Poliziesco, Recensione

CRUISING

TRAMA

Un poliziotto sulle tracce di un serial killer si trova ad indagare nell’ambiente dei locali gay.

RECENSIONI

Forse il film di Friedkin più sorprendente della sua retrospettiva, un poliziesco notturno e feroce, una discesa all’inferno che affronta uno dei temi più cari al regista statunitense: quello della confusione e perdita dell’identità. E’ illuminante la scena finale, in cui la fidanzata di Al Pacino scherzosamente ne assume l’identità vestendone gli abiti ed è impossibile non pensare al finale di “Vivere e morire a Los Angeles”. E’ come se i personaggi di Friedkin percorressero una parabola di cambiamento, di sgretolamento che passa per una mutazione che è prima di tutto fisica. “Cruising” è la storia di un uomo che non regge al trauma di uno spostamento (“deplacement”) forzato, un uomo prelevato dal suo ambiente naturale e immerso nel buio. Al ritorno in superficie nulla sarà più come prima, non è più possibile resistere alla visione della luce. Il venire a contatto con una massa di corpi seminudi, bardati di cuoio e borchie, agisce direttamente sulla psiche e sui lineamenti di Al Pacino, come in una sorta di osmosi traumatica. La ricostruzione della scena gay è livida, cruda, l’occhio di Friedkin non teme nulla e non indugia di fronte a nulla, al contrario lascia trasparire tutto il dolore e il fascino del peccato, del desiderio, della perversione. Friedkin riesce a costruire minuziosamente la miscela esplosiva che agisce sulla psiche del protagonista attraverso il contrasto tra la durezza degli amplessi notturni e casuali filmati senza timore e il lento instaurarsi di un rapporto intimo del protagonista con il suo vicino di casa. “Cruising” non è semplicemente un capolavoro di cinema poliziesco, è un film che analizza e fotografa la nascita e lo sviluppo di un’ossessione. Nell’inscenare una lotta contro il male, Friedkin mostra la deriva di un uomo inesorabilmente contaminato da quello che sta combattendo.

L'ambiguità è oramai proverbialmente da attribuire ai film di W. Friedkin che negli anni ha vieppiù setacciato i propri lavori alla ricerca, parrebbe, della più torbida commistione di bene e Male. I due corni d'un problema, d'una situazione in cui l'umano si trova, per il regista americano, sono sempre, con evidenza, divergenti ma è proprio nell'agire, nella persecuzione dell'obiettivo morale (e spesso d'ambito lavorativo) che essi tendono a confondersi, congiungersi e prolificare inestricabili. Nascono quindi le oziose discussioni su Friedkin reazionario o meno solo per il fatto d'essere uno dei pochissimi realizzatore d'oltreoceano a ricordare che l'indefinito intellettuale non è affatto una colpa soprattutto quando intesse di sé l'intera costruzione filmica, tematizzazione, quando e se riuscita, del dubbio -del personaggio, dell'autore, dello spettatore- e dell'impossibilità odierna dell'essere eroico. Cruising, benché mutilato da imposizioni produttive, è un incredibile sprofondamento  nell'oscuro, notturno, urbano e psicologico, e nel disturbante più intimo. Il consueto gioco di reciproche sostituzioni (il dualismo di personalità che percorre tutta la filmografia del regista, To live and Die in L.A., The hunted, L'esorcista, Rampage, Rules of Engagment) si unisce qui con un'altra portante linea di frizione come quella tra legge ed eversione, lasciata intuire pure nel delineare figure di figli in costante relazione con la forte assenza paterna. La grandezza dello stile è innegabile anche alle prese con le perversioni bondage dell'ambiente omosessuale (assenti nella versione televisiva), Pacino, in un ruolo che ricorda le sue prime esperienze con Schatzberg, è al di là di ogni elogio: la sequenza a scene del suo "studio del personaggio" gode di raffinatezze imperdibili (il modo di bere il caffè che cambia improvvisamente).

William Friedkin torna a filmare l’urbano documentaristico e sporco di Il Braccio Violento della Legge e fa frequentare al Pacino-poliziotto i (veri) locali underground degli omosessuali, gettandolo in un degrado e un'atmosfera che rimangono impresse, perché la discesa all'inferno è prima di tutto interiore, fra colori metallici e commento sonoro straniante. Le coincidenze della vita: Friedkin si decise a tradurre l’omonimo libro d’indagine di Gerald Walker (di cui utilizza solo le premesse) solo una volta saputo che il potenziale “killer dei sacchi della spazzatura” (corpi fatti a pezzi e gettati nel fiume) era Paul Bateson, da lui scritturato per il ruolo di assistente radiologo in L’Esorcista, e lo andò a trovare in carcere. Esaminò poi gli articoli scritti da Arthur Bell sul “Village Voice”, che denunciavano questi omicidi di omosessuali all’uscita dei club sadomaso di New York. Altra coincidenza: Friedkin conosceva questi club perché gliene aveva parlato il detective Randy Jurgensen, con cui aveva collaborato per Il Braccio Violento della Legge: Jurgensen faceva l’infiltrato in questi locali per catturare un assassino e Friedkin s’è fatto ispirare anche dai suoi racconti per scrivere la sceneggiatura. Poi s’è messo in società con Jerry Weintraub, agente di celebrità e organizzatore di concerti di rockstar, per realizzare un film indipendente che però, fin dal primo giorno di riprese fino alla sua uscita, fece infuriare tutti quanti. Soprattutto la comunità gay insorse paragonando il film a Nascita di una Nazione e accusando Friedkin di essere un loro persecutore per il modo in cui li ritraeva: in realtà Friedkin era solo alla ricerca dell’atmosfera “giusta” e non convenzionale per il suo giallo ed è sempre stato stimolato dal conflitto interiore riguardo ai desideri, manifestazione della coesistenza di bene e male in ogni individuo. Inoltre, il suo intento era anche additare l’omofobia e le umiliazioni che gli omosessuali subivano: non per niente aveva diretto Festa per il Compleanno del Caro Amico Harold, il primo film hollywoodiano a dipingere i gay senza disprezzo e sarcasmo. Detto questo però, potenza figurativa moralmente asfissiante a parte, l’opera finita dà l’impressione di una drammaturgia che manca di compattezza e che tende alla confusione (cosa ammessa dallo stesso Friedkin). Sul tanto famigerato director’s cut: la versione uscita in DVD nel 2007, curata dallo stesso Friedkin, a parte qualche piccolo aggiustamento, si limita a rimuovere la scritta iniziale presente nella versione per la sala (“Cruising descrive una sottocultura gay S&M e non è rappresentativo della vita gay tradizionale.”). Il director’s cut è quello varato per i cinema nel 1980 ottenendo una ‘R’: Friedkin presentò appositamente un montaggio di più di due ore che conteneva scene “hard” nei locali sadomaso, interpretate da veri habitués dei locali, perché sapeva che gli avrebbero chiesto di tagliarle e voleva, invece, preservare il racconto nel suo complesso. Dopo il flop di Il Salario della Paura e l’ostracismo verso quest’opera (compreso quello di Al Pacino, non concorde con la visione del regista), la carriera di Friedkin subì una dura battuta d’arresto. Cruising, in gergo, significa “ricerca di partner sessuali occasionali in luoghi pubblici”.

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