Drammatico, Focus, Recensione, Thriller

GRAZIE PER LA CIOCCOLATA

Titolo OriginaleMerci pour le chocolat
NazioneFrancia, Svizzera
Anno Produzione2000
Durata99'
Trattodal romanzo di Charlotte Armstrong
Fotografia

TRAMA

A Losanna André Polonski, pianista di talento, e Mika Muller, direttrice dell’azienda del cioccolato Muller, convolano a nozze per la seconda volta dopo un breve matrimonio di molti anni precedente. André si era in seguito risposato con Lisbeth, che gli ha dato un figlio, Guillaume. Ma il giorno dell’anniversario dei suoi dieci anni di matrimonio, Lisbeth e’ morta in un incidente di macchina. La giovane Jeanne Pollet, che si sta preparando per il concorso di pianoforte di Budapest, viene casualmente a sapere di essere stata scambiata il giorno della nascita con Guillaume Polonski. Alla ricerca delle sue origini e di un mentore, Jeanne si introduce in una famiglia che non e’ la sua…

RECENSIONI

Una cerimonia nuziale inaugura un delizioso e perverso viaggio nelle nevrosi, le invidie, le gelosie ed i sospetti che si annidano nella ricca, apparentemente tranquilla Losanna. Il vecchio maestro Chabrol imbastisce, senza averne l'aria, con il consueto humour sofisticato, una tragedia, densa di silenzi e sguardi, sul desiderio sotterraneo (la paternità perduta, ricercata da Jeanne, le ambigue, edipiche pulsioni di André), sulla gelosia devastante (i tormenti di Mika), sul passato rimosso (i sospetti inconfessati di Guillaume, i tormenti della madre di Jeanne). Coltissimo ed eclettico (da Hitchcock a Resnais e Van Dormael, passando per Sofocle e Cocteau), formalmente ineccepibile (distaccata e allo stesso tempo ammaliante la fotografia di Renato Berta), sfugge a qualsiasi definizione di genere. Un thriller senza suspense? Piuttosto, una puntigliosa analisi della follia quotidiana, inquietante anche perché sospesa, mai realizzata, sempre abortita come in un sogno senza fine. Interpretazioni semplicemente magnifiche, che uniscono la verità della vita alla composta dignità del teatro: la giovane Anna Mouglalis e la veterana Isabelle Huppert una spanna sopra la peraltro invidiabile media degli altri.

Vorrei puntare l'attenzione su una delle tante finissime scene in cui Chabrol omaggia il cinema che ama, e che ama come critico innanzitutto, come indimenticato esponente di quel gruppo di giovani studiosi che rivoluzionò il metodo critico della settima arte: mi riferisco alla sequenza nella quale Mika regala due videocassette al figlioccio Guillaume. Si tratta de La Nuit de carrefour, secondo lungometraggio di Jean Renoir che fu proprio dai Cahiers du Cinema consacrato come il più grande autore francese di cinema; e dal giallo di un grandissimo regista.... e qui viene la sorpresa! Chabrol spiazza i cinefili, pronti a giurare che il "giovane settantenne" non avrebbe perso occasione di omaggiare il suo autore preferito, quell' Alfred Hitchcock che non solo sarà clamorosamente rivalutato dai Cahiers (che capovolgeranno il giudizio sull'opera del regista inglese, considerato fino a quel momento un buon mestierante di genere) ma diverrà il vero e proprio punto di riferimento narrativo e tematico di Chabrol sin dai suoi esordi. Invece no! Il titolo dell'altra videocassetta è Dietro la porta chiusa (che il doppiaggio italiano riproduce correttamente nell'originale "Dietro la porta") di Fritz Lang, un altro regista la cui seconda "vita cinematografica" in America era stata ingiustamente sottovalutata. Questo titolo è innanzitutto una lezione di cultura cinematografica, nei confronti di chi considera aprioristicamente Hitchcock come l'unico impareggiabile creatore di realtà ambigue e irrazionali, di personaggi ossessivi/ossessionati, di contesti dove è impalpabile il confine tra vittima/carnefice, colpa/senso di colpa, bene/male, dove la violenza o la manipolazione perpetrata in età infantile si ripercuote in modo disastroso in età adulta.
E' stato citato spesso La donna che visse due volte a proposito di questo film (la somiglianza tra la moglie morta del pianista e la giovane Jeanne non lascia dubbi sulla proprietà dell'accostamento), ma sarebbe stato altrettanto logico parlare di Rebecca, la prima moglie, film hitchcockiano che quasi come uno scherzo del destino è considerato il doppione (o viceversa?) di Dietro la Porta Chiusa. Il film di Lang ha in effetti numerose similitudini con "Grazie per la cioccolata":  narra la storia di un "Barbablu' psicanalitico" collezionista di stanze dove si sono consumati delitti famosi, che ha già scientificamente preparato l'ultimo oggetto della collezione: una stanza identica alla camera da letto dove ucciderà l'ignara novella moglie. La stessa scientifica follìa nel preparare subdolamente il suo diabolico piano la riscontriamo in Marie Claire, barbablù al femminile (da ricordare che questo personaggio fu già trattato in modo più diretto da Chabrol con Landru), portatrice di un Male che sconvolge lo spettatore per la sua illogicità. Ma contrariamente a Lang (ed Hitchcock) il "male irrazionale" non ha radici psicanalitiche o antropologiche: non è perpetrato dall'individuo in quanto tale, ma quale rappresentante di una classe sociale, la piccola-media borghesia, portatrice di valori finalizzati al culto del lavoro, dell'arrivismo, della ricchezza, ma soprattutto della "visibilità". Ed è proprio la mancanza di visibilità che mette in crisi l'esponente borghese, a partire dall'infanzia: Marie Claire è nonostante tutto invisibile, è un surrogato (coincidenza che sia molto d'attualità il tema dei surrogati, specialmente della cioccolata, simbolo attuale di un consumismo che tende sempre più ad appiattire i sapori e le diversità?): sostituisce un figlio che i genitori non sono riusciti ad avere (rivelerà di essere figlia adottiva); sostituisce senza passione il padre morto ai vertici della fabbrica di cioccolata di sua proprietà; sostituisce la moglie morta del famoso pianista André, in un rapporto di coppia di una freddezza pari solo all'apparente (veramente poi così apparente?) complicità; sostituisce addirittura la donna di servizio nel week-end!
Cosa ci vuole dire allora Chabrol? Che la società borghese (Marie Claire) è costituita di replicanti, di ultracorpi che vivono tutti allo stesso modo, senza sussulti, senza emozioni; e con il preciso compito di eliminare o rendere inoffensivi i corpi estranei: i talentuosi, i creativi, gli esseri troppo sensibili, le "individualità", gli "originali", i vari André di turno: la borghesia come "esaltazione della riproduzione sulla creazione, della copia sull'originale", proprio come le stanze di morte collezionate dal Mark, il freddo assassino di Dietro la porta chiusa...

Il Male alligna nelle dorate stanze della borghesia: è sottile, perverso, forse non pienamente cosciente di sé. Mika tesse la sua implacabile ragnatela (non solo metaforica), sembra non poterne fare a meno: appare da una parte una missionaria che opera perché tutto intorno a sé sia sicurezza, pulizia, ordine, esistenza indolore; dall'altra la preda automatica di una disposizione al peccato indotta dalle circostanze di una vita difficile. La duplicità dei suoi comportamenti lascia nel dubbio fino all'ultimo circa l'effettiva esistenza di un intrigo, di un reale disegno malefico e il film riflette su sé quest'ambiguità, divenndo un oggetto sfuggente e di difficile decifrazione. Chabrol usa questo equivoco con grande intelligenza (ovvie le reference) e crea tensione agendo sui dettagli, sulle elusioni, su eventi e particolari in apparenza banali. Usa un fondo giallo per il solito, impietoso ritratto di classe, di persone colte, brillanti, straricche che si concedono il lusso di un tormento, di un rammarico, di un rimpianto verosimile. Quello di Mika appare uno dei ruoli femminili più densi, sfaccettati e misteriosi che il cinema ci abbia donato negli ultimi anni e trova nella Huppert un'interprete sublime. L'immagine del suo personaggio, elegante e raffinato, vela un intrico di malesseri che, sopiti dalla rassicurante agiatezza nella quale vive, germogliano, prosperano inesorabili e virano in tinte di lucida follia, di insensibile e amaro distacco.

Un raffinato e freddo gioco intellettuale

È una tensione lenta, che cresce piano piano e si insinua sotto pelle, quella che accompagna il lungometraggio di Chabrol. Da un punto di vista razionale, la storia non regge tanto e i rimandi, le coincidenze, l'ossessione, che rendono il personaggio di Mika una sorta di dark lady, risultano un po' prevedibili e fini a se stessi. A livello emotivo, però, il semplice e lineare succedersi degli eventi esercita un magnetismo di indubbia presa. Anche se alla fine, prevale la razionalità di un freddo gioco intellettuale, molto cinematografico ed elegante, ma che rischia di girare un po' a vuoto.