Commedia

GINGER E FRED

NazioneItalia
Anno Produzione1986
Genere
Durata128'

TRAMA

Amelia e Pippo, un tempo ballerini di tip-tap, non si vedono da anni. A farli reincontrare è lo show televisivo ECCO A VOI, nel quale dovranno riproporre uno dei numeri che quarant’anni prima aveva donato loro un’effimera fama.

RECENSIONI

Ginger e Fred è considerato un Fellini minore (e lo è, probabilmente), eppure è avvicinandosi a esso che si può saggiare come il cinema di falsità del riminese riuscisse a cogliere lo spirito della realtà più di tanti film di autorelli che pretendevano, attraverso un approccio verista, di raccontarcela. All'epoca la rappresentazione della televisione fatta in termini così esasperati e beffardi appariva come la traduzione fellinesque di un ambiente controverso sì, ma ancora stimolante. Oggi ci pare il ritratto presagico della situazione che si presenta ai nostri occhi schiacciando il tasto del telecomando.
Fellini irrideva il mondo della TV non sapendo (ma immaginando, come suo solito) che il peggio (la spazzatura di questi infelici anni catodici) stesse per inondare l'etere: personaggi mostruosi e stravaganti, sosia, esibizionisti, non manca nulla in questo baraccone mediatico, un po' circo inquietante, un po' frenetica babele che inghiotte la realtà e la vomita negli schermi travestendola, interrompendola con la pubblicità, facendone disgustoso bolo pronto a essere digerito dal famelico spettatore.
In una dimensione in cui tutti si sforzano di apparire altro da sé, i convenuti dinnanzi alla telecamera rinunciano a se stessi e indossano i costumi del Personaggio, si fanno pappa scadente per lo sprovveduto telespettatore pronto ad inghiottirla.
La concitazione vorticosa del mondo rappresentato, resa dal regista con il consueto affresco confusionario in cui voci, persone, situazioni si incrociano senza posa, disorienta i due protagonisti, avvinti e spaventati da tanta inafferrabile alienazione, la pervicace volgarità dell'ambito - già disegnata con perfetta preveggenza nel magnifico stralcio di Toby Dammit ambientato, per l'appunto, in uno studio televisivo - viene restituita con concessioni demenziali e a volte un po' facili, ma quasi sempre di folgorante pregnanza. E quando d'un tratto il buio rapisce la scena, il dialogo sussurrato nell'oscurità dai due attempati artisti di provincia (la vecchiaia e la morte costituiscono gli altri temi cardini dell'opera) diviene gemma che da sola varrebbe la visione.
Ginger Rogers si disse offesa dal titolo, ma Fellini fece finta di nulla.

L’apertura, magistrale, dice già tutto: la classe di Giulietta Masina, simbolo nostalgico di tempi andati, contro la cafonaggine del moderno, l’involgarimento culturale perpetrato dalla orwelliana televisione attraverso, anche, il braccio armato delle pubblicità (vedi il fabbricante di mutandine commestibili): il gigantista Federico Fellini riempie Cinecittà di enormi cartelloni pubblicitari stile Le Tentazioni del Dottor Antonio e mostra, in contrasto, una Roma degradata e terrificante, fra barboni e spazzatura. Satira geniale di un artista che firma anche i frequenti “estratti” dal piccolo schermo e che sa guardare con il dovuto distacco e occhio clinico la contemporaneità, esaltando (ancora) i candidi. Satira che, purtroppo, si perde un poco per strada quando Fellini si dedica agli invitati dello show “Ed ecco a voi”, baraccone circense-kitsch che spettacolarizza e strumentalizza tutto: da quel momento si confonde la critica con il suo imperituro amore per i fenomeni da circo, la bacchettata all’appariscenza esibizionistica con lo sguardo affettuoso per i saltimbanchi. Per fortuna, continua l’elaborazione dell’altra traccia del film, quella nostalgica, incentrata sulla dolceamara riunione dei due ex-amanti: mentre compone il parallelo fra personaggi interpretati (l’addio sulla scena) e persone reali (l’addio al treno finale), rivelando che è sempre tutto “set” (spegne anche le luci della stazione), che palcoscenico della vita e dello spettacolo coincidono, narra anche, autobiograficamente, del cinema (Ginger e Fred) che sta per essere soppiantato dalla Tv, di un sé regista che, identificandosi con il “ribelle” ma professionale Fred (“The show must go on”), ha sempre faticato a farsi produrre i lavori, impreca e sogna il “blackout” per andarsene per sempre ma poi, quando si riaccendono le luci, non può fare a meno di “danzare” per il pubblico, anche inciampando, ma continuando imperterrito. Fra fantasmi della memoria e ombre (i sosia…) cinematografiche, un’opera “colma” in ogni quadro e senso, sospesa nella dimensione onirica, con un ballo finale che, per tensione ed evocazione romantica, toglie il fiato.