Drammatico

21 GRAMMI

TRAMA

Paul, Jack e Christine non si conoscono ma un incidente ne segna il destino e fa incrociare le loro esistenze.

RECENSIONI

Avanti e indietro nel tempo, la frammentazione dei fatti per non dare allo spettatore tutte le coordinate per orizzontarsi subito in un dramma che dice che la vita, puntando dritto alla morte, incrocia il dolore; dopo l'esalazione dell'ultimo respiro l'uomo perde 21 grammi: il peso dell'anima? Inàrritu usa immagini sgranate, handycam, un montaggio studiatissimo e un certo mestiere per buttarsi addosso a tre personaggi addolorati di diverso dolore, pompa ogni singola linea narrativa fino allo spasimo, fino all'eccesso, fino alla noia. Non convince l'esasperazione tramica, il rigiramento ipertragico di una  sceneggiatura che coglie tutte le occasioni per gonfiarsi di lacrime, per arrossire occhi, per adornarsi di lamenti e recriminazioni. 21 GRAMS - migliore la prima parte - è troppo lungo, troppo pensato, di ispirazione posticcia: i personaggi sono di definizione granitica, le loro reciproche relazioni pochissimo eleborate e la loro evoluzione a tratti frettolosa (si pensi al carattere di Christine sul quale si affanna, zelante, l'ottima Naomi Watts); si parla di morte - vita - redenzione - vendetta - colpa - fede ma si buttano questi temi in pentola senza poi cucinarli a dovere; la destrutturazione cronologica à la Egoyan (il suo primo periodo, senza averne peraltro la profondità e la perfezione) è pura trovata che non supporta nulla se non la volontà di ingarbugliare una faccenda troppo banalotta per arrischiarne la narrazione canonica; una pellicola che evita il completo fallimento in virtù dei suoi innegabili meriti formali, di dialoghi non tutti da buttare e di tre interpretazioni molto convinte e partecipi

Come già nel fulminante esordio "Amores Perros", il messicano Alejandro Gonzalez Inarritu affida a un incidente il motore dell'azione. Sarà un terribile incidente stradale, infatti, ad incrociare il destino di due uomini e una donna. Dopo una prima parte ben costruita, in cui una narrazione non lineare spazia a tutto campo sui personaggi rappresentati alternando il presente a flashback e ad anticipazioni sul futuro, il film arriva ad una resa dei conti in cui l'alto potenziale vira inutilmente al greve. Come se una chiusa disperata potesse dare un surplus di valore a un film che inanella tanti, troppi argomenti (senso di colpa, elaborazione del dolore, droga, trapianti, redenzione, peccato, vendetta, destino, predestinazione) senza approfondirne alcuno. Il regista conferma la sua abilità per il racconto corale, dando ad ogni personaggio, anche minore, adeguato spazio, ma quello che alla fine ne viene fuori è un drammone a fosche tinte un po' ricattatorio, che indugia sullo strazio, tenta di smuovere l'emotività e per farlo usa il piccone. Gli interpreti sono comunque bravi e in parte: Benicio Del Toro conferma il suo carisma, Naomi Watts non fa che piangere, ma lo fa bene, e Sean Penn continua il suo personale percorso lontano dalle major e dai blockbuster e fedele a un cinema indipendente nella forma e nei contenuti. Qui evita le smorfie e gli eccessi, non di rado presenti nella sua recitazione, ed è stato giustamente premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile.
Il titolo è già una dichiarazione d'intenti: i 21 grammi corrispondono infatti alla perdita di peso che il corpo subisce quando si muore.

Come è sezionato l’organo di Sean Penn nell’intervento chirurgico, così la storia stessa; il cuore è il bozzolo che avvolge il narrato, da cui l’intera triade vorrebbe liberarsi. Paul non può, costretto alla sedia a rotelle; non vi riuscirà neanche dopo, rinchiuso nella cianotica pentola a pressione dell’organismo (i conati di vomito). Cristina anch’ella è ostaggio del cuore: è ciò che la separa dal marito e le due bimbe, tre cadaveri dietro ad una curva impressi solo su segreteria telefonica. E poi il cuore di Gesù – anzi, di gesù: Jack (si) disegna un dio tutto personale, che scalpita dalle iconografie sul muro ed ama molto, tanto, troppo, fino al disturbato fanatismo (la cena famigliare). Egli predica di porgere l’altra guancia ma omette il soccorso, mentre il suono dei canti parrocchiani varia nelle sue orecchie: il gioioso inno al Signore che in realtà è losca colonna sonora del disfacimento. Muovendosi leggere come ombre (o forse: pesanti come 21 grammi), le linee della storia vengono accompagnate da un leggero brusio concentrico: l’urlo di un tagliaerba impazzito nel prato, ma soprattutto il rewind del cerchio del tempo. Questo si estende, si arrotola, soffre con i protagonisti, tace agnostico (la primissima scena), scoppia di rumore (l’incidente) e infine trova ingannevolmente il suo sbocco: pare che con il bisturi si possa ricominciare, ma è sempre lui – il cuore- “il colpevole”. Il trittico di anime abbassa la testa in crudele/tenera accettazione, ma nessuno abbraccia la propria catarsi (Paul aspetta un altro cuore, Cristina ricorda le figlie, Jack torna chiuso nella casa dell’integralismo). L’intera pellicola è scagliata con la fionda di una metafora abusata; lo spagnolo lavora per sottrazione, facciamolo anche noi. Togliamo l’autopsia elegantemente gratuita dell’immagine, togliamo i tre attori protagonisti (Benicio sempre splendido ed alterato), togliamo i passaggi di regia (il ralenti della scena madre): rimane la fila indiana di topoi (stereotipi?) – incidente, lutto, amore, vendetta, ospedale, morte-, qualche frase ad effetto che vuol dire poco o niente (quella che giustifica il titolo), un film che mostra la coda di pavone. Inarritu chiude un’opera disperata ma lui sta benone e si vede, con il suo stesso distacco ci allontana dal narrato mostrando l’ultimo organo in formaldeide: il suo cuore, appena uno sguardo e via, battito regolare.

Iñarritu con 21 Grammi non ne ha azzeccata una giusta: ha raccontato una storia nata moribonda per eccesso di melodramma e l’ha giustiziata con una risaputa, rivista e nella fattispecie inadeguata decostruzione temporale. L’espediente del rimpasto cronologico dell’intreccio, che ha in Rapina a mano armata una delle sue matrici più “antiche” e nobili e in Pulp Fiction una delle più fortunate, una volta smaltita l’efficacia data dal fattore novità/(post)modernità richiede di essere maneggiata con cura. Christopher Nolan ha dimostrato di averlo capito a meraviglia, realizzando forse l’opera definitiva per “pertinenza di utilizzo”; la narrazione a ritroso di Memento ci metteva, di fatto, nei panni del protagonista smemorato: lui ignaro degli avvenimenti immediatamente precedenti al suo complicato presente, noi messi nell’ovvia impossibilità di pre-vedere il passato a venire. Iñarritu, dal canto suo, ha invece pensato male di scrivere un drammone da affrontare a viso aperto (l’unico modo per farlo funzionare) e di girargli intorno con snervanti andirivieni temporali. Il risultato? Il contenuto ad alto tasso emotivo (e “morale”) è mortificato dall’esposizione di un’artificiosa e premeditata (de)costruzione, mentre la forma sa di pretestuosa applicazione di un modus filmandi già vecchio. Ultima nota di demerito al povero Sean Penn, alle prese con l’ennesimo capitolo della sua personalissima, volenterosissima, inconcludentissima ricerca dell’antidività a tutti i costi.