Fantascienza

KABOOM

TRAMA

Smith vive nel campus universitario. Passa le giornate con Stella, la sua migliore amica, intrattiene una relazione sessuale con London e sogna di andare a letto con Thor, il biondo surfista con cui condivide la stanza. Una notte, sotto l’effetto di biscotti allucinogeni, Smith si convince di aver assistito all’assassinio della splendida ragazza con i capelli rossi che popola i suoi sogni. Cercando di ricostruire la realtà dei fatti, il ragazzo e i suoi amici finiscono per trovarsi coinvolti in un mistero che sta per cambiare per sempre non solo le loro vite ma le sorti di tutta l’umanità.

RECENSIONI


Dal romanticismo di Splendidi amori, chimerico Jules e Jim a lieto fine, al mesto orrore di Mysterious skin, dramma tiepido e composto, il tardo cinema di Araki, esasperando la demenzialità del delizioso trip comico A smiley face nella vertiginosa bulimia pop di quest'ultimo Kaboom, ribadisce la propria schizofrenica imprendibilità. In un divertito amalgama tra commedia, fantascienza e horror, il pastiche frulla insieme suggestioni cinefile e catodiche, da Donnie Darko a La donna che visse due volte, da Beverly Hills 90210 a Twin Peaks, lasciando l'estetismo giovanilista di Araki libero di crogiolarsi, in modo non dissimile da quello – certo più stantìo – di Larry Clark, tra i miti e i riti adolescenziali, in una folle stilizzazione avant-pop sospesa, come suo solito, tra fumetto e sit com, pop art e bildungsroman. Il cineasta nippoamericano, tra gli alfieri del New Queer Cinema, giostra un baccanale sessuale e narrativo audace ma inconsistente, vicino solo negli intenti all'intreccio di turbamenti giovanili e pulsioni apocalittiche già esposto nell' insuperata trilogia teen-apocalypse (Totally fucked up, Doom generation, Ecstasy generation). Il gioco ricombinatorio tra sessi, di lodevole sfrontatezza, mette debitamente in crisi convenzioni e convinzioni in un'unica orgia liberatoria, ma difettando dell'acidità del primo Araki, eccede in un fastidioso edonismo glamour e si vaporizza in una leggerezza dionisiaca e inoffensiva. Lontano dagli squarci di crudeltà della sua generazione perduta, svuota d'intensità e di credibilità lo strambo serial televisivo, lasciandolo vagare con disincantata ennui verso il carpenteriano switch off finale. Non mancano alcuni mordaci slanci di scrittura (Araki ritorna padrone dello script), ma la trasgressione è solo nominale, di pura superficie, tutta adagiata sui corpi imbellettati e confusi dei suoi giovani paladini. Pensato come patinato omaggio alla libertà formale e contenutistica di Twin Peaks, Kaboom fallisce nell'esperimento di sposare, come nel capolavoro metatelevisivo di Lynch, la calma apparente del mainstream all' anima inquieta dell'underground, limitandosi a plasmare, con la glassa cromatica e la playlist (neo)indie del caso, l'ennesima e vacua bizzarrìa postmoderna.

Il film non viene distribuito in sala ma è disponibile on demand sulla piattaforma Own Air.