Drammatico

GHOST DOG

Titolo OriginaleGhost Dog. The Way of the Samurai
NazioneU.S.A. / Francia / Gran Bretagna
Anno Produzione1999
Durata116'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Ghost Dog è il soprannome di un uomo di colore, che vive solitario in una sporca terrazza new-yorkese seguendo il codice di comportamento dei samurai, nel caso specifico facendo il killer per il malavitoso che gli salvò la vita quando era ancora un ragazzino. Egli persegue questa sua etica fino alle estreme conseguenze…

RECENSIONI

Un'apologia del "samurai" che comincia come un film di Spike Lee e finisce come una sfida western alla Peckinpah sulle strade di New York: questo è, in una frase, l'ultimo lavoro di Jim Jarmusch. Sono passati infatti i tempi della new-wave che aveva consacrato Jarmusch come il talento più limpido di un cinema minimalista, scarno, surreale e autoironico del panorama statunitense. E' arrivato il successo e i soldi delle grandi major americane, i notevoli mezzi messi a disposizione, grandi attori, insomma lo stile da indipendente caratteristico marchio di fabbrica del regista newyorkese si è affievolito col tempo fino a scomparire del tutto; eppure.... eppure questo Ghost Dog, più del precedente "Dead Man", è "ancora" indiscutibilmente un film di Jarmusch oltre che uno dei più bei ritratti del cinema di questi anni. L'uomo soprannominato "Ghost Dog", impersonato da un immenso Forest Whitaker è un personaggio che conserva alcuni dei tratti tipicamente jarmuschiani: è un uomo solitario, schivo, di poche parole,  auto-emarginatosi da un mondo che vede ostile. Tuttavia ciò che differenzia questo personaggio dai suoi precedenti è che questi  erano in fuga "dalle regole", in un certo senso anarchici ("Stranger than Paradise" e "Daunbailò"), oppure in fuga dalla loro assenza ("Dead Man") mentre Ghost Dog fa delle regole (di una regola) il motivo fondamentale della sua vita. Difficilmente si possono trovare dei precetti più rigidi di quelli elencati nel "Libro del Samurai" che il protagonista segue alla lettera ma sembra che l'osservanza stretta delle sue norme sia tanto più necessaria quanto più senza regole appare l'umanità degradata e smidollata che popola la città. La descrizione della malavita pseudo-mafiosa che Jarmusch ci propone è la stessa che Eastwood fa del mondo western negli "Spietati" : i personaggi sono miserabili, antieroici, mediocri, spesso ridicoli, ma il regista evita di farne una macchietta (come capita ormai sistematicamente a tutti i film con mafiosi), e contemporaneamente si astiene da un'acida e corrosiva satira su di essi, presente in misura maggiore, se vogliamo, nel nerissimo e molto più grottesco "Dead Man": la simpatia che in fondo nutre Jarmusch nei confronti di una pur squallida umanità (che sembrava scomparsa nell'ultimo lavoro) gli impedisce di non vedere in questi malavitosi degli esseri da commiserare più che da deplorare, prendendoli in giro ma senza cattiveria, mostrandoli spesso nelle loro stramberie (che hanno ben poco di mafioso in certi casi come la passione del vice-boss per la musica rap o una generalizzata ebete attrazione per i cartoni animati) con un tono leggero-surreale perfettamente in linea con la sua prima produzione. Tono che raggiunge vertici di godimento nei dialoghi (si fa per dire...) tra Ghost Dog ed il suo unico amico, un nero hawaitiano che parla esclusivamente francese, elemento narrativo indiscutibilmente personale e che non può non far pensare all'analogo tra Benigni e il duo Waits-Lurie in "Daunbailò", quasi a ribadire che la lingua comune non è indispensabile per instaurare una "comunicazione", che può nascere invece dalla curiosità per un uomo "esotico", visto quasi come un extraterrestre.
Ma non è questa fine leggerezza a fare di un discreto film un grande film. L'intera pellicola è intrisa da potenti, suggestivi simboli TUTTI finalizzati a rappresentare il rapporto padrone-servitore. Dai lanci dei piccioni viaggiatori (servitori di Ghost Dog) utilizzati dal protagonista per comunicare con il suo padrone, servitore a sua volta del capomafia; al cane nel parco, (di potenza epica tipicamente orientale la sua ripresa frontale), l'animale fedele per definizione che sembra voglia farsi "assumere" dal samurai; dall'allusivo "Frankenstein" di Mary Shelley, che il nero samurai vede nelle mani di una ragazzina incontrata per caso nel parco convincendolo che essa è la persona da "iniziare" e alla quale passare le consegne (passaggio che si concretizzerà al termine della storia); alla pallida figlia del boss (un'eroticissima Tricia Vessey) che silenziosamente, anche lei assolvendo un compito, rimane fedele al suo uomo fino alla morte (dell'uomo), in un grottesco e farsesco susseguirsi di amanti diversi. Certamente alcuni simboli sono eccessivi o non appropriati: è fuori luogo la presenza continua del libro Rashomon che passa da una mano all'altra la cui storia non ha nulla a che vedere con lo spirito del samurai (l'unico collegamento è quello con Kurosawa che ci ha tratto un film, ma il regista giapponese, se è per questo, ha realizzato anche "La Sfida del Samurai" in cui il servitore cambia goldonianamente padrone a seconda dei vantaggi...). Anche il duello finale dall'esito inevitabile (praticamente un suicidio) con il padrone Loui sembra stonare, avrebbe senso se questi fosse "realmente" e non solo "formalmente" un samurai, cioè se servisse il boss con la stessa abnegazione e arditezza che Ghost Dog dimostra nei suoi confronti, ma il momento in cui il malavitoso ha avuto coraggio (quando salvò la vita al giovane Ghost Dog) è passato per sempre e la frase finale ("meglio tu che me") ha molto poco di cavalleresco; lo stesso parallelo fra il protagonista e l'orso è sovrabbondante oltre che utilizzato già abbastanza in "Dead Man".

Attorno al tema centrale si aggiungono innumerevoli altri argomenti ad esso correlati, come il rito e la morte. La morte aleggia continuamente su Ghost Dog come sui samurai del passato, è una sorta di approdo, quasi un premio, poiché è la logica conclusione del buon operato; aver paura della morte è un errore  perché può condizionare l'efficienza del servitore nei confronti del padrone e se questi muore, il disonore per non averlo salvato sarà incancellabile ed il rimorso implacabile. La ritualità del protagonista è quasi maniacale e non si limita ai precetti del libro ma si estende nella ripetitività degli atti quotidiani; d'altra parte non avrebbe alcun senso modificare lo stile di vita. Non è un caso infatti che la storia di Ghost Dog ripercorra alla lettera i passi del libro (letti a capitoli da una voce off), perché il vero samurai "non ha scelta", ha un destino segnato.
Lo stile di Jarmusch, si è detto, è cambiato, quanto prima lavorava per sottrazione tanto ora predilige l'iperbole (dato anche il soggetto) e il visionario, e i suoi fidati collaboratori Muller e Rabinowitz lo assecondano in maniera mirabile. Particolarmente affascinanti sono alcune sequenze: l'hip-hop che accompagna le sue missioni in una tetra New York notturna sembra avere la stessa funzione che avevano le grida di battaglia dei guerrieri orientali; l'esercitazione con una pistola usata come una sciabola, resa ancora più fascinosamente epica dall'utilizzo di pellicola trasparente, il suo rapporto con i piccioni viaggiatori in una lurida terrazza, rapporto a due livelli, di cura in quanto il padrone deve mantenere il servitore e di lavoro (i piccioni lavorano e muoiono per Ghost Dog); in vero stile western-ganster le scene "action", leggermente rallentate, in particolare lo sterminio della "famiglia" e il duello finale.
Citazionista come tutti i registi new-yorkesi che guardano all'Europa e anche oltre, Jarmusch infarcisce di riferimenti cinematografici recenti e meno recenti la sua trama narrativa. Al di là dei più scontati, può essere interessante nominarne alcuni di quelli più singolari: il rapporto tra il solitario protagonista e i suoi piccioni è un bell' omaggio a "Fronte del Porto"; mentre lo scontro tra un uomo forte e una malavita degradata e smidollata è trattato in modo molto simile nel contesto completamente diverso della S.Pietroburgo di "Brother" di Balabanov; le tematiche inerenti al samurai sono state invece trattate di recente nel sottovalutatissimo "Ronin" di Frankenheimer che ne ha illustrato alcuni aspetti affascinanti e non molto dissimili da quelli di Ghost Dog, come la presenza opprimente della morte attorno ai "ronin", punto di arrivo pressoché inevitabile per un samurai senza padrone, e per questo facilmente esorcizzabile, consentendo vieppiù ai killer azioni non condizionabili da qualsiasi tipo di emozione e di conseguenza pressoché infallibili.
In conclusione un film potentissimo, originale,  pieno di spunti di riflessione, con un ritmo fenomenale nelle sequenze "action",  e senza cadute di tensione quando il tono si fa più da commedia, leggero, surreale, ironico, in una frase: "alla Jarmusch".

Dopo il western di Dead Man, Jim Jarmush rivisita liricamente e nel segno della Morte il genere gangster, rifacendosi a ‘Le Samourai’ (Frank Costello, Faccia d’Angelo) di Jean-Pierre Melville: a modo suo però, meno laconico ed ellittico, più astratto e all’insegna dell’ironia sottotono ma replicando anche, del citato film con Johnny Depp, una cifra epica-malinconica che sovrasta l’umorismo sotterraneo, salvo farlo esplodere, poi, in note anche ‘demenziali’, come il boss canterino amante dell’hip hop (nelle schegge impazzite, cartoons televisivi diegetici compresi, aleggia anche il fantasma di Seijun Suzuki). La trama, convenzionale, sorprende meno dei modi per renderla, fra commento sonoro (RZA del Wu Tang Clan) imprescindibile per l’aura mistica/onirica, struttura ritualistica, massime di saggezza orientale (reiterate fino a diventare gag), costruzione sul piano d’ascolto del volto di un Forest Whitaker massiccio, silente, affranto. Il protagonista, infatti, definito anche da una sottotraccia con bambina alla Paper Moon, da tipica figura melvilliana diventa tipica figura alla Jarmusch, emarginata, solitaria, fuori dal mondo. Se il percorso vitale ritratto pare meno pregnante, profondo delle pillole di saggezza recitate, in realtà è puntuale nel chiudere il cerchio, nel donare a tutto un senso, perché “La fine è importante in tutte le cose”.