TRAMA
Nel 28º secolo, Valerian e Laureline sono due agenti speciali con il compito di mantenere l’ordine in tutti i territori umani. Il Ministro della Difesa assegna loro una missione che li porterà nella straordinaria città di Alpha. Una forza oscura minaccia la città e Valerian e Laureline devono intraprendere una corsa contro il tempo per identificarla e salvaguardare non solo Alpha, ma il futuro di tutto l’universo.
RECENSIONI
Luc Besson è regista eclettico, ambizioso e determinato. La curiosità alimenta da sempre il suo immaginario e dopo avere spaziato tra generi e budget diversissimi, con risultati alterni, la serie a fumetti franco-belga “Valérian e Laureline agenti spazio-temporali”, apparsa per la prima volta sulla rivista “Pilote” nel 1967 e in grado di condizionare molto del fantasy e della fantascienza successivi, sembra un approdo inevitabile. Come ne Il quinto elemento, di cui pare una naturale evoluzione, siamo ancora dalle parti della space opera, l’epopea che frulla viaggi interstellari, amori romantici, universi paralleli, imperi galattici e, ovviamente, battaglie spaziali. Ci possono essere due modi per fruire del viaggio offerto da Besson, quello razionale, che non fatica a trovare ingenuità, falle di scrittura e un sovraffollamento di sollecitazioni nelle immagini da comportare una sorta di saturazione visiva, e quello del bambino nel negozio delle caramelle colorate e golose. Se si opta per quest’ultimo, e il film ha la capacità di favorire il lasciarsi andare al flusso, ci si può divertire, perché le invenzioni sono davvero senza tregua, così come la capacità di dare vita a un magma mutevole e affascinante dove convivono centinaia di creature diverse, alcune davvero irresistibili. Basta pensare alle meduse Mylea in grado di leggere la mente una volta “indossate”, agli enormi e pacifici Bromosauri marini da 300 tonnellate, al cattivissimo mercenario Igon Siruss, ma anche ai Doghan Daguis, infido trio che tutto sa e tutto dice al migliore offerente, o al piccolo Mül Converter, ultimo minuscolo sopravvissuto di una razza in grado di salvare, con la sua cacca miracolosa e perlacea, un intero universo. Davvero strepitosa, poi, la performance di Rihanna come “glampod” Bubble, una sorta di alieno mutante che può prendere qualsiasi forma e si lancia in un’esibizione che diventa un caleidoscopio di trasformazioni. Fin dall’incipit sulle note di “Space Oddity” di David Bowie, che mostra la creazione nel corso dei secoli della stazione spaziale Alpha, la città del titolo e crogiuolo di culture e razze diversissime, Luc Besson si propone un unico obiettivo: attirare l’attenzione dello spettatore per introdurlo nella sua personale visione. Come in tutti i film del regista francese, però, ed è questo l’aspetto che alla lunga si fa principalmente sentire, tanta fantasmagoria non è supportata da una sceneggiatura altrettanto sofisticata, anzi, le baruffe che coinvolgono i due protagonisti (Dane DeHaan e Cara Delevingne, non particolarmente alchemici) sono proprio puerili, così come è di nullo spessore il messaggio ecologista e di pace sotteso al racconto. Finiamo quindi per godere di singole sequenze senza però mai affezionarci ai personaggi e all’oggetto del contendere e questa scissione accompagna tutto il film. La parte bambina, quindi, gioisce e batte le mani, mentre la razionalità sceglie la diplomazia e chiude un occhio, a volte tutti e due.

Luc Besson ritenta i territori fantascientifici con un budget record per l’Europa (195 milioni di euro), adattando la lettura giovanile “Valerian et Laureline” (che, infatti, aleggiava anche in Il Quinto Elemento). Evita bene l’effetto John Carter, vale a dire il paradosso di una fonte che, adattata in ritardo, sembra derivativa e risaputa rispetto alle sue filiazioni: gli autori del fumetto Pierre Christin (scrittore) e Jean-Claude Mézières (disegni), infatti, con il mix di razze nel futuro hanno influenzato Guerre Stellari (la nave ‘Alex’ di Valerian ricorda il Millennium Falcon), mentre l’immaginare una federazione dedita all’esplorazione e alla pace seguiva di poco la visione di Gene Roddenberry (Star Trek è del 1966, il fumetto è uscito nel 1967 continuando fino al 2010, con primo adattamento animato nel 2007). Il rischio déjà-vu è sventato attraverso una creatività che va oltre le strisce: notevoli le maschere aliene e gli effetti speciali, curiose e originali certe idee e situazioni in cui gli eroi si trovano, come il prologo da tropici, le sparatorie e gli inseguimenti in più dimensioni e le meduse della memoria. Il tutto frullato in una tipica sarabanda bessoniana, più spettacolare che di spessore, con una ricchezza figurativa accattivante (ottima per il 3D). Il racconto su cui tutto si muove è solo discreto (il genocidio e i veri colpevoli), Avatariano come la razza aliena protagonista (bellissima, come la sua simbiosi con gli elementi): la parte debole sono le schermaglie amorose fra i due protagonisti (ma funzionano i due attori che li interpretano), agenti inverosimilmente giovani per il ruolo ma con riuscito disegno pepato. Il prologo, con ‘Space Oddity’ e il resoconto dell’evoluzione umana nello spazio, è anche uno showreel di tutta la factory di Besson, perché la delegazione umana è interpretata dai registi delle sue produzioni.


