Commedia, Fantastico, Horror

I MORTI NON MUOIONO

TRAMA

Nella serena cittadina di Centerville, qualcosa non va. La luna è onnipresente nel cielo, la luce del giorno si manifesta in orari imprevedibili e gli animali cominciano ad avere comportamenti insoliti. Nessuno sa veramente perché. Le notizie sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno poteva prevedere l’evento più strano e pericoloso che si sarebbe abbattuto su Centerville: il ritorno dei morti.

RECENSIONI

Dopo i vampiri, eccoli gli zombie di Jim Jarmusch in un film che, al di là del genere esplorato, dichiara il proprio statuto di artefatto cinematografico a ogni pié sospinto. C’è coscienza metatestuale, insomma, c’è una messa in scena che si denuncia come tale, risuona una canzone-tormentone di Sturgill Simpson (anche attore, compare nell’orda) che ci ricorda, appunto, che i morti non muoiono e che si pone quale autoevidente colonna sonora di una situazione straordinaria che sottolinea e didascalizza. E che quasi sembra provocare.
Jarmusch riafferma tutte le coordinate del suo mondo poetico: la bizzarria delle situazioni, il tono moderatamente demenziale, l’inconfondibile (e miracoloso) ritmo interno delle sequenze, la struttura frammentaria (il film è una lunga sequela di minisipari), il genere piegato alle sue esigenze e qui risolto in chiave farsesca (e di generi rivisitati, tutti a modo suo, il cinema dell’americano pullula: dal western al gangster movie), i personaggi ipercaratterizzati. Che qui pervengono a una catatonia che replica quella degli zombie e vi si specchia. L’americano mette sul piatto il consueto stuolo di attori, molti appartenenti al suo mondo (da Iggy Pop a Tom Waits, da Tilda Swinton a Bill Murray), altri entrativi da poco, ma in esso già perfettamente integrati, maschere quasi inevitabilmente jarmuschiane come Adam Driver.
Ma in più, stavolta, l’urgenza è quella di esporre la meccanica di un mondo autoriale, un consapevole mettere in scena una poetica, un interrogare la propria posizione di regista di culto attraverso un catalogo di formule riconoscibili e volutamente estenuate, rese quasi inerti, cadaveri ambulanti anch’esse (Iggy Pop e il caffè, solo per dirne una).

Prima che dell’America oramai disumanizzata e di una serie di temi sensibili (dalle fake news all’emergenza ecologica), Jarmusch sembra volerci dire, nel tono laconico che gli conosciamo, di un cinema di cui rimane in piedi solo lo scheletro spolpato, un mezzo all’agonia sul quale non fa più affidamento, destinato, al capolinea, a ripetere in automatico il suo rituale. Così le battute che si reiterano, e che fanno quasi nouveau roman, alla lunga disinnescano l’effetto comico che vorrebbero provocare, suggeriscono allo spettatore il loro essere parte di uno script che informa il comportamento di personaggi, anch’essi coscienti del loro essere tali, beckettianamente alle prese con una sceneggiatura del cui autore sembrano sapere tutto, tanto che il poliziotto interpretato da Bill Murray, attore feticcio del regista, è piccato nell’apprendere che il finale del film è noto al collega (Adam Driver) e a lui no: «Dopo tutto quello che ho fatto per Jim».
Insomma il gioco è evidente e prevedibile, volutamente scoperto e quindi di spasso silenziato. Paralleli possibili? Il Passion di De Palma o Gli amanti passeggeri di Almodóvar, riproposizioni in vitro di un catalogo, stilizzate rassegne di autorialismi, asettiche tassonomie di poetiche, film di laboratorio che dicono dell’impossibilità a dire di più, ché tutto suonerebbe già detto. La parvenza di ritratto del contemporaneo, dunque, è, per l’appunto, solo una parvenza, un pretesto che si riduce a battutine innocue sugli hipster e ai morti viventi col cellulare in mano in cerca di un wifi, a una città-simbolo che viene battezzata significativamente Centerville.
Di considerazioni se ne potrebbero fare sul punto, ma la metafora è talmente spudorata e tradotta in termini così volutamente semplicistici da risultare anch’essa uno spettro, uno zombie che imita qualcosa che un tempo era vivo, la caricatura moribonda del tema forte. Così il discorso finale del “selvaggio” Tom Waits è l’eco mortifera della riflessione sul consumismo di romeriana memoria, sciorinata in automatico, con nessuna convinzione. E non è un difetto, sia chiaro: la mancanza di convinzione è esattamente il punto. Non ci crede Jarmusch e questo non crederci è la sostanza e la ragione della messa in scena. Il risultato è allora un giochino in cui vale tutto (anche un disco volante) e che opera, ambiguo, sul filo del fallimento. E che vince in ogni caso. Vince se lo trovi di misantropia stucchevole (lo vuole essere), se lo trovi ripetitivo e banale (lo vuole essere), se lo trovi intelligente (lo è), un divertissment un po’ fiacco (lo vuole essere), una raccolta di figurine jarmuschiane e un riassuntino d’autore (lo è), un discorso ovvio sull’America (lo è).

E se osi affermare che, dopo questa prova, Jim Jarmusch è morto basta rileggersi il titolo del film per avere la replica che meriti.