Epico

METAMORPHOSES

Titolo OriginaleMétamorphoses
NazioneFrancia
Anno Produzione2014
Genere
Durata102'
Sceneggiatura
Tratto dada Le Metamorfosi di Ovidio
Scenografia

TRAMA

Quando Europa marina la scuola per salire a bordo di un camion con un giovane affascinante di nome Giove, non sa che davanti a lei sta per profilarsi un viaggio iniziatico.

RECENSIONI


In un’epoca in cui il solo nominare la Grecia evoca immediatamente il “debito greco”, ho ritenuto che fosse urgente ricordare a noi l’”eredità greca” .
Christophe Honoré

La filmografia di Honoré oppone l’ennesimo rifiuto alla normalizzazione e ancora una volta assume una rotta imprevedibile con questa spudorata trasposizione filmica de Le Metamorfosi, in un confronto azzardato tra mitologia e realtà odierna, facendo dell’opera di Ovidio un viaggio sulla linea d’ombra, quella dell’adolescenza, l’età in cui la persona si trasforma, cerca di diventare qualcuno o qualcosa, momento di riconoscimento identitario. Il film usa il poema latino per proporsi come sublimata cartografia della gioventù attuale, generazione in costante cambiamento. Lo fa ambientando gli episodi nelle periferie e nelle campagne limitrofe alla metropoli, al confine tra urbanizzazione e natura, luoghi lontani dalla cronaca, non raccontati, fuori da canoni (Honoré: «Sono territori finzionali che sono stati raramente filmati e visitati. Posti per cui posso dire al mio spettatore: non hai mai incontrato gli dei greci perché non sei mai venuto qui…»),  e confrontando la bellezza selvaggia e impudica della gioventù attuale con la bellezza accademica dei testi classici.


Métamorphoses conferma come a Honoré, in tutta evidenza, non interessi compiacere il gusto corrente, come non si ponga alcun problema di vendibilità o gradevolezza, muovendosi ancora una volta su un piano che soddisfi la sua curiosità e il suo estro: ai limiti del kitsch, in una dimensione in cui ci si disinteressa della questione della volgarità e del ridicolo, in cui ci si pone a servizio di un registro ruspante, grezzo e, senza calcoli, straordinariamente vitale. In questo senso va vista la scelta, ad esempio, di girare le metamorfosi con ricorso minimo agli effetti speciali, in modo naturalistico, naif, sulla base di quel “credere” a cui fa riferimento Giove («Non avete nulla da temere se non credete alle nostre storie») che sottintende, invece, la sospensione dell’incredulità e il conseguente atto di fede dello spettatore nella magia del cinema. Sappiamo quanto il regista ami deviare, nel corso dei suoi film, quanto indulga a sequenze spiazzanti che costituiscono, figurativamente e narrativamente, delle isole riflessive o contemplative all’interno dell’opera: qui è come se tutti quegli intervalli e quelle deviazioni si fossero accorpati e fatti un film unico, impressione alimentata dalla naturale frantumazione narrativa che deriva dalla struttura ad episodi.


Vicino a Pasolini (ma il regista cita anche il Godard di Je vous salue Marie), lontano dalle celebrità (quasi tutti gli attori sono sconosciuti al loro debutto) il film si muove su questo ossimoro continuo di presente e passato, di realtà e mito, affermandosi quale lavoro ibrido che, evitando scientemente gli intrecci e le psicologie tradizionali dell’ultimo film Les Bien-Aimés, il regista compone come insieme di semplici quadri, in cui le storie seguono una logica elementare (il corpo che si trasforma) facendone materia filmica: in questo senso il mito, l’archetipo risponde perfettamente alla funzione di una rappresentazione immediata, priva di filtri, basica. Come semplificato è il testo di partenza: gli innumerevoli racconti di Ovidio vengono ridotti attraverso la scelta di un punto di vista, quello della giovane studentessa Europa (personaggio secondario dell’opera ovidiana) che viene iniziata da tre diversi dei, Giove, Bacco e Orfeo. Osservandoli e seguendoli, la ragazza sarà in grado di confrontare con essi la propria esperienza di vita ritornando, in conclusione, alla sua primaria innocenza.
Honoré porta in scena il tutto con grande naturalezza, non abbandona mai il tono di leggerezza ludica di un film che sembra, in qualche modo, rappresentare il suo stesso spirito, quello di un regista in perenne trasformazione, che non ama cristallizzarsi in certezze, che ha ancora voglia di sperimentare, rischiare, battere territori inesplorati, operare fuori dai sistemi e dalle estetiche dominanti.