essere una nuova tendenza… (ride)

AZ: Forse sono un cinefilo troppo accanito, ma mi sembra che Palindromes contenga anche una citazione de La Notte del Cacciatore: la barchetta che discende il fiume…

Padre: È molto tempo che non vedo quel film, ma mi ricordo che è un gran film. (A Rachel) Devi vederlo, ti piacerà.

Madre: (A me) Cosa pensi di Simone? C’è una relazione, secondo te?

AZ: Non ci avevo pensato, ma è una buona osservazione.

Madre: Trovo interessante che in Palindromes il personaggio principale sia incarnato da otto copri differenti, come una unità vuota che chiunque può riempire e quindi mettersi in relazione con lei. In Simone, il personaggio principale è una immagine digitale, vuota ed evanescente, eppure incarna l’oggetto del desiderio.

Padre: Di recente, abbiamo visto insieme M.

AZ: Ne capisco il perché. Il tema è molto pertinente a quello di Palindromes… (A Rachel) Ti è piaciuto?

RC: Sì, ma è troppo corto. (Ride) E finisce così all’improvviso. Volevo che fosse più lungo…

AZ: Secondo me è la performance migliore di Peter Lorre.

Madre: È meraviglioso. La scena del processo, con i criminali e gli assassini che lo accusano, è veramente inquietante. Anche loro hanno ucciso, ma non bambini. Lui è il mostro fra di loro…

AZ: Quello che mi è piaciuto del film (Palindromes) è che il punto di vista del regista non è mai chiaro. Cammina sul filo dell’ambiguità con grande maestria. La satira è pungente per entrambe le fazioni.

Padre: Quando abbiamo letto lo script la prima volta il suo punto di vista era molto più chiaro. Il prodotto finito è molto più ambiguo, bene o male che sia…

AZ: Credo che sia uno dei punti di forza del film. Mi è piaciuto molto anche il casting… Tutti voi sostenete i vostri primi piani molto bene, cosa che non si può dire di molti attori adolescenti oggigiorno…

Madre: Attraverso questo film abbiamo imparato molte cose su nostra figlia. Non sono mai riusciata a convincerla a recitare davanti a un pubblico, ma non ha paura della macchina da presa, e dà il meglio di sé nell’uno a uno.

AZ: Alcuni critici leggono una sorta di allegoria Cristiana nella moltiplicazione degli attori in Aviva. Una specie di Padre, Figlio e Spirito Santo…

RC: Non credo che sia intenzionale. Credo che il trattamento della religione si limiti alla famiglia Sunshine. Ma io non sono molto religiosa…

AZ: Il film ha qualcosa del road movie, in cui il tuo personaggio si mette in viaggio per divenire qualcosa di diverso, per evolversi, eppure finisce dove aveva cominciato la sua avventura. Alcuni dicono che è un Jersey movie. Credi che sia esportabile?

Padre: Credo che sia più un Midwestern movie. Dopo tutto, il camion viaggia verso Ovest. E sicuramente, le idee di Mama Sunshine sono più popolari nel Midwest…

AZ: Sono curioso di vedere cosa succederà a questo film in termini di distribuzione internazionale. Penso che piacerà agli Europei, specialmente oggigiorno, quando ogni film che maltratta l’America sembra essere ricevuto con calore…

Padre: I nostri amici in Francia e Germania ci dicono che va molto bene…

AZ: (A Rachel) Cose ti piacerebbe fare in futuro?

RC: Mi piacerebbe recitare in un film horror. È il mio genere preferito.

AZ: Hai visto qualche bel film di recente?

RC: Sì, mi è piaciuto molto I Robot. Sono una grande fan di Will Smith, e mi è piaciuto il film perché è un horror, un film di fantascienza, e una commedia tutto in uno. Inoltre, mi piace quando i film iniziano con qualche mistero che non spiagano fino alla fine…

AZ: C’è qualche attore in particolare con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?

RC: Will Smith, Johnny Depp e… Adam Sandler.

AZ: E attrice?

RC: Sarah Micelle Gellar!

AZ: Sei una fan di Buffy?

RC: Sì. Grandissima fan di Buffy. LA mia stanza è tappezzata di poster. Penso che The Grudge sia il mio film horror preferito. Ma non mi è piaciuta la fine…