Horror

L’ESORCISTA – LA GENESI

Titolo OriginaleExorcist: The Beginning
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2004
Genere
Durata114'
Sceneggiatura

TRAMA

Kenya 1949. Una misteriosa chiesa bizantina dissotterrata dagli scavi archeologici in pieno deserto diviene lo scenario del primo scontro tra Padre Lancaster Merrin e il demone Pazuzu.

RECENSIONI

The Beginning before The Beginning: il produttore James G. Robinson affida al regista Paul Schrader (Hardcore, American Gigolò, Affliction, Auto Focus, sceneggiatore di Taxi Driver, tanto per dispensare qualche coordinata) le maestranze per i lavori dell’opera che in linea teorica avrebbe dovuto rappresentare l’antefatto del masterpiece friedkiniano L’esorcista, Schrader porta a termine il compito (ingrato e impervio), post-produzione compresa (!), e Robinson decide di far rigirare l’intero film per l’edizione definitiva a Renny Harlin (!!) poiché la versione schraderiana risultava poco gore (!!!). Questo, a nostro sommesso avviso, si configura come un mistero ben più diabolico di quello enunciato dal soggetto di L’esorcista – La genesi, la (scioccamente) metaforica cattedrale (bizantina) nel deserto posseduta dal demonio. E abbiamo l’impressione che le brume dell’arcano si infittiranno ancor di più quando potremo godere della special edition in dvd (già annunciata) della pellicola contenente entrambe le versioni.
Tale strano (a dire poco) cominciamento nasconde un (primo) elemento di confusione: premesso che non siamo dei puristi ad oltranza del referente princeps di William Friedkin (né tanto meno dei presunti sequel) dispiace comunque riscontrare un intento de-generativo nei confronti di una trilogia che mirava a ben altro, ci pare, che a risolversi nella mera produzione di un’opera di genere orrorifico tanto per intrattenere un pubblico di aficionados. L’esorcista, nelle varie (re)interpretazioni friedkiniane, boormaniane e blattyane, per altro diversissime le une dalle altre, crediamo che non smetta di alimentare un certo perverso fascino negli occhi dello spettatore per il suo non essere un trittico di pellicole propriamente horror, o meglio lo è senza essere troppo riduttivamente di o de(-)genere, soprattutto perché, tanto per dirne una, l’utilizzo degli effetti speciali non è mai stato così felicemente funzionale per il discorso veicolato (l’esistenza soprannaturale, ipostatizzata, del male). Banalizzare la portata concettuale confondendo gli intenti che avevano mosso le altre produzioni e gli altri registi appare operazione quanto meno fuorviante per poter decretare il compimento di una pretesa tetralogia. Questo sembra essere in definitiva il film di Harlin, non altro che un horror “panem et circenses” finalizzato a divertire un pubblico teen-horrorofilo.
Messa in questi termini preferiamo insistere su alcuni aspetti non formali sui quali invece c’è davvero poco da dire, oltre una eccellente resa fotografica e scenografica frutto del lavoro simbiotico dell’italico duo Storaro-Ortolani che lavora sulle atmosfere raggelanti e inquietanti delle oscurità desertiche e sul magnetismo demoniaco della chiesa maledetta fuori luogo e fuori tempo, per non celare un promettentissimo incipit steadycam-digitalilizzato su una landa disseminata di corpi crocefissi al contrario.
Harlin si lancia, mediante una regia di mestiere, nel malriuscito tentativo di (con)fondere il concetto di male con quello di storia (lo scisma d’occidente, l’Olocausto, il secondo conflitto mondiale, la guerra anglo-kenyana), cercando in tal modo di storicizzare il male a partire da una ontogenesi di natura religiosa. Il diavolo che partendo dal suo etimo greco (diàbolon - diabàllo) si pone come simbolo concreto della divisione malefica tra gli uomini, di un concetto di male che appartiene costitutivamente, quasi per una sinderesi rovesciata, all’essere umano in quanto tale. Ciò che in L’esorcista – La genesi non è chiaro, anzi rimane piuttosto (in) sospeso, è questo passaggio dalla radice metafisica del male al male come determinazione umana troppo umana, e conseguentemente anche il concetto di colpa che Harlin tira in ballo con una certa insistenza senza azzardare il minimo approfondimento. L’impressione, forte, è quella di uno svolazzo ingiustificato di materiale concettuale, un po’ come quello dei corvi, altro simbolo invasivo e reiterato in tutto il film, di una totentanz di elementi speculativi che danzano confusamente davanti ai nostri occhi e si accasciano miseramente prima di qualsiasi tentativo di riflessione teologica. Se le premesse di Friedkin, Boorman e compagnia spingevano l’indagine in questa direzione, con Harlin tutto ciò appare assai pretenzioso e disagevole. E sì che anche cotanto senno (Blatty e i due cineasti di cui sopra) ci avevano messo del loro per ingarbugliare la matassa teologica disquisendo di un demone assiro (Pazuzu, per l’appunto), dunque non solo pre-cristiano, ma addirittura pre-ebraico (e quindi pre-Testamentario), che insufflava il suo alito mefitico dentro il corpo di una bimba statunitense dei giorni nostri. L’arco di volta della struttura diegetica era suggerito da una solutio di natura “conciliare”: da Porfirio a Padre Amorth gli studi demonologici hanno giustificato l’esistenza di legioni di spiriti maligni sostenendole come forme diversificate di un’unica essenza malefica, Satana (che poi anche su Shaytan, letteralmente l’ “avversario”, termine ebraico, ci sarebbe parecchio da discutere). Harlin dal canto suo, nella descrizione favolosa del primo incontro/scontro tra Padre Merrin e Pazuzu, prende tutto per acquisito e mescola ulteriormente il minestrone narrativo facendo diventare quest’ultimo un demone sumero con altre imprecise ascendenze mesopotamiche nell’allusione spinta a Belzebù (Baal Zebub, il Signore delle mosche), nell’inserzione dei numerosi frame popolati da (larve di) ditteri, lepidotteri e insettizia varia. Ne scaturisce un improbabile pastiche filologico (ma non è certo la correttezza filologica l’obiettivo del film) dal mediocre impatto estetico che fornisce la cifra di un’opera approssimativa e raffazzonata, interessata più al raccapriccio di alcune sequenze beceramente grandguignolesche che all’analisi di spaesanti dinamiche psicologiche innescate da un contesto presuntivamente paranormale.