Horror

VILLAGGIO DEI DANNATI

Titolo OriginaleVillage of the damned
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1995
Genere
Durata98'

TRAMA

A Midwich, un villaggio della California, avviene un fatto misterioso: una mattina di festa tutti gli abitanti crollano svenuti in preda ad un sonno profondo che provoca alcuni incidenti mortali. Al risveglio, nessuno è in grado di spiegare l’origine di questo fenomeno collettivo, ma qualcosa di sinistro sembra aver colpito dieci donne del villaggio che scoprono di essere rimaste incinte: tra di loro, però, vi sono una ragazza vergine, una sterile ed un’altra che non aveva avuto più rapporti sessuali da almeno un anno…

RECENSIONI

A partire da Occhi bianchi sul pianeta terra, la Universal aveva già in mente un remake del film tratto dall’omonimo racconto di John Wyndham. Tuttavia nessuno si è dimostrato all’altezza di una storia così lucida ed agghiacciante, nemmeno Wes Craven, ultimo regista consultato prima di Carpenter. Ma, come è ben noto, l’autore di Halloween ha trascorso gran parte della sua infanzia tra i b-movies americani, i film di Jack Arnold ma anche quelli del più illustre Howard Hawks; così girare il remake di questo film per lui così importante è significato innanzitutto concedersi un momento di “relax” (dopo l’elegante e lovecraftiano, ma anche un po’ ingenuo, Il seme della follia) per dedicarsi alla rielaborazione dei temi a lui tanto cari. A differenza delle precedenti esperienze, prima fra tutte quella de La cosa – dove Carpenter prende le distanze dal film di Nyby ed Hawks -, egli resta molto fedele al film di Wolf Rilla e al racconto di Wyndham:una differenza fondamentale sta nel finale apocalittico che, con Carpenter, si trasforma (il che è un evento notiziabile) in nuova speranza grazie al personaggio di David, l’unico “alieno” capace di provare sentimenti. Si tratta allora di un film che, anziché essere “outsider” (come molti nella filmografia di Carpenter) si configura con dignità all’interno degli stereotipi del genere, con conseguenti lati positivi e negativi. Tra i positivi vanno sicuramente ricordati l’ottima tensione e la buona sceneggiatura, mentre tra le note negative registriamo la consapevolezza di una certa propensione da parte del regista a trovarsi più a suo agio con quei film che, bene o male, “sente” maggiormente vicini alla propria poetica.

John Carpenter riadatta ancora una volta un classico del fantahorror: in La Cosa la sua rilettura era molto personale, l'orrore esplicito e debordante; in Avventure di un Uomo Invisibile la facevano da padroni gli effetti speciali e l'ironia. In questo rifacimento del film omonimo (con articolo: Il Villaggio dei Dannati) diretto nel 1960 da Wolf Rilla c'è, al contrario, un Carpenter insolitamente sobrio ed umile, che "rispetta" il basso budget dell'originale, punta sulla tensione e l'inquietudine piuttosto che sulla spettacolarità, riproponendo come unico trucco quello degli occhi che s'illuminano. Sposa un punto di vista della vicenda (tratta dal romanzo di John Wyndham) più femminile (le madri gravide, l'istinto materno, la terrificante Mara a capo dei “dannati”) e riesce ad essere altrettanto efficace. Mancano il fascino e l'ambiguità che hanno fatto dell'originale un film di culto: è strano che proprio Carpenter, che ama essere allegorico e "politico" nel suo approccio al genere, non cavalchi l'onda del dubbio (Rilla, fino alla fine, non scioglieva il mistero sull'origine e la natura di questi esseri: qui la chiave di lettura opta evidentemente per la loro matrice "aliena"), che non instilli sufficienti perplessità su quale sia l'essere superiore, quale il più disumano fra chi uccide per difendersi (loro) e chi procede con cinismo nelle sue ricerche scientifiche e ha il terrore del diverso (noi). Proprio il "filosofico" ed etico Carpenter non fomenta l'incertezza di un'azione finale più disperata che giusta, di una legge della sopravvivenza della razza umana che non guarda in faccia alla speranza che l'empatia possa trasformare l'animo dei "mostri" (uno di loro mostrava segni di…umanità).