Commedia, Grottesco, Recensione

IL CAPO PERFETTO

Titolo OriginaleEl buen patrón
NazioneSpagna
Anno Produzione2021
Durata120'
Scenografia

TRAMA

Julio Blanco è il capo di una fabbrica di bilance che affronta l’ispezione di una commissione per un importante concorso: deve essere tutto perfetto, nessun contrasto, un lavoro da sogno.

RECENSIONI

I LUNEDÌ ALL’OMBRA

Non tutto è bianco o nero. Blanco, però, è bianco. O almeno vuole esserlo: vuole essere un capo perfetto, anzi un buen patrón, da titolo originale, come il “buon selvaggio” di rousseauiana memoria, ossia il mito dell’uomo primitivo non corrotto dal progresso sociale, che qui diventa un dirigente d’azienda non corrotto dal mondo intorno e accogliente verso i dipendenti. Sono tutti suoi figli, dice, rendendo il paternalismo tangibile, vantandosene perfino: se sono stranieri saranno figli adottivi. Blanco gestisce una piccola fabbrica di bilance, il simbolismo è auto-evidente, non va troppo spiegato: la bilancia è metonimia della giustizia, dell’equità, Blanco vuole ottenere l’equilibro a tutti i costi, letteralmente, ovvero “costi quel che costi”, ma c’è sempre qualcosa che non va, qualcosa che sfugge. Ambisce al buon governo che per lui significa tutto fermo, paralisi totale, nessuno si muova: il capo è impegnato durante la giornata a comporre contrasti di ogni tipo, come evitare una rottura coniugale che influisce sul lavoro, ma intanto si arroga il diritto al movimento. È lui l’unico che può muoversi, per esempio seducendo una stagista: perché un segno di superiorità, come spesso accade, sta proprio nel sesso. Blanco prova a bloccare l’attività sessuale degli altri, quella che non gli conviene, mentre esegue la sua. D’altronde il termine spagnolo patrón è un falso amico dell’italiano padrone. E Bianco è anche il titolo dell’ultimo libro di Breat Easton Ellis (White), quello in cui lo scrittore si autodichiara maschio bianco occidentale e da tale prospettiva esercita il suo sguardo: i bianchi, consapevoli o meno, restano dominanti, restano (buoni?) padroni. Il dramma grottesco di Blanco è che non tutto torna. Il principio di indeterminazione di Heisenberg si applica scientifico, inesorabile. La bilancia non è mai perfettamente allineata. Non si allinea da sola: basta un uccellino per sbilanciarla e allora serve l’intervento umano per ottenere l’esattezza, decretando la verità di un gioco truccato, di una finta equità che tiene, guarda caso, con un proiettile a correggere il peso. Già rivelatoria dell’essenza era la battuta del capo mentre esamina la pubblicità (già, l’immagine pubblica) della sua azienda sul giornale, e dice parlando della Giustizia: «Fatele la gonna più corta».

Il personaggio di Blanco si iscrive nel “cinema sui capi” del nostro presente (In Good Company, Cacciatore di teste, The Company Men, Il capitale umano...[1]), ma con una differenza perché cambia il problema di fondo: come rappresentare un capo alla fine della lotta di classe? La lapide l’ha già scolpita Stéphane Brizé nei suoi film: con In guerra, dove il nemico invisibile è una multinazionale lontana, contro cui non si può lottare perché immateriale, senza sostanza; e con Un altro mondo, nella sequenza definitiva del capo straniero collegato su zoom che è immagine digitale, smarrita ormai ogni consistenza. Fernando Léon de Aranoa opera in modo contrario, ovvero “riconcretizza” il capo, come può essere solo in una piccola impresa, incarna l’ologramma nel corpo di Javier Bardem e lo rifà tangibile, ma la premessa è la stessa: il conflitto è chiuso. Lo attesta la figura dell’operaio licenziato che protesta da solo, fa slogan senza rima e - puro teatro dell’assurdo - una volta riassunto continua il picchetto, parodia della protesta in sé e per sé, che perde di senso, diventa inutile, parodia insomma delle categorie del Novecento. Aranoa, avendo introiettato questa “fine”, sceglie l’unico registro oggi possibile, la commedia grottesca: l’ipocrisia olivettiana di Blanco si avvita, i problemi si moltiplicano, viene risucchiato in un vortice alla Coen che ricorda A Serious Man ma senza serious, senza destino ebraico bensì voluto da se stesso, dalla finta guida illuminata pronta a colpire duro alla bisogna. Se hai un problema puoi andare da lui, sostiene lo slogan; sì, ma mica sempre, mica tutti, ribatte la realtà.

Aranoa gira il negativo de I lunedì al sole, film degli anni Duemila che era una radiografia sulle conseguenze della disoccupazione, a seguito dei licenziamenti nei cantieri navali di Gijón. Un racconto che variava i generi, dalla commedia alla tragedia, per raccontare le possibili reazioni alla perdita del lavoro: «Che giorno è oggi?» si chiedeva proprio Bardem, ex operaio incapace ormai di riconoscere i giorni della settimana, perché se non fai niente sono tutti uguali. Qui, vent’anni dopo, sempre Bardem quei giorni li riconosce eccome, anzi li conta, da lunedì a lunedì nella corsa contro il tempo per sostenere la prova fondamentale. Il paradosso, alla fine, è che la strategia di Blanco funziona: ricorso a qualunque mezzo, cacciati gli improduttivi, sceso a patti con l’amante, sublime vendetta femminile, egli smette l’abito informale con cui governa bonariamente la fabbrica e indossa il vestito elegante per accogliere la commissione. Vince il premio. È l’ennesimo trofeo sul muro, inchiodato dal povero vassallo Celso Bugallo, perché il capo non tocca il martello. Ma il quadro non è perfettamente allineato. Come la bilancia: il principio di indeterminazione si applica ancora. C’è qualcosa di storto nel nostro tempo grottesco.

[1] Per approfondire il tema rimando al capitolo dedicato ai manager ne La dissolvenza del lavoro. Crisi e disoccupazione attraverso il cinema (Ediesse, 2019).