Avventura

HEART OF THE SEA

Titolo OriginaleIn the Heart of the Sea
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2015
Genere
Durata121'
Sceneggiatura
Tratto dadal libro “Nel Cuore dell'Oceano - Il Naufragio della Baleniera Essex” di Nathaniel Philbrick
Costumi

TRAMA

In una notte buia e tempestosa del 1820, lo scrittore Herman Melville riesce a farsi raccontare, dall’ultimo uomo dell’equipaggio ancora in vita, cosa è realmente successo alla baleniera Essex, aggredita da un gigantesco capodoglio.

RECENSIONI

Due uomini dal carattere molto diverso, uno meditativo, l’altro più schiettamente irruento, entrano in competizione tra loro. No, non è la trama di Rush, incentrato sull’eterna rivalità tra James Hunt e Niki Lauda, ma potrebbe esserlo. Cambia l’ambientazione (dal mondo della Formula 1 a quello di chi va per mare alla ricerca del prezioso grasso di balena), l’epoca (dagli anni ’70 alla prima metà del diciannovesimo secolo), praticamente tutto, a parte regista (sempre Ron Howard), alcune maestranze e protagonista (il prestante ma non così espressivo Chris Hemsworth), ma il confronto tra due differenti personalità resta centrale. A unire i due protagonisti la determinazione e il rispetto reciproco, a separarli l’appartenenza sociale (uno proletario, l’altro aristocratico) e il conseguente e spesso antitetico binomio talento / potere: chi avrebbe la capacità di comandare la baleniera Essex non ha gli appoggi giusti per farlo. È questo uno degli aspetti più interessanti di un’opera che affronta un soggetto ricco di possibili spunti (non la messa in scena di “Moby Dick”, ma la storia della genesi del romanzo di Melville) senza però riuscire a cavalcarli, a causa di un andamento pedestre e privo di nerbo.

Di Ron Howard si dice che sia il più americano dei registi americani, cantore di un’epica d’altri tempi ben ancorata alla tradizione, anche del cinema, dove cadute e risalite dei personaggi puntano comunque all’eroismo e all’entrata nel mito. La messa in scena di Howard non si distingue mai per originalità e tutte le sue opere sono accomunate da un solido anonimato. Impossibile riconoscere un suo tocco personale, se non, a volte, e ragionandoci, nell’esposizione dei conflitti, sempre centrali nella sua visione. Un cinema onesto, quindi, da parte di un regista prima di tutto professionale, ma il più delle volte incapace di andare davvero in profondità e oltre convenzioni e stereotipi del genere affrontato. Tutti aspetti che si riscontrano puntualmente anche in Heart of the Sea. Non manca, infatti, tutto l’armamentario marinaresco che ci si aspetta: battute di dialogo iper-tecniche (è un continuo ripetersi di “mollate i parrocchetti”, “alzate i coltellacci”), simboli (l’immancabile medaglione lasciato dalla moglie al marito prima della partenza), amicizie e solidarietà virili, afflato mistico, il senso dell’onore prima di tutto, e, ovviamente, codate di capodogli a gogò. Niente di tutto ciò, però, nonostante l’enfasi con cui è distribuito sullo schermo, è in grado di lasciare traccia.

L’ossessione nei confronti della gigantesca e invincibile balena bianca, la deriva psicologica e fisica dopo giorni di continue privazioni, sono solo tappe tra le tante, tessere di un puzzle troppo grande da completare. Impossibile scomodare il Leviatano e il suo caos primordiale, non c’è né modo né tempo. Non favorisce il coinvolgimento l’inevitabile coralità che schiaccia i singoli caratteri a favore di una visione d’insieme tanto equilibrata quanto anestetizzante. La fotografia dai colori desaturati, di chiara derivazione pittorica, cerca un perché nella stilizzazione delle sequenze di azione tra i flutti, ma l’abuso di computer grafica produce uno straniamento che potrebbe scomodare l’aggettivo postmoderno, ma finisce soprattutto per creare distacco e impedire stupore e partecipazione. A perderci è principalmente il senso delle proporzioni, della gigantesca balena bianca non si percepiscono mai la grandezza, la forza, la possenza, il mistero, è presenza immateriale mai davvero tangibile. A causa di ciò il pathos latita, l’ineluttabile resta nelle intenzioni e il confronto tra uomo e animale non assume mai i toni solenni che vorrebbe. La sensazione è quella di essere sempre all’interno di un teatro di posa, con gli attori che recitano una parte senza viverla. Le numerose sequenze in esterni soffrono della stessa incapacità di sospendere l’incredulità. Non aiuta di sicuro lo script di pura superficie, continue didascalie e frasi fatte di Charles Leavitt, già responsabile del pasticcio Il settimo figlio (in condivisione con Steven Knight), dell’hollywoodiano Blood Diamond e del fallimentare K-Pax. Troverà comunque estimatori, sia tra il pubblico (il richiamo di un “classico” e le promesse del marketing possono ancora fare miracoli), che nella critica (dopo anni di esagerata riluttanza il cinefilo ha deciso di dire di sì a Ron Howard, e indietro non si torna).