Drammatico

GRAZIE PER LA CIOCCOLATA

Titolo OriginaleMerci pour le chocolat
NazioneFrancia / Svizzera
Anno Produzione2000
Genere
  • 66877
Durata99'
Tratto dadal romanzo di Charlotte Armstrong
Fotografia
Scenografia
  • 66875

TRAMA

A Losanna André Polonski, pianista di talento, e Mika Muller, direttrice dell’azienda del cioccolato Muller, convolano a nozze per la seconda volta dopo un breve matrimonio di molti anni precedente. André si era in seguito risposato con Lisbeth, che gli ha dato un figlio, Guillaume. Ma il giorno dell’anniversario dei suoi dieci anni di matrimonio, Lisbeth e’ morta in un incidente di macchina. La giovane Jeanne Pollet, che si sta preparando per il concorso di pianoforte di Budapest, viene casualmente a sapere di essere stata scambiata il giorno della nascita con Guillaume Polonski. Alla ricerca delle sue origini e di un mentore, Jeanne si introduce in una famiglia che non e’ la sua…

RECENSIONI

Una ragnatela si compone, marrone come la cioccolata, uno scialle che copre il divano lindo e perfetto della linda e perfetta villa di Losanna, ma a ben guardare è un cristallo, un fiocco perfetto unico ed instabile che con i raggi centrifughi, ritornanti e trasparenti, l'immagine adatta a raffigurare "Grazie per la cioccolata" ultimo film di Chabrol, presentato alla Mostra di Venezia 2000, fuori concorso.
Un thriller sotto pelle, un sommesso mormorio corre oltre la rigida linearità dello sviluppo, la storia è ben poca cosa, il discorso è spropositato: il Male; dove esso si celi in un mondo di reciproca sfiducia in cui la verità dell'azione per gli stessi personaggi s'intravede nei riflessi (il vetro della fotografia per Jeanne, il pianoforte) e nel fuori fuoco, è misterioso anche ben dopo l'ultima scena, d'assoluto rigore anti-hollywoodiano ma di coerenza chabroliana perfetta, si veda "Stephane, una moglie infedele". Il gioco di flou avviluppa ed annoda, stringe nella sua evanescente nervatura le piccole, ed appena accennate esistenze, depista ed assieme alla sceneggiatura rigorosissima, del regista e Charlotte Armstrong, fa del moto centrifugo di sentieri biforcanti, di possibilità interpretanti l'anima vera del mistero, non a sproposito Mika regala al figliastro "Dietro la porta chiusa" di Lang, il dubbio regna. Mika perfetta nel suo vestire Saint-Laurent è un ragno avvelenatore ma come la mitologica Aracne è costretta, imprigionata dal suo stesso fare; l'alta borghesia cui lei, di diritto, appartiene pur orfana, con freddezza agisce ed annulla, spersonalizza, vuoti ed inetti sono i personaggi, impassibile di fronte alla scoperta della verità il marito pianista (si badi non compositore, troppo anticonformista) - un perfetto Jacques Dutronc - riprende a suonare il suo amato Liszt, marcia funerale che accompagna il ritorno di Mika a sé stessa, rannicchiata in posizione fetale, le lacrime a rigarle il viso avvolta nella trama che pensava di dominare.
Isabelle Huppert raggiunge un vertice di gelida perfezione, fino a invocare la compassione dello spettatore, i giovani attori sono piuttosto imbarazzati (sic) ma hanno un duetto, di profilo, statico duello di fioretto, come se ne vedono raramente. Nessuna concessione al piacere dello spettacolo da divertimento festivo ma una costruzione d'intelligenza sulle categorie del vedere e del credere.
Ma questa è solo una possibilità…

Una cerimonia nuziale inaugura un delizioso e perverso viaggio nelle nevrosi, le invidie, le gelosie ed i sospetti che si annidano nella ricca, apparentemente tranquilla Losanna. Il vecchio maestro Chabrol imbastisce, senza averne l'aria, con il consueto humour sofisticato, una tragedia, densa di silenzi e sguardi, sul desiderio sotterraneo (la paternità perduta, ricercata da Jeanne, le ambigue, edipiche pulsioni di André), sulla gelosia devastante (i tormenti di Mika), sul passato rimosso (i sospetti inconfessati di Guillaume, i tormenti della madre di Jeanne). Coltissimo ed eclettico (da Hitchcock a Resnais e Van Dormael, passando per Sofocle e Cocteau), formalmente ineccepibile (distaccata e allo stesso tempo ammaliante la fotografia di Renato Berta), sfugge a qualsiasi definizione di genere. Un thriller senza suspense? Piuttosto, una puntigliosa analisi della follia quotidiana, inquietante anche perché sospesa, mai realizzata, sempre abortita come in un sogno senza fine. Interpretazioni semplicemente magnifiche, che uniscono la verità della vita alla composta dignità del teatro: la giovane Anna Mouglalis e la veterana Isabelle Huppert una spanna sopra la peraltro invidiabile media degli altri.

Vorrei puntare l'attenzione su una delle tante finissime scene in cui Chabrol omaggia il cinema che ama, e che ama come critico innanzitutto, come indimenticato esponente di quel gruppo di giovani studiosi che rivoluzionò il metodo critico della settima arte: mi riferisco alla sequenza nella quale Mika regala due videocassette al figlioccio Guillaume. Si tratta de La Nuit de carrefour, secondo lungometraggio di Jean Renoir che fu proprio dai Cahiers du Cinema consacrato come il più grande autore francese di cinema; e dal giallo di un grandissimo regista.... e qui viene la sorpresa! Chabrol spiazza i cinefili, pronti a giurare che il "giovane settantenne" non avrebbe perso occasione di omaggiare il suo autore preferito, quell' Alfred Hitchcock che non solo sarà clamorosamente rivalutato dai Cahiers (che capovolgeranno il giudizio sull'opera del regista inglese, considerato fino a quel momento un buon mestierante di genere) ma diverrà il vero e proprio punto di riferimento narrativo e tematico di Chabrol sin dai suoi esordi. Invece no! Il titolo dell'altra videocassetta è Dietro la Porta chiusa (che il doppiaggio italiano riproduce correttamente nell'originale "Dietro la porta") di Fritz Lang, un altro regista la cui seconda "vita cinematografica" in America era stata ingiustamente sottovalutata. Questo titolo è innanzitutto una lezione di cultura cinematografica, nei confronti di chi considera aprioristicamente Hitchcock come l'unico impareggiabile creatore di realtà ambigue e irrazionali, di personaggi ossessivi/ossessionati, di contesti dove è impalpabile il confine tra vittima/carnefice, colpa/senso di colpa, bene/male, dove la violenza o la manipolazione perpetrata in età infantile si ripercuote in modo disastroso in età adulta. 
E' stato citato spesso La Donna che visse due volte a proposito di questo film (la somiglianza tra la moglie morta del pianista e la giovane Jeanne non lascia dubbi sulla proprietà dell'accostamento), ma sarebbe stato altrettanto logico parlare di Rebecca la prima moglie, film hitchcockiano che quasi come uno scherzo del destino è considerato il doppione (o viceversa?) di Dietro la Porta Chiusa. Il film di Lang ha in effetti numerose similitudini con "Grazie per la cioccolata":  narra la storia di un "Barbablu' psicanalitico" collezionista di stanze dove si sono consumati delitti famosi, che ha già scientificamente preparato l'ultimo oggetto della collezione: una stanza identica alla camera da letto dove ucciderà l'ignara novella moglie. La stessa scientifica follìa nel preparare subdolamente il suo diabolico piano la riscontriamo in Marie Claire, barbablù al femminile (da ricordare che questo personaggio fu già trattato in modo più diretto da Chabrol con Landru), portatrice di un Male che sconvolge lo spettatore per la sua illogicità. Ma contrariamente a Lang (ed Hitchcock) il "male irrazionale" non ha radici psicanalitiche o antropologiche: non è perpetrato dall'individuo in quanto tale, ma quale rappresentante di una classe sociale, la piccola-media borghesia, portatrice di valori finalizzati al culto del lavoro, dell'arrivismo, della ricchezza, ma soprattutto della "visibilità". Ed è proprio la mancanza di visibilità che mette in crisi l'esponente borghese, a partire dall'infanzia: Marie Claire è nonostante tutto invisibile, è un surrogato (coincidenza che sia molto d'attualità il tema dei surrogati, specialmente della cioccolata, simbolo attuale di un consumismo che tende sempre più ad appiattire i sapori e le diversità?): sostituisce un figlio che i genitori non sono riusciti ad avere (rivelerà di essere figlia adottiva); sostituisce senza passione il padre morto ai vertici della fabbrica di cioccolata di sua proprietà; sostituisce la moglie morta del famoso pianista André, in un rapporto di coppia di una freddezza pari solo all'apparente (veramente poi così apparente?) complicità; sostituisce addirittura la donna di servizio nel week-end!
Cosa ci vuole dire allora Chabrol? Che la società borghese (Marie Claire) è costituita di replicanti, di ultracorpi che vivono tutti allo stesso modo, senza sussulti, senza emozioni; e con il preciso compito di eliminare o rendere inoffensivi i corpi estranei: i talentuosi, i creativi, gli esseri troppo sensibili, le "individualità", gli "originali", i vari André di turno: la borghesia come "esaltazione della riproduzione sulla creazione, della copia sull'originale", proprio come le stanze di morte collezionate dal Mark, il freddo assassino di Dietro la porta chiusa...

 

Sentita all'uscita dal cinema:
A: Un film quasi hitchcockiano...
B: ... molto hitchcockiano!
C: Direi oltre Hitchcock.

Il Male alligna nelle dorate stanze della borghesia: e' sottile, perverso, forse non pienamente cosciente di se'. Mika tesse la sua implacabile ragnatela (non solo metaforica), sembra non poterne fare a meno: appare da una parte una missionaria che opera perche' tutto intorno a se' sia sicurezza, pulizia, ordine, esistenza indolore; dall'altra la preda automatica di una disposizione al peccato indotta dalle circostanze di una vita difficile. La duplicita' dei suoi comportamenti lascia nel dubbio fino all'ultimo circa l'effettiva esistenza di un intrigo, di un reale disegno malefico e il film riflette su se' quest'ambiguita', divenndo un oggetto sfuggente e di difficile decifrazione. Chabrol usa questo equivoco con grande intelligenza (per gli stilemi di riferimento rifarsi all'ouverture) e crea tensione agendo sui dettagli, sulle elusioni, su eventi e particolari in apparenza banali. Usa un fondo giallo per il solito, impietoso ritratto di classe, di persone colte, brillanti, straricche che si concedono il lusso di un tormento, di un rammarico, di un rimpianto verosimile. Quello di Mika appare uno dei ruoli femminili piu' densi, sfaccettati e misteriosi che il cinema ci abbia donato negli ultimi anni e trova nella Huppert un'interprete sublime (parlare della bravura di questa interprete e' davvero inutile ormai; gli aggettivi sono stati spesi tutti). L'immagine del suo personaggio, elegante e raffinata, cela un intrico di malesseri che, sopiti dalla rassicurante agiatezza nella quale vive, germogliano, prosperano inesorabili e virano in tinte di lucida follia, di insensibile e amaro distacco.

Perfetta la Huppert nella parte della impeccabile signora della casa che ogni giorno prepara personalmente la cioccolata per il marito e per il figlio da questi avuto dal precedente matrimonio e verso il quale Mika sembra sinceramente concedere premure e attenzioni. Questa ammaliante facciata però, viene progressivamente smascherata in un crescendo narrativo che, attraverso impercettibili segnali, ci svela il vero volto della "regina del cioccolato". Gradualmente, infatti, ci si accorge che qualcosa sta scalfendo le buone maniere di Mika che appare sempre più alterabile dal più insignificante degli incidenti e che si dimostra tanto ben educata quanto priva di ogni sensibilità o gentilezza quando, ad esempio, appella con gelido distacco come rimbambito un vecchio socio del padre. La Huppert è sublime nel rivelare, con deliziosa discrezione, l'indole più segreta di Mika attraverso il solo uso di sguardi e gesti appena accennati, di lievi variazioni nella tonalità della voce e di sorrisi sempre più falsi e faticosi. E mentre nella sala della villa (nella realtà di proprietà della rock star David Bowie) Andrè Polonsky e la presunta figlia suonano il pianoforte l'uno di fronte all’altra immersi in una sorta di incesto musicale, Mika li osserva concedendo loro un sorriso assente e sarcastico dietro il quale si cela una mente che non smette mai di formulare pensieri malvagi. Nel finale, quando tutto sarà scoperto, resta indimenticabile l'immagine della Huppert sul divano del salotto di casa, ripiegata su se stessa in posizione quasi fetale che piange senza lacrime e rivolgendosi più a se stessa che al marito, spiega come ella sia "così brava a fare del male" e di come sia per lei così facile farsi volere bene "Io dico ti amo e tutti mi credono". Chabrol ci costringe come sempre, con delicatezza e distaccato pessimismo a immergerci nella palude ghiacciata di rapporti sociali caratterizzati solamente da gesti ripetuti meccanicamente, ormai svuotati di ogni senso profondo e utili solamente a nascondere una realtà dove ogni personaggio è portatore di un proprio personale egoismo. Nel film gli uomini sono assenti, infantili o in estasi contemplativa di se stessi. Nel mondo femminile regna, invece, la malvagità, la perversione e la crudeltà, ma il fascino di Isabelle Huppert è superiore a ogni cosa ed è veramente facile lasciarsi piacevolmente ingannare dal suo personaggio senza per questo avere alcuna velleità di comprenderlo o di classificarlo. Nel film, tratto dal libro "Chocolate cobweb" di Charlotte Armstrong, è presente un omaggio esplicito a due maestri del regista nella scena in cui Mika regala al figlioccio due videocassette, "La nuit du carrefour" di Renoir e "Dietro la porta chiusa" di Fritz Lang. Per lo spettatore abituato ai continui colpi di scena del cinema di genere U.S.A. (che, attraverso un uso eticamente discutibile del montaggio e del suono, persegue l'unico scopo di provocare un forte spavento) non sarà immediato entrare nel mondo di Chabrol dove il terrore va spesso ricercato nelle sfumature e nei silenzi del film; per chi, invece, fosse alla ricerca di emozioni più profonde e durature, certamente non è possibile non rimanere a lungo ipnotizzato e turbato dal fascino di questa storia casta e perversa allo stesso tempo che, grazie a un meccanismo narrativo ineccepibile, si rivela dispensatrice di forti brividi perfettamente assecondati dallo stato di tensione e inquietudine che pervade l'intera pellicola.

Raffaele Elia