Avventura, Azione, Streaming, Thriller

MISSION: IMPOSSIBLE – THE FINAL RECKONING

Titolo OriginaleMission: Impossible - The Final Reckoning
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2025
Durata169'
Fotografia

TRAMA

2012: Il sottomarino russo Savastopol si “autosilura” misteriosamente e affonda nel mare di Bering. Due delle vittime portano al collo delle strane chiavi cruciformi che, pare, servono a controllare L’Entità, una (onni)potente Intelligenza Artificiale che, tra le altre cose (e semplificando un po’), sembra in grado di scatenare la guerra nucleare definitiva. Superfluo stare a specificare chi affronterà la missione impossibile di salvare il mondo.

RECENSIONI

La presente scheda accorpa in un'unica trattazione i due film che chiudono il franchise:
Mission: Impossible - Dead Reckoning
Mission: Impossible - The Final Reckoning

La saga inizia teoretica e (forse) finisce teorica, o viceversa, ché tanto la differenza valla a capire. Tra i tanti(ssimi) meriti di Brian “sempresialodato” De Palma, infatti, c’è sicuramente quello di aver lanciato una serie che ormai va per la trentina e che ha segnato il cinema d’azione contemporaneo, certo, ma di averlo fatto con uno sguardo già consapevole e autoriflessivo, con inganni esibiti e scoperti (il primo Mission: Impossible si apriva con una sequenza truccata, per i personaggi e per lo spettatore) e metacinema un tanto al chilo (ma tutti chili di roba buona), con il ritorno alla scena madre ambientata a Praga che ne svelava la verità attraverso nuovi punti di vista e controcampi negati. Oltre, ovviamente, ad aver consegnato alla storia dell’immaginario filmico una sequenza come quella sospesa all’interno della sede della CIA che ha spinto i registi successivi a replicarla concettualmente di film in film e che verrebbe voglia di definire iconica. Se non fosse che l’aggettivo, ormai, è diventato talmente sovrautilizzato – farciture di merendine, jingle pubblicitari, peluria in eccesso: tutto è iconico – da risultare inutilizzabile. Ma ci siamo capiti.
La serie, in realtà, dopo quell’esordio mirabile e clamoroso, proseguì con un mezzo passo falso – il capitolo di Woo, invecchiato malino come tutto il cinema di Hong Kong (meglio: come la fissa di quegli anni per il cinema di HK) - per poi venire rivitalizzata da JJ Abrams (il terzo è il mio M:I preferito dopo il primo), mantenuta su livelli alti da Brad Bird (Protocollo Fantasma riprendeva meta-suggestioni depalmiane) e finire nelle mani di McQuarrie, che ha segnato forse la svolta definitivamente divistica della saga, sempre più TomCruiseCentrica proprio a partire da Rogue Nation in poi. McQuarrie cruiseologo DOC (come regista e/o sceneggiatore e/o produttore ha lavorato con Cruise in nove film, dal 2008 a oggi) ma anche abile creatore di inganni cinematografici (sua la sceneggiatura del seminale – altro aggettivo stantio mica da ridere - I Soliti Sospetti), quindi perfetto per la saga. O quasi, perfetto.

La svolta cruiseologica del brand l’ha trasformato in un vero e proprio franchise al servizio dell’attore, con (buoni/ottimi) film sostanzialmente omogenei e standardizzati, al servizio del Divo che parla di sé anche quando non ne parla e che fa parlare di sé prima e dopo la visione, a cominciare dai soldi che investe nell’operazione fino alla sua ormai sovraesposta rinuncia agli stuntman che non ha altra funzione se non quella di glorificarlo (nessuno si accorgerebbe del fatto che “è proprio Tom Cruise quello che salta dal dirupo con la moto!” se non avessimo letto e visto decine di servizi più o meno giornalistici che ci dicono che “è proprio Tom Cruise quello che salta dal dirupo con la moto!”).
La serializzazione attoriale di Mission: Impossibile si perfeziona proprio con questo dittico (elegiaco) finale, un lungo doppio episodio, un finale di stagione che tira le somme e, forse, chiude la pratica. Si torna alle origini depalmiane, pagando un tributo più che sacrosanto, tornano vecchi(ssim)e conoscenze (Rolf Saxon/William Donloe), un beniamino si congeda (Ving Rhames/Luther Stickell, personaggio attore chiave che rimanda anche al Marsellus Wallace di Pulp Fiction e che porta a riflettere sui destini degli attori incastonati in un ruolo. O due.) e il film sovraespone i suoi meccanismi e la sua struttura. La trama farraginosa (inevitabile, nel 2025, riferirsi all’AI ma McQuarrie lo fa a mo’ di grande mcguffin, tutto è un po’ banale/approssimativo nella sua apparente grandeur e finisce a tarallucci e vino), diluita in due film da ben più di 2 ore e mezzo l’uno (il secondo con una snellezza percepita maggiore del primo), il cercare uniformità/coerenza interna in modo un po’ forzato (l’unificazione narrativa degli 8 episodi) e la definitiva esemplificazione del titolo/nome (e ragion d’essere) del brand. Il modo in cui si risolve la scena madre di turno (altro topos) è talmente Impossible (e sciocco) da risultare sospetto: da quale profondità riemerge, esattamente, Ethan Hunt? Era negli abissi tra Regalecidi, Eurypharynx pelecanoides e Pirosomi Giganti o a una ventina di metri dalla superficie? E come sopravvive, nudo, a quelle pressioni/temperature? E quante possibilità c’erano che Grace lo trovasse e lo resuscitasse? Non è forse, tutta quella sequenza, una dimostrazione pratica di cosa sia e cosa significhi certo cinema d’azione (neo)classico? Non ne decreta, in un certo senso, la fine mentre ne recita l’apologia?

Che poi, a dirla tutta, McQuarrie aveva già detto (scritto) tutto nella sceneggiatura di Top Gun: Maverick, capolavoro riepilogativo di un cinema stupido che non c’è più e del quale, però, fa venire nostalgia, nonché tassello già decisivo dell’agiografia di Tom Cruise come Attore Simbolo di Un Sacco di Cose. Senza diventare melenso o pietistico o patetico, c’è da dire. Benché le età in campo siano diverse, siamo lontani dall’autoconsapevolezza da RSA di un Harrison Ford che torna Han Solo o Indiana Jones per l’ultima volta. Nel caso di Cruise tutto è più sfumato, sottotraccia, alcuni primi o primissimi piani evidenziano, più o meno intenzionalmente, le rughette ma l’impressione è quella dell’attempato in forma che tiene dignitosamente botta e non del vecchiarello che sospira “mi tocca correre ma ho mal di schiena e l’infiammazione al tendine rotuleo”.
Resta da chiedersi: questo 1 – 2 dal meta-titolo già teorico e conclusivo (Dead Reckoning che diventa Final Reckoning) è davvero conclusivo? Segna davvero la simbolica fine di una saga e di un’epoca, quella di “un certo tipo di cinema”? James Bond è letteralmente morto (forse solo per vedere l’effetto che fa e regolarsi di conseguenza) ma Ethan Hunt, sorta di 007 2.0, no. E finché la risonanza e gli incassi saranno questi, credo sarà difficile prendere sul serio qualunque pur malinconico o raffinato canto del cigno. Come diceva John Rambo al colonnello Trautman: «Nothing is over! Nothing! You just don't turn it off!».

Spietati - Recensioni e Novità sui Film