Drammatico

LA RIBELLE

NazioneItalia
Anno Produzione1993
Durata88'

TRAMA

La sedicenne Enza Milazzo, accusata di taccheggio, è assegnata ad un istituto detentivo gestito dalle suore. Durante una libera uscita conosce un ragazzo che la deflora.

RECENSIONI

Ex-insegnante in un istituto correzionale, Aurelio Grimaldi conosce bene quest’universo e, come nel Mery per Sempre da lui sceneggiato, si schiera dalla parte dei giovani disadattati in balìa di un Sistema fallace, ancor più se affidato alle cure della Chiesa. La sua poetica "morbida" (meno tragica e viscerale delle regie di Marco Risi) è in sintonia con la sensibilità femminile più incantata, romantica, delicata: la "Storia di Enza" (titolo del suo romanzo da cui la pellicola è tratta) racconta di una ragazzina chiusa, indomabile ma ingenua, sognatrice che non accetta i compromessi e rifiuta la sporcizia di un mondo maschilista che si limita a "ficcare". Ha una tale spontaneità da portarsi a letto il primo che le piace, ma non per questo è "buttana", il suo è l'entusiasmo dell'amore che non soccombe al cinismo. La spagnola Penélope Cruz dona al personaggio un indimenticabile mix di fierezza e fragilità, che Grimaldi coglie perfettamente, restituendone la magica tenerezza, la verità di sguardi intensi e non leccati. Il suo occhio realistico, però, entra in corto circuito con il lirismo della prosa, resta sospeso ed irrisolto in uno stile che troverà compimento solo nel successivo Le Buttane: lo stesso commento sonoro di Carlo Crivelli, a suon di violini, strania dal contesto nudo e crudo delle situazioni ed è evidente un tentativo incauto di idealizzare troppo l’eroina protagonista. Fra contraddizioni e reazioni ambigue (la scena del "tradimento incrociato" fuorvia dall'anima pura della fanciulla: perché, anche lei, si allontana dalla camera di un altro uomo?), Grimaldi restituisce, più che la complessità, la contraddittorietà (tanto più vera) dell'animo umano così poco facilmente catalogabile: lo sguardo finale sorridente, rivolto alla macchina da presa, in apparente antinomìa con la suggestione di un aborto volontario, ritrova la poesia struggente dell'attimo che racchiude un universo d’emozioni di Godard.