Noir

LO SPIONE

Titolo OriginaleLe Doulos
NazioneFrancia/Italia
Anno Produzione1962
Genere
Durata108'
Tratto dada un romanzo di Pierre Lesou
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Il malvivente Maurice Faugel dopo sei mesi di permanenza in carcere decide di vendicarsi di Gilbert Varnove, colpevole dell’omicidio della moglie Arlette. In seguito si fa procurare dall’amico Silien gli arnesi necessari per un colpo in una villa. Il colpo va male perché qualcuno ha parlato. Maurice ritiene responsabile del fatto proprio Silien che nel frattempo sta elaborando un brillante piano per scagionarlo.

RECENSIONI

Le stupefacenti immagini iniziali sui titoli di testa di Le doulos (ennesima sciagurata traduzione quella italiana di Lo spione)che mostrano in un magnifico piano-sequenza Reggiani che percorre l'interminabile tunnel, il cui incedere è tracciato e, nello stesso tempo, seguito dalla m.d.p. che carrella all'indietro, introducono contemporaneamente lo spettatore nelle torbide atmosfere del film e, definitivamente, Melville nell'universo multiforme e difficilmente controllabile del noir. Come (e assai prima del) l'interminabile proménade di Shu Qi in Millennium Mambo, nelle pur sideralidistanze che separano i due autori, anche l'andatura di Reggiani/Faugel è sintomatica di un'evidente marca linguistica da parte del regista che già in quella singola porzione pellicolare intende inscrivere la sua personalissima poetica (e politica). Faugel procede con passo apparentemente sicuro e compassato verso il suo predefinito destino di personaggio votato a un'irredimibile, meccanicistica, appartenenza criminale, e nello stesso tempo è colui che inconsapevolmente mette in funzione, con l'omicidio di Varnove (l'inevitabile regolamento di conti), la complessità dell'ingranaggio filmico. La linearità della traiettoria descritta da Faugel dalla stazione all'abitazione del ricettatore Varnove, nella quale Melville recupera tutto l'espressionismo 'geografico' del noir americano da Walsh a Lang, è già resa incerta dall'alternanza di luce e oscurità all'interno del tunnel stesso e dall'immagine frantumata del suo volto riflesso nello specchio rotto alla fine dell'ombroso cunicolo. La parabola tragica di Faugel, nonostante la ricomposizione speculare della sua figura a casa di Thérèse, è già segnata.
È all'interno di questa geometria esistenziale che si colloca la spaziatura narrativa di Silien, figura eminentemente wellesiana, inquietante alter ego del regista, metafora scoperta del mettre en scène cinematografico. Come Melville, Silien, sua maschera, diviene la longamanus della messa in rappresentazione del dramma, della sua possibilità divenirsi a costituire come compiutezza diegetica, come struttura testuale.Entrambi, regista e personaggio, sono caratterizzati dall'ossessione di controllo della messa in scena. Melville e Silien, al di là del facile espediente linguistico della soggettiva, ritenuto fin troppo triviale dal cineasta di rue de Jenner, condividono lo stesso sguardo 'misuratore' e 'panoramico' che osserva e nello stesso istante controlla che nulla sfugga e che tutto sia regolarmente al proprio posto. Uno sguardo che dunque fa convergere una duplicità d'interessi e che perciò sembra registicamente preposto alla disposizione spaziale degli oggetti all'interno dell'inquadratura, o della scena/set, come nella sequenza in cui Silien incontra Fabienne nel night e la sua posizione gli consente una visuale allargata che va dagli occhi della donna allo sbucare di Nuttheccio dalla rampa delle scale. Uno spazio che quindi, al contrario delle aperture flaneuristiche di Bob le flambeur tende necessariamente a restringersi per essere meglio gestito e controllato fino al giocoso claustrofobico nanometricamente calibrato diverbio tra metteur enscéne che avviene nell'occlusiva rotondità del piano-sequenza nell'ufficio del commissario Clain (Jean Desailly), risolto da Silien solo con la fuga da quell'incontrollabile perimetro melvilliano. Meccanismo ludico demiurgico esibito dall'architettura impeccabile del racconto visivo di Melville, che ha naturalmente la meglio sulla declinazione agatodemonica diSilien, la cui infallibilità viene indebolita sul finale da una scheggia narrativa reincontrata sull'asse diegetico di Faugel, temporaneamente escluso dal costrutto ridisegnato da Silien, la morte del quale viene meravigliosamente anticipata dalla ricomposizione ancora una volta speculare dell'illusione di controllo e di perfezione compositiva anche nella definitività dell'imago mortis. Dopodiché la chiusa con il dettaglio sul cappello che rintraccia nell'oggetto-termine magrittiano tutta l'avventura semantica attraversata da Le doulos. Chapeau!