Horror

WORLD WAR Z

NazioneU.S.A. /Malta
Anno Produzione2013
Genere
Durata116'
Trattodal romanzo World War Z. La guerra mondiale degli zombi di Max Brooks
Scenografia

TRAMA

Nel giro di pochi minuti, esplode un’epidemia mondiale di zombi. Brad Pitt prova a metterci una pezza.

RECENSIONI

Uno dei romanzi più brutti mai scritti, un regista ontologicamente privo di identità ma capace di fare bene, come direbbe Cesare Prandelli, una gestazione travagliata. E gli zombi. Una miscellanea di fattori contraddittori e poco decifrabili, perché il romanzo lo puoi tra(sgre)dire senza pietà e nessuno si offende, Forster ogni tanto ti azzecca il film (Quantum of Solace), un travaglio travagliato non sempre compromette l'esito del parto e gli zombi, beh, con gli zombi è difficile sbagliare. Gli zombi garantiscono un minimo sindacale di appeal horrorifico che chiede solo di essere gestito, amministrato e magari magnificato.World War Z butta i non morti alle ortiche. Non si prende nessun rischio, sceglie una strada asettica da tutti i punti di vista. Una volta (diciamo, prima di Six Feet Under) si sarebbe detto che il mood è – da subito – paratelevisivo. Dialoghi sovrascritti (male), con un ritratto fami(g)liare tipo spot Barilla, e immediate sbandate nei territori del nonsense e del plot hole: nonostante gli accenni iniziali a un’epidemia di simil-rabbia, la (post)apocalisse scoppia, di fatto, in una manciata di minuti. Una New York trafficata ma tranquilla, all’improvviso, viene devastata da orde di zombi di malsana e robusta costituzione, con esplosioni ovunque, supermercati saccheggiati e famiglie barricate in casa. In quindici minuti. Va bene l’esigenza di comprimere la narrazione e di condensare, in meno di due ore, il pre-armageddon, l’armageddon e un’ipotesi di soluzione, ma in questo modo, sembra di assistere al riassunto di una stagione di Lost più che alla fase espositiva-incipit/oria di un “film”.E gli svarioni narrativi inaccettabili non finiscono qui. Gli zombi, ad esempio, sono teoricamente “risvegliati” dal rumore, ma sembrano piuttosto in grado di distinguere il rumore prodotto dagli umani da quello prodotto dai loro simili (complimenti per l’udito). E ancora: la soluzione paradarwiniana dell’intreccio, con gli infetti che eviterebbero di contagiare gli individui “malati terminali” perché geneticamente inidonei a trasmettere il DNA zombico; ecco, se questa è la tesi centrale, esposta a chiare lettere da Brad Pitt, allora ci sarebbe da domandarsi come mai i non morti sembrano evitare chi è semplicemente in su con l’età o chi zoppica un po’ (per quanto ne sapevano loro, il soldato miracolato poteva anche avere una galla sotto al piede). Salvo poi realizzare che allo zombi basta uno sguardo e un’annusatina per capire chi è sano e chi no (anche se si è autoinfettato da una manciata di secondi).Ma su tutto questo si potrebbe soprassedere, se il film fornisse una contropartita di un qualche tipo. Diciamo anche meramente, genericamente “tecnica”. Intanto, la palese volontà/necessità di confezionare un prodotto smerciabile a grandi e piccini ne edulcora il livello di gore fino all’azzeramento. Di fatto, bisognerebbe controllare, potrebbe trattarsi del “film di zombi” più casto di sempre. Ma, cosa ben più incomprensibile, Forster, registicamente, regredisce sovente a livelli da produzione Asylum (Mega Piranha, 100 Million BC - La guerra dei dinosauri), specie nell’utilizzo cheap della macchina a mano che traballa senza costrutto, a camuffare – probabilmente – l’impossibilità di mostrare alcunché di sconveniente.I rari momenti efficaci sono quelli in cui si lascia che il campo lungo e il respiro larger than life prendano il sopravvento, come nell’assedio alle mura di Israele, quando la colonna brulicante di zombi tenta la scalata (im)possibile. Ma sono sprazzi. Inseriti in contesti narrativi inadeguati e incomprensibili. Perché, ok, probabilmente si tentava di agganciare gli slanci geopolitici del libro di Brooks, ma possibile che lo stato di Israele abbia costruito “quel” muro sulla base di fumose supposizioni e senza che il mondo si/li interrogasse sulla cosa? E che, pur sapendo del rumore attirazombi, si decida di amplificare e sparare a tutto volume le preghiere (dei musulmani)? Ecco, sono particolari difficili da contestualizzare e digerire.

Operazione sostanzialmente fallimentare, dunque, alla quale si può solo riconoscere la volontà di evitare pause e tempi morti. Ma l’horror vacui andrebbe comunque “riempito” con qualcosa di sensato. Recitazione da soap d’altri tempi (Pitt compreso), con Favino che non sfigura.

Il limite del film è anche il suo maggior pregio: la serie B, quando è resa con mezzi di serie A, perde qualcosa del proprio fascino ed è più arduo perdonargli le imperfezioni. Ma quest’opera beneficia a pieno degli ingenti mezzi a disposizione, restituendo almeno tre scene memorabili nel genere “morti viventi” (e non era facile, in un periodo in cui sono tornati di moda), realizzate con l’oculata idea di non affidarsi al mero CGI ma anche a trucchi più tradizionali, sfruttando, ad esempio, i numerosi figuranti. Si tratta di quella d’apertura, dove la consueta famiglia idilliaca viene letteralmente travolta dal fenomeno, mentre è ferma nel traffico di Filadelfia: tutta girata “dal vero”, con un camion della spazzatura che sconquassa le auto ferme e con il panico in caos della folla urlante. La seconda, invece, è ambientata a Gerusalemme e utilizza in modo massiccio gli effetti digitali: l’impressionante scala di morti viventi per oltrepassare le mura, ripresa con totali aerei, non si dimentica. Infine, c’è la sequenza ambientata in aereo: una trappola mortale dove il contagio si propaga e non c’è via di scampo, se non aprendo una breccia nello scafo. Un film ripensato in corso d’opera: Marc Forster ha rigettato la prima scrittura di Matthew Michael Carnahan e preteso un finale più crudo e battagliero, mentre la produzione (Brad Pitt) ha preferito chiamare a bordo anche due sceneggiatori Lostiani, per creare un nuovo capitolo di 40’ (quello ambientato nel centro medico del Galles, non eccelso ma ricco di tensione). Chiude il tutto la retorica della voce over di Brad Pitt, nota stonata in un’opera che rincorre (per lo più) spettacolo e suspense, senza sottotesti (anche se Forster ha suggerito l’allegoria della sovrappopolazione mondiale) e felicemente dedicata a mantenere alto il ritmo, non abusando in sipari sentimentali e senza perdere il filo del discorso. Poco importa se il romanzo alla base, “La guerra mondiale degli zombi”, scritto dal figlio di Mel Brooks, sia stato tradito (era costruito come un found footage, senza personaggi principali e con plurime testimonianze): Hollywood vampirizza le idee migliori e le risputa come zombi che conosce e che corrono veloci, temibili ed efficaci. 3D da postproduzione.